Quattrocento account fasulli, trentaquattro canali di video fabbricati con l’intelligenza artificiale, dieci milioni di visualizzazioni accumulate in poche settimane: il bilancio della campagna di manipolazione su TikTok durante le elezioni ungheresi dell’aprile 2026 fa girare la testa, ma non dovrebbe sorprenderti. Perché mentre un clone digitale di Johnny Depp parlava in ungherese per sostenere Viktor Orbán — sì, hai letto bene — uno studio pubblicato su Nature il 6 maggio 2026 dimostrava con dati inoppugnabili che l’algoritmo di TikTok ha sistematicamente favorito i contenuti repubblicani durante le presidenziali americane del 2024. Non ipotesi, non teorie del complotto, non illazioni da commentatore: 323 esperimenti controllati, oltre 280.000 raccomandazioni algoritmiche analizzate in 27 settimane di osservazione sistematica. Cambridge Analytica, nel 2018, sembrava uno scandalo senza precedenti. Otto anni dopo è diventata una nota a piè di pagina — il prologo dimenticato di una storia che si è fatta enormemente più pericolosa. E i numeri — quelli veri, pubblicati su riviste peer-reviewed, non quelli dei report aziendali scritti per rassicurare gli investitori — raccontano una realtà che dovrebbe togliere il sonno a chiunque consideri il voto libero qualcosa di più di un’astrazione.
Il punto è che le piattaforme social non sono strumenti neutrali di comunicazione. Non lo sono mai state, e ogni volta che un CEO si presenta davanti a una commissione parlamentare per dire il contrario mente sapendo di mentire. Sono macchine politiche, e l’algoritmo delle elezioni è il meccanismo con cui operano — non sul «mercato delle idee», come amano raccontare, ma direttamente sul tuo cervello. I loro sistemi di raccomandazione — quelle scatole nere che decidono cosa appare nel tuo feed, in che ordine, con quale frequenza e con quale carica emotiva — plasmano opinioni, amplificano estremismi, spostano voti. Non lo fanno per ideologia (anche se a volte la coincidenza tra profitto e agenda politica è sospettamente perfetta), lo fanno per profitto: il contenuto che ti fa arrabbiare genera engagement, l’engagement genera dati, i dati generano soldi. E tu, elettore, sei il prodotto — il tuo voto è un effetto collaterale di cui nessuno a Menlo Park, ad Austin o a Pechino si prende la responsabilità.
La scienza della manipolazione algoritmica
Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono — o almeno mentono meno dei comunicati stampa delle big tech. Lo studio pubblicato su Nature il 6 maggio 2026 ha analizzato il comportamento dell’algoritmo di TikTok durante le presidenziali americane del 2024, utilizzando 323 esperimenti con account «puppet» — profili controllati dai ricercatori, configurati per simulare orientamenti politici diversi — in tre stati americani: New York, Texas e Georgia. Su oltre 280.000 raccomandazioni raccolte in 27 settimane di monitoraggio, i risultati sono inequivocabili: gli account condizionati con contenuti repubblicani hanno ricevuto l’11,5% in più di contenuti allineati al proprio orientamento rispetto agli account democratici. Gli account democratici, intanto, venivano esposti al 7,5% in più di contenuti della parte opposta — ma non per favorire il dialogo: quei contenuti erano in gran parte video che criticavano o attaccavano le posizioni democratiche. L’algoritmo di TikTok, detto senza giri di parole, non si limita a mostrarti quello che vuoi vedere: ti spinge sistematicamente verso destra. E i sondaggi tra gli utenti lo confermano: i repubblicani dichiaravano di vedere più contenuti in linea con le proprie idee rispetto ai democratici. La risposta di TikTok è stata un capolavoro di non-risposta: «Lo studio non riflette come le persone usano davvero la piattaforma», ha dichiarato un portavoce. Come se il problema fosse l’utente che non usa gli strumenti giusti, e non il codice progettato per massimizzare il tempo di permanenza a qualunque costo democratico.
Facciamo un passo indietro per capire perché questo meccanismo è particolarmente velenoso nel contesto elettorale. I sistemi di raccomandazione operano su un principio semplice che produce effetti devastanti: ti mostrano ciò che massimizza la probabilità che tu resti sullo schermo. Il contenuto che genera emozioni forti — rabbia, indignazione, paura, orgoglio tribale — tiene gli utenti incollati al feed più a lungo del contenuto ragionato e sfumato. Il risultato è l’effetto «echo chamber»: una bolla informativa in cui ricevi conferma continua delle tue opinioni, portandoti verso posizioni sempre più radicalizzate e impermeabili al confronto. Ma gli studi del 2026 dimostrano che le echo chamber non sono simmetriche — gli algoritmi non radicalizzano tutti allo stesso modo, e la direzione della radicalizzazione non è casuale. È coerente, misurabile, replicabile — e profittevole per le piattaforme che la producono. Non è una distorsione accidentale: è il prodotto logico di un sistema progettato per catturare attenzione, non per informare.
TikTok non è sola in questa partita truccata. Uno studio separato, pubblicato anch’esso su Nature nel febbraio 2026, ha dimostrato che sette settimane di esposizione al feed algoritmico di X sono sufficienti a spostare le opinioni politiche verso destra. I contenuti conservatori avevano il 20% di probabilità in più di comparire nel feed algoritmico rispetto al feed cronologico, mentre le notizie di testate giornalistiche tradizionali apparivano il 58% di volte in meno. Post di attivisti politici? Il 27,4% in più. Intrattenimento? Il 21,5% in più. L’algoritmo di Musk amplifica la propaganda e silenzia il giornalismo professionale — e l’effetto, cosa che dovrebbe allarmare chiunque, persiste anche dopo che l’utente torna al feed cronologico. Non è un’influenza temporanea che svanisce: sette settimane di algoritmo lasciano un’impronta duratura sulle priorità politiche. Gli utenti esposti hanno iniziato a dare più importanza all’immigrazione e a sostenere posizioni più filo-Cremlino sulla guerra in Ucraina. Come ho analizzato parlando del potere senza mandato dei miliardari tech, il problema non è che Musk abbia un’opinione — è che il suo algoritmo la impone a centinaia di milioni di persone senza che queste ne siano minimamente consapevoli.
C’è un terzo tassello che chiude il quadro e che, per una volta, offre uno spiraglio di consapevolezza tecnica. Uno studio pubblicato su Science ha testato l’effetto inverso: cosa succede se modifichi l’algoritmo per ridurre i contenuti che polarizzano? I ricercatori hanno condotto un esperimento su 1.256 utenti di X durante la campagna presidenziale 2024, costruendo un’estensione del browser che intercettava e riordinava il feed in tempo reale — senza alcuna collaborazione della piattaforma, dettaglio non trascurabile perché significa che questo tipo di audit è possibile anche senza il permesso dei padroni del feed. Un modello linguistico identificava i contenuti carichi di animosità partigiana e atteggiamenti antidemocratici, e li declassava nella gerarchia del feed. Il risultato: una variazione di 2 punti su una scala di 100 nel «termometro del sentimento» verso il partito avversario, senza differenze significative tra democratici e repubblicani. Due punti sembrano un’inezia. Ma in elezioni decise da poche decine di migliaia di voti in stati chiave, 2 punti su un termometro emotivo separano un presidente dall’altro. Lo studio dimostra qualcosa che tutti fingono di non vedere: l’algoritmo non è una forza della natura, è una scelta progettuale. Può polarizzare o depolarizzare, radicalizzare o moderare. La domanda — l’unica che conta davvero — è chi decide in quale direzione spingerlo, e in nome di quali interessi.
Ungheria 2026: il campo di battaglia che nessuno ha vinto
Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 sono il laboratorio più avanzato di manipolazione elettorale algoritmico-artificiale che l’Europa abbia visto finora. Il fatto che Orbán abbia perso — il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 138 dei 199 seggi, spazzando via sedici anni di governo — non rende la storia meno inquietante. Anzi, la rende più urgente: la macchina di disinformazione costruita da Fidesz è ancora intatta, gli strumenti sono più accessibili ed economici che mai, e la prossima volta — con uno sfidante meno carismatico o una congiuntura diversa — il risultato potrebbe essere opposto. La campagna pro-Orbán su TikTok, documentata da NewsGuard e dall’Osservatorio italiano dei media digitali (IDMO), operava attraverso una rete di almeno 34 account anonimi che sfornava centinaia di video generati con l’intelligenza artificiale. Si andava dal grottesco — animali parlanti che insultavano Magyar, montaggi con voci sintetiche — all’insidioso: finti servizi giornalistici che presentavano notizie completamente fabbricate sul leader dell’opposizione, con grafiche credibili e toni da telegiornale della sera. Il video più surreale mostrava un deepfake di Johnny Depp che, in ungherese sintetico, invitava a votare Orbán: «Con loro sarà il caos per le strade, ma grazie al capo c’è calma e solo turisti che fanno foto». TikTok ha dichiarato di aver individuato sei reti per un totale di 400 account — ma l’intervento è arrivato a ridosso del voto, quando quei video avevano già accumulato circa dieci milioni di visualizzazioni e il danno informativo era ormai fatto.
Il caso ungherese illumina un paradosso generato dalla stessa regolamentazione europea che dovrebbe proteggere i processi democratici. Dal primo ottobre 2025, Meta ha cessato di accettare pubblicità politica a pagamento nell’Unione Europea, in risposta al regolamento sulla trasparenza della pubblicità politica (TTPA). Definendo le nuove regole «impraticabili», Meta ha preferito ritirarsi completamente dal mercato piuttosto che adeguarsi — una mossa che dice tutto su chi comanda davvero nel rapporto tra piattaforme e democrazia. Il risultato era prevedibile per chiunque ragioni in termini di potere e non di procedure burocratiche: la propaganda politica non è scomparsa da Facebook e Instagram, si è semplicemente spostata dalla pubblicità esplicita — che era trasparente, tracciabile, soggetta a regole — alla manipolazione organica non regolamentata: pagine di appoggio create ad hoc, contenuti virali confezionati per sembrare spontanei, reti di account coordinati che inondano il feed senza comprare un singolo spazio pubblicitario. Quando elimini la pubblicità regolamentata, resta solo la propaganda selvaggia — e le elezioni ungheresi ne sono la prova vivente. Ne ho scritto analizzando come deepfake e troll farm alimentano la guerra ibrida alla democrazia, ma l’Ungheria ha trasformato quell’analisi in cronaca. La battaglia si è giocata dentro il feed degli elettori — chi entrava nel flusso informativo, con quale frequenza, con quale peso emotivo. Non manifesti per le strade, non comizi nelle piazze: reach organica, classificazione automatica dei contenuti, algoritmi che decidevano senza alcun mandato democratico quali messaggi amplificare e quali rendere invisibili.
L’Ungheria non è un’eccezione isolata — è il modello che si sta replicando ovunque. Durante le elezioni municipali francesi del 2026, i sistemi di raccomandazione di X e TikTok hanno amplificato sistematicamente contenuti dell’estrema destra, anche nei feed di utenti privi di preferenze politiche dichiarate, confermando il bias documentato dagli studi su Nature. Un rapporto di EK Strategic Communications ha documentato il coinvolgimento diretto del Cremlino nella campagna elettorale ungherese, con operazioni coordinate che amplificavano i messaggi pro-Orbán attraverso bot e account fasulli su più piattaforme in contemporanea. In Italia, il Parlamento ha proposto un disegno di legge per contrastare la diffusione di contenuti ingannevoli generati con l’AI nelle campagne elettorali, ma il testo resta fermo in commissione mentre le tornate elettorali si avvicinano — e nessuno sembra avere particolare fretta di portarlo in aula. Il ritardo è strutturale: la legislazione arriva sempre dopo il danno, e nel frattempo le piattaforme cambiano le regole tre volte. Come ha osservato TechPolicy.Press, la disinformazione non è una «bacchetta magica» — non garantisce la vittoria — ma erode la fiducia nelle istituzioni e avvelena il dibattito pubblico anche quando non raggiunge l’obiettivo elettorale immediato. Il danno alla democrazia non si misura solo in seggi: si misura in fiducia distrutta, in polarizzazione normalizzata, in milioni di persone che non sanno più distinguere un fatto da un deepfake.
Il DSA e l’illusione della regolamentazione
Il Digital Services Act europeo doveva essere la risposta — il grande strumento normativo che avrebbe costretto le piattaforme a comportarsi da attori responsabili nei processi democratici. La Commissione europea ha pubblicato un «elections toolkit», linee guida su come le piattaforme con più di 45 milioni di utenti attivi nell’UE debbano mitigare i rischi sistemici legati alle elezioni. Dal luglio 2025 il Codice di condotta sulla disinformazione è parte integrante del quadro co-regolatorio del DSA, con obblighi rafforzati per piattaforme e motori di ricerca classificati come «molto grandi». Le elezioni svedesi del 2026 erano state annunciate come il primo banco di prova della resilienza democratica sotto il nuovo regime. Tutto rassicurante sulla carta, tutto in ordine nei documenti della Commissione. Poi c’è stata l’Ungheria — dove deepfake, bot e manipolazione algoritmica hanno operato indisturbati fino a ridosso del voto, e lo strumentario del DSA si è rivelato quello che molti sospettavano: un esercizio di facciata che non tocca i rapporti di forza reali tra piattaforme e democrazie.
Il problema è strutturale, e nessun toolkit potrà risolverlo finché la premessa resta invariata. Il DSA opera secondo una logica di «gestione del rischio sistemico»: le piattaforme devono identificare, analizzare e mitigare i rischi — non eliminare i contenuti problematici, non modificare gli algoritmi che li amplificano, non rinunciare al modello di business che li rende profittevoli. Nella pratica questo significa che Meta, Google, TikTok e X sono contemporaneamente il giocatore e l’arbitro della partita: decidono autonomamente cosa costituisce un rischio, come misurarlo, come mitigarlo, e se la mitigazione è «sufficiente». Quando Meta dichiara il regolamento TTPA «impraticabile» e smette di accettare pubblicità politica in tutta l’UE — lasciando campo libero alla manipolazione organica — la Commissione europea può avviare procedure di infrazione che richiedono anni e producono multe che per queste aziende sono arrotondamenti contabili su bilanci trimestrali da decine di miliardi. È come chiedere a un piromane di scrivere il codice antincendio e poi fidarsi che si autodenunci quando appicca il prossimo incendio. Non è un paragone esagerato: il modello di business delle piattaforme è strutturalmente progettato per massimizzare l’engagement, e l’engagement si massimizza con la rabbia, la paura, la polarizzazione tribale. Non sono le singole violazioni il problema — è che l’intero modello è incompatibile con una democrazia funzionante.
La vera domanda — quella che nessun legislatore europeo vuole formulare ad alta voce — è se abbia senso affidare lo spazio pubblico democratico a piattaforme private il cui unico scopo è tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. Non si tratta di nostalgia per un’era pre-digitale: si tratta di costruire un’infrastruttura democratica che non sia progettata per estrarre profitto dalla tua attenzione. Le alternative dal basso esistono e funzionano: il fediverso opera senza algoritmi di raccomandazione ottimizzati per l’engagement, le reti mesh comunitarie dimostrano che si possono costruire infrastrutture decentralizzate e autogestite fuori dal controllo di corporation e governi, i LLM locali e il self-hosting permettono di sottrarre dati e decisioni al controllo centralizzato. Il fediverso ha i suoi limiti — scala ridotta, frammentazione, complessità per l’utente medio — e ne ho scritto con onestà confrontando Mastodon, BlueSky e Nostr. Ma quei limiti sono risolvibili con investimento e volontà politica. I limiti del modello piattaforma — profitto tramite engagement, engagement tramite polarizzazione — non sono risolvibili, perché sono il modello stesso. Come ho scritto parlando di resistenza digitale, non puoi riformare un meccanismo il cui funzionamento dipende dalla tua manipolazione.
L’algoritmo è il nuovo partito politico — il più potente, perché non si presenta alle elezioni, non ha un programma, non risponde a nessun elettore, eppure determina cosa centinaia di milioni di persone vedono, pensano e credono vero. Gli studi su Nature e Science pubblicati nel 2026 lo hanno dimostrato con dati che non lasciano margini: i feed algoritmici spostano opinioni, amplificano estremismi, erodono la fiducia democratica. Lo fanno per design — perché la rabbia genera click, i click generano dati, i dati generano i miliardi che tengono in piedi Meta, X e TikTok. L’Ungheria ci ha mostrato il pericolo e una speranza fragile: una manipolazione industriale condotta con deepfake e bot, ma anche la capacità degli elettori di ribaltare il tavolo — almeno questa volta, in quelle condizioni. Contare su quella resilienza è un auspicio, non una strategia democratica. Non ci sono scorciatoie istituzionali: o costruiamo spazi pubblici digitali davvero pubblici — decentralizzati, autogestiti, trasparenti — oppure accettiamo che ogni futuro voto sarà giocato su un campo che appartiene a qualcun altro. Chi possiede l’algoritmo possiede il voto. E fino a quando lo spazio pubblico resterà proprietà privata di Zuckerberg, Musk e dei dirigenti di ByteDance che rispondono al Partito Comunista Cinese, la democrazia sarà in affitto — con lo sfratto sempre dietro l’angolo.
