David Sacks non è più lo zar dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute alla Casa Bianca. La notizia, arrivata giovedì 27 marzo 2026, ha il sapore di una formalità burocratica: i suoi 130 giorni da dipendente governativo speciale sono scaduti, e il venture capitalist della PayPal Mafia si sposta sulla poltrona di co-presidente del PCAST, il consiglio che «consiglia» il presidente sulle tecnologie emergenti. Tradotto: cambia il biglietto da visita, non il potere. Anzi, il potere si espande. Perché nel PCAST siedono Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Larry Ellison, Marc Andreessen — il gotha del capitalismo tecnologico americano, quelli che dall’AI ci guadagnano miliardi. Sono loro, adesso, a sussurrare all’orecchio della Casa Bianca cosa fare con l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, il quantum computing e il nucleare. Il nocciolo della questione non è mai stato Sacks come persona, ma il sistema che lo ha reso possibile: una porta girevole tra Silicon Valley e Washington dove chi scrive le regole è lo stesso che ne trae profitto.
Questa uscita di scena — se così vogliamo chiamarla — arriva dopo mesi di indagini del Congresso, accuse di conflitto di interesse documentate in modo imbarazzante, e una serie di deroghe etiche che un esperto di etica governativa ha definito «deroghe-farsa». David Sacks, attraverso il suo fondo Craft Ventures, deteneva partecipazioni in 449 aziende legate all’AI e 20 nel settore crypto mentre decideva la politica americana su entrambi i fronti. La senatrice Elizabeth Warren ha condotto un’indagine formale. Il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sui suoi conflitti finanziari. Sacks ha risposto minacciando querele e liquidando tutto come un «nothing burger». Poi, con i 130 giorni scaduti, ha cambiato sedia — non stanza. Come dire: la volpe non solo sorveglia il pollaio, ma ne ha anche disegnato la planimetria e adesso presiede il comitato che decide quante uova produrre.
Centotrenta giorni, 449 investimenti e la deregolamentazione dell’AI
David Sacks è entrato alla Casa Bianca a gennaio 2025 con un titolo inventato per l’occasione — «Special Advisor for AI and Crypto» — e un mandato chiarissimo: deregolamentare tutto ciò che poteva essere deregolamentato. Lo status di dipendente governativo speciale (SGE) gli consentiva di lavorare contemporaneamente nel settore privato e per il governo, con un tetto massimo di 130 giorni non consecutivi. Un escamotage perfetto: abbastanza dentro il palazzo per plasmare la politica, abbastanza fuori per continuare a fare soldi. Il ruolo era stato cucito su misura per lui, primo nella storia americana, e Trump lo aveva presentato come la prova che Silicon Valley e Washington potevano finalmente marciare nella stessa direzione. In un certo senso aveva ragione — ma non nel modo in cui intendeva.
E soldi ne ha messi in posizione di farne, eccome. Mentre sedeva alla scrivania della Casa Bianca, il suo fondo Craft Ventures manteneva un portafoglio di oltre 449 investimenti nell’AI e 20 nel crypto, come documentato da NPR in un’inchiesta del dicembre 2025. Sacks ha dichiarato di aver dismesso posizioni per oltre 200 milioni di dollari in asset digitali — un gesto che suona generoso finché non scopri che il grosso del portafoglio restava intatto, protetto da deroghe etiche concesse dalla stessa Casa Bianca che lo aveva nominato. Il meccanismo è quello classico della cattura regolatoria: chi dovrebbe essere regolato diventa il regolatore, e il conflitto di interesse non è un incidente, è il progetto.
In poco più di un anno, Sacks ha orchestrato una serie di mosse che hanno ridisegnato il panorama normativo americano sull’intelligenza artificiale. La più significativa: l’AI Action Plan di luglio 2025, che ha tracciato la rotta verso una deregolamentazione sistematica. A dicembre 2025 è arrivato l’ordine esecutivo per «garantire un framework nazionale» sull’AI — tradotto dal burocratese: smantellare le oltre 100 leggi statali che tentavano di imporre trasparenza e responsabilità algoritmica. L’ordine ha creato persino una task force nel Dipartimento di Giustizia incaricata di portare in tribunale gli stati che osavano regolamentare. E a marzo 2026, ciliegina sulla torta, il framework legislativo della Casa Bianca ha raccomandato al Congresso un approccio «light-touch» — regolamentazione leggera, standard industriali volontari, niente vincoli rigidi. Esattamente quello che l’industria tech chiedeva. Esattamente quello che beneficiava il portafoglio di Sacks.
La questione delle leggi statali merita un approfondimento, perché è rivelatrice. Diversi stati americani — California in testa — avevano iniziato a imporre obblighi di trasparenza algoritmica, audit indipendenti, valutazioni d’impatto sui diritti civili. Roba che in Europa, con l’AI Act, consideriamo il minimo sindacale. Ma per l’amministrazione Trump-Sacks, queste normative erano «ostacoli all’innovazione». L’ordine esecutivo si è spinto al punto di istruire la Federal Trade Commission a classificare le misure di mitigazione dei bias — quelle che impediscono agli algoritmi di discriminare per razza, genere o classe sociale — come «pratiche commerciali ingannevoli». Hai letto bene: proteggere le persone dalla discriminazione algoritmica è diventato, per decreto, una forma di inganno. Se non è distopia burocratica questa, non saprei come altro definirla. E dietro questo decreto c’era un uomo con centinaia di milioni investiti nelle stesse aziende che da queste regole venivano liberate.
Conflitti di interesse e deroghe etiche: il sistema che si autoassolve
Il caso più clamoroso ha un nome: BitGo. Si tratta di una piattaforma crypto in cui Craft Ventures detiene il 7,8% delle quote, valutate oltre 130 milioni di dollari. BitGo lavora con gli emittenti di stablecoin — quelle criptovalute agganciate al dollaro che piacciono tanto alle istituzioni finanziarie perché combinano la volatilità speculativa del crypto con una parvenza di stabilità. Nel suo ruolo di zar, Sacks ha sostenuto con forza il GENIUS Act, la legge che regola — anzi, legittima — proprio il mercato delle stablecoin. Dopo l’approvazione della legge, BitGo ha presentato domanda di IPO. La sequenza temporale parla da sola: prima scrivi la regola, poi il tuo investimento ne beneficia, poi incassi. Non serve un complottista per collegare i puntini — basta leggere i documenti pubblici.
La senatrice Elizabeth Warren, insieme ai colleghi democratici, ha lanciato un’indagine formale già nel settembre 2025, contestando sia i conflitti finanziari sia il sospetto che Sacks avesse superato il limite dei 130 giorni come SGE. L’indagine ha messo sotto i riflettori il fatto che Sacks divideva il suo tempo a metà: metà a fare politica crypto e AI per la Casa Bianca, metà a gestire Craft Ventures, il fondo che da quelle politiche traeva beneficio diretto. Warren e la rappresentante Stansbury hanno anche proposto il SEER Act, una legge per rafforzare i requisiti etici dei dipendenti governativi speciali — proposta che, prevedibilmente, non è andata da nessuna parte in un Congresso controllato dai repubblicani.
La risposta della Casa Bianca è stata una serie di deroghe etiche che un esperto dell’Office of Government Ethics ha definito senza mezzi termini «deroghe-farsa» — documenti pensati non per proteggere l’interesse pubblico, ma per «permettere a Sacks di trarre profitto dalla sua posizione governativa». Due deroghe distinte: una a marzo 2025 per i conflitti crypto, una a luglio per quelli legati all’AI. Entrambe concesse internamente, senza la supervisione indipendente dell’OGE, senza trasparenza pubblica, senza quella «rigorosa analisi etica oggettiva» che le leggi federali richiederebbero. Il sistema che si autoassolve: la Casa Bianca nomina Sacks, Sacks chiede la deroga, la Casa Bianca gliela concede, Sacks continua a fare politica e affari simultaneamente.
Sacks ha liquidato tutto come un «nothing burger», minacciando azioni legali contro il New York Times per il suo reportage investigativo. Ma i numeri restano ostinati: 449 investimenti nell’AI, 20 nel crypto, e un ruolo che gli ha consentito di modellare le regole del gioco per entrambi i settori. Quando Silicon Valley dice che «non c’è conflitto», quello che intende è che il conflitto è la norma, il costo di fare affari nel capitalismo tecnologico contemporaneo. Come ha documentato il Revolving Door Project, il 63% dei funzionari della Federal Trade Commission finisce a lavorare come lobbista per le stesse aziende tech che doveva regolamentare. Google da sola ha assunto 197 ex funzionari governativi dal 2005. Non è un’anomalia — è il modello. E la traiettoria di Sacks, da venture capitalist a zar della politica AI a co-presidente del consiglio scientifico del presidente, ne è la manifestazione più sfacciata.
PCAST: quando i miliardari consigliano il presidente sulla tecnologia
Ed è qui che la storia diventa, se possibile, ancora più grottesca. Sacks non torna nel privato a godersi i rendimenti dei suoi investimenti — diventa co-presidente del President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), insieme a Michael Kratsios, altro veterano della porta girevole tech-governo. Il PCAST è il consiglio che formula raccomandazioni al presidente su intelligenza artificiale, semiconduttori, quantum computing, energia nucleare — praticamente tutto ciò che determinerà l’economia e il potere militare dei prossimi decenni. Lo stesso Sacks ha dichiarato a Bloomberg di poter ora «fare raccomandazioni su una gamma più ampia di argomenti tecnologici». Più ampia. Come se prima il raggio d’azione fosse stato troppo limitato.
Guardiamo chi siede al tavolo, perché l’elenco è una radiografia del potere concentrato. Mark Zuckerberg, il cui Meta è sotto processo in mezzo mondo per violazioni della privacy e pratiche monopolistiche. Jensen Huang, CEO di Nvidia, l’azienda che fornisce i chip per ogni modello AI esistente e che ha appena stretto contratti miliardari con il Pentagono. Larry Ellison, fondatore di Oracle, storico contractor della difesa americana e della sorveglianza governativa — quello che una volta disse che la privacy era un’illusione del passato. Marc Andreessen, il venture capitalist che ha firmato il manifesto «techno-ottimista» e che investe pesantemente nell’AI militare attraverso Anduril. Sergey Brin, co-fondatore di Google, l’azienda che ha costruito il più grande apparato di sorveglianza commerciale della storia umana. E poi Lisa Su di AMD, Michael Dell, Fred Ehrsam co-fondatore di Coinbase. Tredici nomi, tutti CEO o investitori miliardari. Nessun ricercatore indipendente. Nessun rappresentante della società civile. Nessun esperto di diritti digitali o etica dell’AI.
Chi manca è altrettanto significativo: Elon Musk e Sam Altman, esclusi — probabilmente per rivalità personali interne al circo del potere tech più che per ragioni di principio. Ma l’assenza non cambia il quadro: la politica tecnologica americana è decisa da un consiglio di amministrazione informale delle più grandi corporation del pianeta. Come abbiamo scritto raccontando l’alleanza tra Pentagono e big tech, il confine tra industria privata e potere statale non è sfumato — è semplicemente scomparso. Ogni membro del PCAST ha interessi miliardari nelle decisioni che il consiglio è chiamato a orientare. Huang vende chip al Pentagono e consiglia il presidente su come regolamentare i chip. Zuckerberg gestisce la più grande piattaforma di raccolta dati personali e consiglia il presidente sulla privacy. Andreessen investe nell’AI militare e consiglia il presidente sulla politica militare dell’AI. È come chiedere ai piromani di scrivere il codice antincendio.
Non è un fenomeno esclusivamente americano, anche se lì assume proporzioni grottesche. Il modello del «consiglio dei saggi» composto da CEO miliardari che orientano la politica pubblica sta diventando la norma globale nella governance tecnologica. L’Unione Europea, che almeno sulla carta ha provato a regolamentare con l’AI Act, subisce pressioni enormi dalle stesse corporation che siedono al PCAST. Meta, Google, Microsoft, Oracle — tutte hanno uffici di lobbying a Bruxelles con budget che superano quelli di interi ministeri di paesi membri. E il framework legislativo della Casa Bianca di marzo 2026, che Andreessen Horowitz ha salutato come «un grande passo avanti», mira esplicitamente a creare uno standard federale unico che potrebbe diventare il modello di riferimento internazionale. Un modello scritto dai regolati per i regolati.
Per chi segue questi temi da una prospettiva che mette al centro l’autogestione delle comunità e la tecnologia come bene comune, il quadro è desolante ma anche illuminante. Le alternative dal basso esistono — software libero, reti decentralizzate, cooperative digitali, come abbiamo raccontato parlando di copyleft e sovranità tecnologica. DeepSeek ha dimostrato che non servono miliardi per addestrare un modello competitivo. Ma il potere concentrato le ignora o le coopta, quando non le combatte attivamente. Il PCAST non include una sola voce fuori dal coro. Non un ricercatore che abbia firmato la lettera sui rischi dell’AI, non un attivista per i diritti digitali, non un rappresentante delle comunità open source che producono la tecnologia su cui si regge l’intero ecosistema. Solo chi ha già vinto e vuole continuare a vincere.
La partenza di David Sacks dal ruolo di zar dell’AI non cambia nulla di strutturale. È un cambio di etichetta dentro lo stesso sistema di potere: un venture capitalist con centinaia di investimenti nell’AI e nel crypto non regola più direttamente la politica tecnologica, ma la «consiglia» da una posizione altrettanto influente, circondato da altri miliardari con identici interessi. Il meccanismo è rodato, funziona, e nessuno a Washington ha intenzione di smontarlo — men che meno l’amministrazione che lo ha perfezionato.
La domanda che dovremmo porci non è se Sacks abbia agito in modo etico o meno. È una domanda sbagliata, perché accetta come premessa che il sistema possa funzionare onestamente se solo le persone giuste occupassero le posizioni giuste. Il problema è strutturale: un modello in cui la governance tecnologica è appaltata ai vertici dell’industria tech è incompatibile con qualsiasi idea di democrazia, trasparenza, tecnologia al servizio delle persone. Finché le regole sull’intelligenza artificiale le scriveranno quelli che dall’intelligenza artificiale fanno miliardi, la deregolamentazione non sarà una scelta politica — sarà l’inevitabile conseguenza di un conflitto di interesse elevato a sistema di governo. Le alternative non verranno mai dal PCAST o dalla Casa Bianca. Verranno da chi costruisce tecnologia libera, da chi difende i diritti digitali, da chi rifiuta di mettere il proprio lavoro al servizio della sorveglianza e del profitto. Come sempre, chi detiene il potere non lo cederà volontariamente. Tocca a chi lo subisce organizzarsi per costruire qualcosa di diverso.