Drone militare in volo su un paesaggio desertico - droni colonialismo digitale guerra a distanza

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Il 20 marzo 2026, un attacco aereo e con droni ha colpito l’ospedale universitario di El Daein, nel Darfur orientale. Sessantaquattro morti — tra cui tredici bambini e sette donne. Un ospedale. Non una base militare, non un deposito di armi: un luogo dove la gente andava a farsi curare. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha definito l’escalation dei droni in Sudan «spaventosa». Ma la parola giusta non è spaventosa — è coloniale.

Quello che sta succedendo nei cieli dell’Africa e del Medio Oriente non è semplicemente un’evoluzione tecnologica della guerra. È la riproduzione, con strumenti digitali, della stessa logica che ha governato il colonialismo per secoli: controllare territori senza responsabilità, punire senza processo, uccidere senza rischiare nulla. Il drone è il perfetto strumento coloniale del ventunesimo secolo — consente di proiettare violenza a distanza infinita, trasformando esseri umani in coordinate su uno schermo. Grégoire Chamayou lo ha scritto con lucidità chirurgica nella sua Teoria del drone: non siamo più nel paradigma della guerra, ma in quello della caccia. E le prede — come sempre nella storia coloniale — hanno la pelle scura e vivono dall’altra parte del mondo.

I numeri raccontano una realtà brutale. Almeno trentuno paesi africani possiedono ormai migliaia di unità drone. Turchia, Cina, Emirati Arabi, Stati Uniti e Israele si contendono un mercato che vale miliardi, alimentando conflitti che non hanno nessuna intenzione di risolvere. Chi vende le armi trae profitto dalla guerra, non dalla pace. E il drone, per sua natura, rende la guerra più facile, più economica e soprattutto più invisibile per chi la conduce.

Il nuovo scramble for Africa si combatte dal cielo

La Turchia ha capito prima di tutti che i droni sono il nuovo strumento di influenza geopolitica — più economico delle basi militari, più discreto degli accordi di difesa formali, enormemente più redditizio. I Bayraktar TB2 di Baykar sono diventati il Kalashnikov del ventunesimo secolo: economici, affidabili, facili da usare e disponibili per chiunque abbia i soldi per comprarli. La lista dei clienti africani è impressionante e in continua espansione: Angola, Burkina Faso, Gibuti, Etiopia, Kenya, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Somalia, Togo, Tunisia — dodici paesi, e il numero cresce ogni anno. Nel 2024 le esportazioni di droni di Baykar hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari, in crescita dai 1,2 miliardi dell’anno precedente, mentre le esportazioni turche nel settore difesa verso l’Africa hanno toccato i 7,2 miliardi con un incremento del 29% in un solo anno. A partire dal 2026 alcuni droni verranno addirittura prodotti in Arabia Saudita con finanziamento saudita per facilitare gli acquisti africani, e a dicembre 2024 Baykar ha avviato un progetto per costruire e mantenere TB2 e i più avanzati Akinci direttamente in Marocco. Non è cooperazione allo sviluppo: è penetrazione commerciale con licenza di uccidere.

Ma la Turchia non è sola in questa corsa. Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito il loro impero aereo usando droni cinesi Wing Loong II — un modello che ha trasformato i cieli della Libia in un poligono di tiro a disposizione del generale Haftar, in barba all’embargo ONU sulle armi. Ancora nell’aprile 2026, immagini satellitari mostrano un tipo di drone mai visto prima parcheggiato nella base di Al Khadim. In Sudan la situazione è ancora più grave: gli Emirati hanno fornito alle Forze di Supporto Rapido di Hemedti sia droni cinesi che modelli commerciali DJI modificati per trasportare munizioni da 120 millimetri, il tutto attraverso almeno 86 voli cargo documentati dall’intelligence open source, atterrati sulla pista di Amdjarass nel Ciad orientale a partire dall’aprile 2023. Abu Dhabi nega con la faccia di bronzo, ma le prove — presentate ripetutamente dall’ambasciatore sudanese al Consiglio di Sicurezza ONU — sono schiaccianti. La Cina, dal canto suo, ha trovato nell’Africa il mercato perfetto per i propri sistemi militari: nessuna condizionalità politica, nessuna domanda scomoda sui diritti umani, solo business.

Gli Stati Uniti giocano una partita diversa ma ugualmente coloniale. Nel 2024 hanno chiuso la base di droni di Agadez (Air Base 201) e quella di Niamey (Air Base 101) in Niger, dopo che la giunta militare al potere ha revocato gli accordi militari — un raro esempio di sovranità imposta dal basso che ha costretto il Pentagono a fare le valigie. Ma non pensare che Washington abbia rinunciato al controllo aereo del continente: a marzo 2026, addestratori militari statunitensi operano droni Reaper dalla base aerea di Bauchi, in Nigeria. Il tenente generale Brennan dell’AFRICOM ha dichiarato con invidiabile faccia tosta che «non siamo sul mercato per creare una base di droni da nessuna parte» — una frase che suonerebbe comica se non fosse pronunciata dal rappresentante di un paese che ha speso oltre 100 milioni di dollari per la più grande base drone del Sahel. La realtà è che la presenza si è riconfigurata, non ridotta: meno basi fisse, più operazioni distribuite, stessa sorveglianza permanente. Il colonialismo si adatta — è la sua caratteristica più insidiosa.

Il mercato africano dei droni riproduce esattamente la dinamica dello scramble for Africa di fine Ottocento. Allora erano ferrovie, concessioni minerarie e trattati imposti con la forza; oggi sono UAV, contratti di difesa e sistemi d’arma autonomi. Le potenze globali e regionali competono per vendere tecnologia militare a governi africani che spesso la usano contro le proprie popolazioni civili. I droni non portano stabilità: come ha documentato l’Africa Center for Strategic Studies, la proliferazione rappresenta un fattore destabilizzante che abbassa la soglia del conflitto armato. Quando bombardare costa poco e non richiede soldati a terra, la tentazione di risolvere ogni crisi con un missile diventa irresistibile.

Gaza, il laboratorio dove si testa la morte algoritmica

Se vuoi capire dove finiscono le armi che poi inondano l’Africa e il Medio Oriente — e soprattutto dove vengono perfezionate — devi guardare a Gaza. La Striscia è diventata, senza esagerazione alcuna, il più grande laboratorio di armi AI al mondo. Non è un’opinione radicale: lo documentano il Washington Post, la NPR, il Carnegie Endowment e persino gli stessi produttori israeliani, che presentano i loro sistemi come «battle-tested» alle fiere internazionali con l’entusiasmo di un concessionario che vanta i chilometri di prova di un’auto nuova. Solo che qui i chilometri di prova si misurano in vite umane spezzate. La guerra a Gaza non è un effetto collaterale dell’innovazione bellica: ne è il motore principale.

I sistemi AI che hanno ridefinito il concetto di targeting militare si chiamano Lavender e Gospel (Habsora). Lavender assegna punteggi probabilistici a decine di migliaia di uomini palestinesi sulla base di dati di sorveglianza aggregati, identificando e approvando bersagli in appena venti secondi — spesso senza alcuna revisione umana significativa. Il tasso di errore dichiarato è del dieci per cento: su ogni dieci persone classificate come bersaglio, una è innocente per ammissione dello stesso sistema. Gospel analizza automaticamente dati di sorveglianza per individuare edifici, equipaggiamenti e persone ritenute nemiche, generando liste di obiettivi da bombardare a una velocità dieci volte superiore rispetto ai metodi tradizionali. La capacità di produrre bersagli è decuplicata — e con essa la distruzione. Come ho scritto analizzando il fenomeno dei droni letali e la morte per algoritmo, siamo entrati in un’epoca in cui non è un soldato a decidere chi vive e chi muore, ma un modello statistico con un margine di errore incorporato nel codice.

I droni a Gaza non si limitano a colpire — sorveglianza e targeting si fondono in un unico apparato di controllo totale. Per la prima volta al mondo, l’esercito israeliano ha dispiegato sciami di quadricotteri sulla Striscia meridionale, con ogni dispositivo che monitora una specifica porzione di territorio. Telecamere con riconoscimento facciale sono state installate ai checkpoint improvvisati per scansionare i volti dei civili in fuga, con persone detenute o picchiate sulla base di corrispondenze algoritmiche che in diversi casi si sono rivelate false. L’AI traccia le abitudini quotidiane e segnala chiunque mostri comportamenti «insoliti» — anche senza prove concrete. Quella che il ricercatore Ramón Reichert chiama «occupazione autonoma» è un’architettura digitale di potere autoritario che dissolve i confini tra azione militare, sorveglianza e governance.

Detto senza mezzi termini, Gaza ha dimostrato al mondo che l’intelligenza artificiale applicata alla guerra produce esattamente il contrario di quello che promette. Non maggiore precisione, ma maggiore volume di fuoco. Non meno vittime civili, ma la capacità di generare bersagli a una velocità tale che qualsiasi forma di controllo umano diventa una formalità burocratica — una casella da spuntare prima di premere il grilletto. Il rapporto di Access Now, intitolato non a caso Artificial Genocidal Intelligence, documenta come l’uso dell’AI abbia provocato «una devastante distruzione» e un’«erosione pericolosa della responsabilità nella condotta di guerra». CIVICUS ha sintetizzato la lezione con brutale chiarezza: «quando le macchine controllate dall’AI decidono chi vive, i diritti umani muoiono». Il problema non è la mancanza di un occhio umano nel processo — è che l’architettura stessa del sistema è progettata per rendere quell’occhio superfluo.

Il vero scandalo — quello che trasforma Gaza da tragedia locale a minaccia globale — è il ciclo commerciale che ne deriva. A dicembre 2025 le aziende israeliane hanno presentato le nuove tecnologie «testate sul campo» con l’orgoglio di chi mostra il risultato di una ricerca riuscita, e le startup di difesa incassano investimenti record come documentava il Washington Post a febbraio 2026. Ad aprile la Serbia ha annunciato un accordo per produrre droni con un colosso israeliano coinvolto nelle operazioni a Gaza. Il ciclo è perfetto e cinico: testi le armi su una popolazione sotto assedio, documenti i risultati con precisione ingegneristica, poi le vendi al mondo con l’etichetta combat proven. La retorica della guerra pulita crolla miseramente davanti alla realtà dei fatti. Quello che l’industria bellica chiama «innovazione» è, nella sostanza, l’ottimizzazione industriale dell’uccisione a distanza — e i territori colonizzati ne sono il banco di prova permanente.

Necropolitica dei cieli: chi decide chi vive e chi muore

Achille Mbembe ha coniato il termine «necropolitica» per descrivere una forma di sovranità che si esercita non attraverso il governo della vita, ma attraverso il diritto di decidere chi vive e chi muore. Grégoire Chamayou, nella sua Teoria del drone, ha applicato quel concetto alla guerra aerea con un’osservazione che andrebbe scolpita nel marmo: il drone non è un’arma di guerra in senso classico — è un’arma di caccia. La differenza non è semantica. Nella guerra, due parti si affrontano con il rischio reciproco della morte; nella caccia, il cacciatore è invulnerabile e la preda non ha modo di rispondere. Il drone porta questa asimmetria all’estremo assoluto: l’operatore siede in una base a migliaia di chilometri dal bersaglio, guarda uno schermo, preme un pulsante e torna a casa per cena. La persona dall’altra parte — se ha la sfortuna di trovarsi nel raggio d’azione — non saprà mai chi l’ha uccisa, né perché.

I dati dal Sudan del 2026 rendono questa astrazione terribilmente concreta. Nei primi due mesi e mezzo dell’anno le Nazioni Unite hanno documentato oltre 500 civili uccisi in attacchi con droni: centonovantotto attacchi registrati, almeno cinquantadue con vittime civili accertate, 478 morti tra il primo gennaio e il 15 marzo. E il conteggio si è fermato a metà marzo — il resto è ancora peggio. L’attacco all’ospedale di El Daein è solo il più visibile di una campagna sistematica: a febbraio un attacco delle RSF con droni ha ucciso 24 sfollati in fuga dalla guerra; a marzo un drone ha colpito un mercato uccidendo 11 persone. Entrambe le parti del conflitto usano droni per bombardare civili, e i fornitori stranieri lavano via ogni responsabilità con la logica eterna del mercante d’armi: «noi vendiamo, loro decidono come usare». Il profitto è nostro, il sangue è loro — come in ogni epoca coloniale.

Il concetto di «colonialismo aereo» — elaborato dai ricercatori che studiano la necropolitica delle basi drone in Africa — cattura precisamente questa dinamica. Non serve più occupare un territorio con soldati e amministratori coloniali: basta controllarne i cieli. La sorveglianza satellitare permanente, i droni di intelligence che sorvolano ventiquattro ore su ventiquattro, i sistemi di targeting AI che classificano automaticamente gli esseri umani in «minacce» e «non-minacce» — tutto questo produce una forma di dominio che Mbembe definirebbe necropolitica nel senso più puro del termine. Il potere si manifesta attraverso la capacità di uccidere a distanza, senza processo, senza appello, senza nemmeno la necessità di conoscere il nome della vittima. Come ho analizzato parlando dell’alleanza tra Pentagono e Big Tech, il complesso militare-industriale-digitale ha trovato nel drone il suo strumento perfetto: economico, scalabile, politicamente invisibile. E i droni urbani stanno portando questa stessa logica dentro le nostre città — il confine tra guerra esterna e controllo interno è ormai evaporato.

C’è un aspetto che rende tutto questo particolarmente odioso: la totale asimmetria del rischio. Quando un pilota di Reaper nella base di Creech, in Nevada, lancia un Hellfire su un villaggio del Sahel, la sua vita non è in pericolo per un singolo istante. La guerra asimmetrica — che gli strateghi militari presentano come un vantaggio tattico — è in realtà la struttura fondamentale della relazione coloniale: una parte ha il potere assoluto di vita e di morte, l’altra subisce senza possibilità di risposta. I droni non hanno reso la guerra più «chirurgica» o più «umana», come vorrebbe la propaganda: l’hanno resa più facile da condurre, più difficile da criticare — perché non ci sono bare dei «nostri» da mostrare al telegiornale — e infinitamente più asimmetrica. La soglia politica per l’uso della forza si è abbassata fino a scomparire. Come scrive il rapporto Unmanned Imperialism, «la devastante potenza aerea non è più dominio esclusivo delle superpotenze globali» — ma questa proliferazione non ha democratizzato nulla: ha solo moltiplicato i cacciatori e le prede.

Il drone come strumento di colonialismo digitale non è una metafora — è una descrizione fattuale di come il potere si proietta nel ventunesimo secolo. Turchia, Emirati, Stati Uniti, Israele e Cina vendono tecnologia di morte a governi che la usano per controllare, sorvegliare e uccidere — spesso le proprie popolazioni civili. Gaza è il laboratorio dove si perfezionano le armi, l’Africa il mercato dove si vendono, il Sudan il mattatoio dove si testano nella pratica quotidiana della guerra. Il tutto avviene in un vuoto normativo internazionale che non è casuale ma funzionale agli interessi di chi produce e vende.

Le resistenze esistono, e sarebbe disonesto ignorarle. L’intelligence open source che documenta i voli cargo verso il Ciad. I ricercatori indipendenti che tracciano ogni singolo attacco in Sudan. Le organizzazioni per i diritti umani che portano le prove al Consiglio di Sicurezza ONU, anche quando le grandi potenze fanno finta di non sentire. Ma la partita è brutalmente sbilanciata: la tecnologia dei droni è nelle mani di chi ha capitale e potere militare; chi la subisce ha — nella migliore delle ipotesi — un telefono per documentare la propria distruzione e la speranza che qualcuno, da qualche parte, stia guardando.

La prossima volta che senti parlare di «democratizzazione della tecnologia», ricordati dell’ospedale di El Daein. Sessantaquattro morti. Tredici bambini. Un drone. Nessun pilota a bordo. Nessuna responsabilità a terra.