Drone militare autonomo in volo su un campo di battaglia - droni autonomi intelligenza artificiale guerra

Contenuto

Il 13 aprile 2026, per la prima volta nella storia militare moderna, una posizione nemica è stata conquistata senza che un singolo soldato mettesse piede sul campo di battaglia. Droni e robot terrestri ucraini — coordinati da operatori a distanza — hanno preso una postazione russa fortificata, costringendo i difensori alla resa. Zelenskyy ha commentato con una frase che suona più come uno slogan pubblicitario che come un bollettino di guerra: «Il futuro è qui». Il punto è che quel futuro fa paura, e non solo ai soldati russi che si sono arresi a delle macchine. In quello stesso mese, dall’altra parte dell’Atlantico, il Pentagono ha chiesto al Congresso 54,6 miliardi di dollari per il suo programma di guerra autonoma — un aumento del 24.200% rispetto all’anno precedente. Non è un errore di battitura.

Northrop Grumman ha testato il Lumberjack, un drone d’attacco che identifica e colpisce i bersagli con intelligenza artificiale. L’Unione Europea ha lanciato il programma AGILE per accelerare lo sviluppo di sciami di droni. Nel frattempo, la scadenza fissata dalle Nazioni Unite per un trattato vincolante sulle armi autonome letali sta per scadere nel nulla — e nessuno ha la minima intenzione di fermarsi. I droni autonomi e l’intelligenza artificiale stanno riscrivendo le regole della guerra, o meglio, stanno cancellando quelle poche che esistevano. Gaza ha dimostrato cosa succede quando un algoritmo decide chi vive e chi muore con venti secondi di «verifica» umana. L’Ucraina sta trasformando il conflitto in un laboratorio a cielo aperto per la robotica militare. E i governi più potenti del pianeta investono cifre oscene per assicurarsi che la prossima guerra si combatta senza piloti, senza regole e — possibilmente — senza testimoni.

Robot al fronte, generali in poltrona

L’operazione del 13 aprile non è stata un esperimento accademico. La 3ª Brigata d’Assalto Separata ucraina ha coordinato droni volanti e robot terrestri kamikaze contro una posizione fortificata russa, e l’ha presa senza schierare un solo fante. Nessuna perdita umana sul lato ucraino. Il ministero della difesa di Kiev ha dichiarato che le missioni con veicoli terrestri senza equipaggio sono triplicate negli ultimi cinque mesi, superando le 9.000 solo a marzo. Le unità militari che impiegano robot da terra sono passate da 67 a novembre 2025 a 167 nella primavera 2026 — un’espansione che dice tutto sulla direzione di questo conflitto. Zelenskyy ha parlato di oltre 22.000 missioni robotiche in tre mesi, cifre che avrebbero fatto ridere chiunque appena due anni fa. Gli analisti militari la chiamano già «Drone Wall doctrine»: le macchine gestiscono l’attrito e la conquista, i soldati umani vengono risparmiati per il consolidamento del terreno. Detto senza mezzi termini, le macchine fanno il lavoro sporco e gli esseri umani arrivano dopo a piantare la bandierina.

C’è una ragione prosaica dietro l’accelerazione verso l’autonomia, e non ha niente a che fare con la visione futuristica di qualche generale. La guerra elettronica russa è talmente pervasiva che i droni pilotati a distanza perdono il segnale con frequenza allarmante — il jamming taglia le comunicazioni e trasforma un’arma sofisticata in un pezzo di plastica che cade dal cielo. L’unica soluzione è rendere i droni capaci di operare senza guida umana, di identificare il bersaglio e completare la missione anche quando il collegamento radio si interrompe. Così l’autonomia, che doveva essere un’opzione tecnologica tra le altre, è diventata una necessità operativa imposta dal campo di battaglia. Il nocciolo della questione, però, non è se funziona — funziona, evidentemente. La domanda vera è un’altra: cosa succede quando questa tecnologia esce dal contesto ucraino, dove almeno c’è un operatore umano che preme il grilletto a distanza, e finisce nelle mani di chi ha già dimostrato di avere una concezione piuttosto elastica del «controllo umano»?

La risposta è arrivata prima della domanda. Il 31 marzo, l’esercito americano ha testato il Lumberjack durante l’esercitazione Operation Lethal Eagle con la 101ª Divisione Aviotrasportata. Il drone di Northrop Grumman non si limita a volare dove gli dicono: integra il Maven Smart System di Palantir — sì, la stessa Palantir che fornisce software di sorveglianza a mezzo mondo — per identificare automaticamente i bersagli, analizzare i dati del campo di battaglia e suggerire azioni al personale. L’Agentic Effects Agent di Palantir propone direttamente chi colpire. Dal concetto al primo volo, quattordici mesi. Un drone economico, usa e getta, lanciabile da terra o da altri aerei, armato con munizioni miniaturizzate a guida di precisione che Northrop Grumman ha chiamato — con quel gusto per i nomi evocativi tipico dell’industria bellica americana — Hatchet. Accetta.

Il parallelo con l’Ucraina è istruttivo ma ingannevole. A Kiev i robot sono una questione di sopravvivenza: meno soldati muoiono se le macchine vanno avanti per prime, e in una guerra d’attrito contro un nemico che ha più uomini da sacrificare la logica è brutale ma comprensibile. Il Lumberjack, invece, non nasce dalla necessità di un paese sotto assedio. Nasce da un complesso militare-industriale che ha fiutato il business del secolo e sta correndo per accaparrarsi i contratti prima che il prossimo conflitto renda tutto urgente. Northrop Grumman, Palantir, Anduril, Shield AI — i nomi sono sempre gli stessi, le porte girevoli tra Pentagono e Silicon Valley girano sempre più veloce. E poi c’è l’Europa, che non vuole restare indietro: la Commissione Europea ha proposto a marzo il programma AGILE, uno strumento di finanziamento accelerato per portare le tecnologie di difesa — intelligenza artificiale, sciami di droni, sistemi di precisione — dallo sviluppo al dispiegamento operativo molto più rapidamente dei programmi esistenti. La guerra in Ucraina non è solo un conflitto: è una fiera campionaria dove i produttori di armi testano i prototipi in condizioni reali e poi li vendono al miglior offerente.

54 miliardi per automatizzare la morte

I numeri raccontano una storia che nessun comunicato stampa del Dipartimento della Difesa potrebbe rendere più chiara. Nel bilancio federale 2026, il Pentagono ha stanziato 13,4 miliardi di dollari per sistemi autonomi e intelligenza artificiale — la prima volta che una voce di bilancio separata viene dedicata a questa categoria. Di questi, 9,4 miliardi solo per veicoli aerei senza pilota, 1,7 miliardi per sistemi marittimi autonomi, 734 milioni per capacità subacquee, 1,2 miliardi per integrazione software. Il Defense Autonomous Warfare Group — acronimo DAWG, perché al Pentagono hanno un senso dell’umorismo involontario — ha ricevuto 225 milioni nel 2026. Poi è arrivata la richiesta per il 2027: 54,6 miliardi di dollari. Non una crescita graduale, non un incremento ragionevole — un’esplosione del 24.200% che rappresenta il 15% dell’intero bilancio di riconciliazione del Pentagono. Il DAWG dovrebbe trasformarsi in un Autonomous Warfare Command, un comando congiunto dedicato a orchestrare sciami di droni e imbarcazioni autonome in scenari che il Pentagono chiama «Hellscape». Paesaggio infernale. Almeno sul nome sono onesti.

Facciamo un passo indietro per capire cosa significano questi numeri nella pratica. 54,6 miliardi sono più del PIL di una settantina di paesi del mondo. Sono la dichiarazione inequivocabile che gli Stati Uniti hanno deciso che il futuro della guerra è autonomo, e che chiunque voglia opporsi — sia esso un nemico sul campo o un negoziatore alle Nazioni Unite — si troverà davanti un fatto compiuto. La logica è quella della corsa agli armamenti nucleari, ma con una differenza cruciale: le armi nucleari avevano una soglia d’uso altissima perché il loro impiego significava distruzione reciproca garantita. I droni autonomi abbassano quella soglia fino a farla scomparire. Quando uccidere non costa nulla in termini di vite proprie, il calcolo politico cambia radicalmente — nessun feretro avvolto nella bandiera torna a casa, nessuna madre protesta davanti alla Casa Bianca, nessun giornalista scatta la foto che cambia l’opinione pubblica. Il mito della guerra pulita diventa realtà operativa, e questo è forse l’aspetto più pericoloso dell’intera faccenda.

Chi ci guadagna è fin troppo facile da individuare. Northrop Grumman, Lockheed Martin, Raytheon, General Atomics — e poi la nuova generazione di contractor tech: Palantir, Anduril (fondata dal co-fondatore di Oculus Palmer Luckey, che ha costruito la sua fortuna sulla realtà virtuale e ora la investe nella realtà della guerra), Shield AI. Queste aziende non vendono solo hardware: vendono piattaforme software, analisi dati, sistemi di targeting automatizzato. Il modello di business è quello di Big Tech applicato alla guerra — abbonamenti, aggiornamenti continui, lock-in tecnologico che rende il cliente dipendente a vita. Una volta che il tuo esercito si affida al software di Palantir per identificare i bersagli, non puoi cambiare fornitore nel mezzo di un conflitto, esattamente come non cambi sistema operativo durante un progetto critico. È la stessa logica che tiene tutti incollati a Microsoft Office, solo che qui la posta in gioco è qualche ordine di grandezza diversa.

Ma il caso più inquietante di cosa succede quando l’intelligenza artificiale prende in mano il targeting non viene da un’esercitazione né da un test di laboratorio. Viene da una guerra vera contro una popolazione civile. Lavender e Gospel — i due sistemi AI usati dall’IDF nella Striscia di Gaza — hanno trasformato l’identificazione dei bersagli in un processo industriale, come abbiamo già raccontato su queste pagine. Gospel analizza dati di sorveglianza e segnala edifici e strutture da bombardare. Lavender fa qualcosa di peggio: segna persone, le inserisce in liste di morte. Ha generato elenchi di oltre 37.000 uomini palestinesi classificati come potenziali affiliati di Hamas o della Jihad Islamica. Un analista umano dedicava circa venti secondi a verificare ogni nome prima di passarlo alle squadre operative — e la «verifica» consisteva nel controllare che il bersaglio fosse maschio, partendo dal presupposto che le donne non combattano. L’IDF ha fissato una soglia di errore accettabile del 10%: una persona su dieci poteva essere completamente innocente, e questo rientrava nei costi operativi. Poi c’è il protocollo «Where’s Daddy» — dov’è papà — che merita un capitolo a parte nell’archivio dell’orrore automatizzato. Lavender non si limitava a segnalare i bersagli: ne tracciava gli spostamenti e avvisava gli operatori quando tornavano a casa, nelle proprie abitazioni civili. Il bombardamento avveniva di notte, sulle case, con le famiglie dentro. La logica era che un edificio residenziale costava meno munizioni di un obiettivo militare, e il bersaglio era più facile da localizzare quando dormiva nel proprio letto. Venti secondi tra la vita e la morte, decisi da una macchina che non distingue un miliziano da un civile omonimo.

Il trattato che non arriverà mai

La comunità internazionale ha avuto più di un decennio per fare qualcosa. Il risultato è un capolavoro di inerzia diplomatica che meriterebbe di essere studiato nelle facoltà di scienze politiche come caso esemplare di fallimento istituzionale. Dal 2013, la Campaign to Stop Killer Robots — una coalizione di oltre 250 organizzazioni non governative — chiede un trattato vincolante sulle armi autonome letali. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha fissato il 2026 come scadenza per concludere un accordo nell’ambito della sua New Agenda for Peace. Siamo ad aprile 2026 e quell’accordo non esiste, non è in fase di stesura finale, non è nemmeno oggetto di una discussione seria. Il Gruppo di Esperti Governativi alla Convenzione sulle Armi Convenzionali è all’ultimo anno del suo mandato, e il «testo progressivo» su cui si discute da anni assomiglia sempre più a un reperto storico di un’occasione mancata che a uno strumento giuridico con qualche possibilità di applicazione reale.

I numeri, sulla carta, giocano dalla parte giusta. Nel novembre 2025, la Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione sulle armi autonome con 156 voti a favore e solo 5 contrari. Ma quei cinque contrari pesano più dei 156 favorevoli messi insieme: Stati Uniti, Russia, India, Australia e Corea del Sud. Le potenze militari che stanno investendo miliardi nella guerra autonoma non hanno la minima intenzione di farsi limitare dal diritto internazionale — e senza di loro qualsiasi trattato è carta straccia. Israele non ha nemmeno votato contro: ha semplicemente ignorato la questione, come fa con la maggior parte delle risoluzioni ONU che lo riguardano. È la stessa dinamica che ha paralizzato ogni tentativo di regolamentazione nucleare per decenni, con una differenza fondamentale: le armi nucleari non le produceva chiunque con un budget modesto. I droni autonomi con capacità di targeting AI, tra qualche anno, saranno alla portata di qualsiasi stato medio e — cosa ancora più preoccupante — di attori non statali con risorse sufficienti per comprare componenti commerciali e adattarli.

A febbraio 2026, la campagna ha partecipato al summit REAIM a La Coruña, in Spagna, un evento che sulla carta doveva riunire stati, accademici, società civile e industria per discutere l’uso etico dell’AI in ambito militare. Nella pratica è stato l’ennesimo convegno dove i produttori di armi siedono allo stesso tavolo di chi chiede di vietarle, e alla fine vincono sempre i primi perché hanno i contratti e i miliardi, mentre i secondi dispongono solo di argomenti morali. Human Rights Watch continua a documentare, i giuristi di Article 36 continuano a scrivere brief legali, i ricercatori continuano ad avvertire che la finestra per una regolamentazione si sta chiudendo. Ma quella finestra non si sta chiudendo — è già chiusa, sbarrata e murata. La questione ormai non è se avremo un trattato sulle armi autonome. La questione è cosa fare quando il sistema internazionale ha dimostrato, per l’ennesima volta, di essere strutturalmente incapace di limitare la violenza automatizzata dai governi che la finanziano.

La risposta, se ne esiste una, non verrà dall’alto. Non dai governi che finanziano queste armi, non dalle aziende che ci guadagnano, non dalle organizzazioni internazionali che in settant’anni non sono riuscite a far rispettare nemmeno le convenzioni più elementari sul diritto umanitario. Se una resistenza è possibile, parte dal basso: dalla documentazione indipendente — come quella di +972 Magazine che ha rivelato al mondo i sistemi Lavender e Gospel, o come le inchieste di Rest of World sulla guerra dei droni in Iran — dall’attivismo digitale, dalla pressione sulle università e i centri di ricerca che collaborano con il settore militare, dal rifiuto individuale di chi lavora nella tech e sceglie di non mettere le proprie competenze al servizio della macchina bellica. Alcuni ricercatori di Google, Amazon e Microsoft hanno già rifiutato pubblicamente di lavorare su progetti legati alla difesa. Il movimento Tech Won’t Build It esiste ancora, anche se le aziende fanno di tutto per marginalizzarlo e sostituire chi se ne va con ingegneri meno scrupolosi. Non basterà, probabilmente. Ma è l’unico spazio di resistenza che non chiede il permesso a chi fabbrica le armi.

La guerra senza piloti non è il futuro — è il presente, ed è arrivata più veloce di qualsiasi regolamentazione, di qualsiasi dibattito etico, di qualsiasi illusione che la tecnologia fosse neutrale. Un robot ucraino conquista una trincea, un algoritmo israeliano decide chi vive e chi muore in venti secondi, il Pentagono chiede 54 miliardi per automatizzare l’inferno — e il mondo discute ancora se servano delle regole. Servirebbero, certo. Ma le regole le scrivono gli stessi governi che comprano i droni, e questo è il paradosso che nessun trattato internazionale risolverà. L’unica domanda che conta è se esisterà qualcuno — ingegneri, ricercatori, attivisti, cittadini — disposto a rifiutarsi di partecipare a questa corsa, sapendo che il rifiuto non fermerà niente ma che il silenzio è già complicità.