Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri italiano ha approvato un pacchetto sicurezza che autorizza ufficialmente l’uso dei droni per il mantenimento dell’ordine pubblico, sotto controllo della magistratura. Niente dibattito parlamentare aperto, niente consultazione con la società civile — un comunicato stampa e il gioco è fatto, come se stessimo parlando dell’ennesimo aggiustamento burocratico e non di occhi meccanici che volano sopra le nostre teste. Due mesi prima, dall’altra parte dell’Atlantico, il dipartimento di polizia di Baton Rouge in Louisiana aveva speso un milione di dollari per lo Stalker VXE30, un drone ad ala fissa prodotto da Lockheed Martin — la stessa azienda che costruisce i missili Hellfire, i caccia F-35 e i sistemi d’arma impiegati dall’esercito americano nei teatri di guerra di mezzo mondo. Il capo della polizia locale, TJ Morse, l’ha detto con una franchezza che fa gelare il sangue: «Può stare a chilometri di distanza, ma la telecamera ti inquadra la faccia».
Se pensi che siano storie lontane, guardati intorno. A Oslo droni DJI sono già installati permanentemente sui tetti dei palazzi, pronti a decollare in venti secondi verso qualsiasi punto della città. La polizia svedese ne gestisce oltre 350. Nel Regno Unito più di 60 amministrazioni locali hanno operatori di droni certificati — Sunderland ne schiera 13, con piloti addestrati. In Italia il protocollo firmato tra il Viminale e l’ENAC consente già alle forze dell’ordine di usare droni per «il controllo del territorio, la gestione dell’ordine pubblico, il contrasto al terrorismo e la prevenzione dei reati di criminalità organizzata» — una formulazione abbastanza elastica da coprire qualsiasi scenario, dalle manifestazioni di piazza ai quartieri che qualcuno decide essere «degradati». La sorveglianza aerea non è il futuro. È il presente che si sta costruendo sopra la tua testa, pezzo dopo pezzo, e il fatto che quasi nessuno ne discuta è parte integrante del progetto.
Dal campo di battaglia al marciapiede sotto casa
Il caso di Baton Rouge è emblematico non per la sua eccezionalità, ma perché svela senza filtri il meccanismo che altrove si nasconde dietro eufemismi e comunicati stampa. Lo Stalker VXE30 non è un quadricottero da polizia con quattro eliche e una GoPro: è un drone a ala fissa progettato per la ricognizione militare a lungo raggio, con un’autonomia di volo che copre decine di chilometri e telecamere ad alta risoluzione capaci di identificare un volto a grande distanza. Lo usa l’esercito americano per missioni di sorveglianza e intelligence. Adesso lo usa anche la polizia di una città della Louisiana per quelle che definiscono «operazioni di sorveglianza». L’Electronic Frontier Foundation ha immediatamente presentato una richiesta di accesso agli atti per capire le condizioni dell’acquisto e le lacune nelle politiche di supervisione, perché le capacità del drone sollevano questioni che nessun comunicato potrà edulcorare: può accedere visivamente a spazi privati — cortili, terrazze, giardini — altrimenti inaccessibili senza mandato, supporta lettori automatici di targhe e il riconoscimento facciale retroattivo. Un milione di dollari per trasformare il cielo sopra una città americana in un teatro di sorveglianza permanente, con una discussione pubblica pari a zero.
Baton Rouge è solo la punta di un iceberg che si estende in modo sistematico attraverso gli Stati Uniti e, sempre più, anche in Europa. Axon — l’azienda che fino a poco fa si chiamava Taser International, e il cambio di nome già dice tutto sulla necessità di ripulirsi l’immagine — ha costruito un modello di business che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la democrazia. Vendono alle forze dell’ordine pacchetti chiavi in mano con contratti decennali: bodycam, taser, droni, archiviazione cloud, software di intelligenza artificiale, il tutto integrato in un unico ecosistema proprietario. A Orlando, in Florida, il consiglio comunale ha approvato un programma Axon-Skydio da 6,8 milioni di dollari per 11 droni su otto anni. A Portland, nel Maine, dopo un primo rifiuto il consiglio ha ceduto e approvato un drone Skydio-Axon da 45.000 dollari. A New Castle County, nel Delaware, il conto sale a 50 milioni in dieci anni per droni, taser e bodycam — tutto da un unico fornitore. Un abbonamento alla sorveglianza come servizio, con vincoli che legano le amministrazioni e i loro dati a una singola corporation per un decennio. La linea tra industria bellica e polizia civile è stata cancellata con un tratto di penna, e nessuno l’ha nemmeno messa ai voti.
Il concetto venduto con più entusiasmo si chiama «Drone as First Responder» — il drone come primo soccorritore. L’idea suona ragionevole, perfino rassicurante: quando arriva una chiamata al 911, prima della pattuglia parte un drone. Con un tap sul pulsante laterale della bodycam l’agente chiede supporto aereo, un operatore remoto lancia il velivolo in venti secondi, novanta secondi per raggiungere la scena dell’incidente. Sulla carta, chi può obiettare? Il nocciolo della questione però è un altro: cosa succede quando il drone non sta rispondendo a un’emergenza? Un drone parcheggiato su un tetto non è mai davvero spento — le telecamere raccolgono immagini di chiunque si trovi nel raggio operativo. L’EFF lo ha documentato con precisione chirurgica: i programmi DFR raccolgono dati su ogni persona che si trova nel percorso di volo, soprattutto nei quartieri con alto volume di chiamate al pronto intervento. E questi quartieri — non è un caso, è un meccanismo strutturale — sono quasi sempre quelli più poveri, con maggiore presenza di minoranze, dove la polizia è già presente in modo sproporzionato. La sorveglianza aerea non è mai neutrale: amplifica le disuguaglianze che già esistono e le trasforma in infrastruttura permanente.
In Europa il processo è più silenzioso ma segue la stessa traiettoria. La Norvegia ha piazzato droni DJI sui tetti di Oslo e Trondheim, pronti al decollo automatico per qualsiasi emergenza — e il confine tra emergenza e routine è sottile come una riga di codice. La Svezia vanta la flotta di droni della polizia più grande del continente. Nel Regno Unito, Big Brother Watch ha lanciato un allarme che andrebbe preso molto più seriamente di quanto stia accadendo: «La Gran Bretagna è già uno dei paesi più sorvegliati della Terra, con telecamere a circuito chiuso a ogni angolo di strada. Non abbiamo bisogno anche di telecamere volanti». Jake Hurfurt, responsabile ricerca dell’organizzazione, ha aggiunto un dettaglio che smonta l’intero impianto retorico della sicurezza: i droni possono servire a monitorare alluvioni o fare rilievi del territorio, ma non devono diventare «spie nel cielo». Il problema, detto in parole povere, è semplice: una telecamera fissa ti guarda da un punto. Un drone ti segue.
L’infrastruttura del controllo, pezzo dopo pezzo
I singoli droni sono alberi che nascondono la foresta. Serve guardare il sistema nel suo insieme per capire cosa si sta montando. In Italia il pacchetto sicurezza di febbraio 2026 non si limita ad autorizzare i droni: introduce le «zone rosse a sorveglianza rafforzata», aree urbane dove il prefetto può disporre l’allontanamento di persone segnalate negli ultimi cinque anni per reati contro il patrimonio o la persona. Attenzione alla parola: segnalate, non condannate. Una denuncia che non ha portato a nulla può bastare per espellerti dal tuo quartiere. Cinquanta milioni di euro stanziati per potenziare la videosorveglianza nelle aree delle stazioni ferroviarie. E il dettaglio che dovrebbe far drizzare le antenne a chiunque: la polizia può trattenere una persona fino a 12 ore in via preventiva durante le manifestazioni se la ritiene pericolosa per l’ordine pubblico, con notifica al giudice solo dopo la detenzione. Prima ti fermano, poi — forse, con calma — avvisano il magistrato. Lo «scudo procedurale» per le forze dell’ordine completa il quadro, impedendo l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi usa le armi in servizio. Più potere di sorveglianza, più potere di detenzione preventiva, meno responsabilità — e se il disegno non ti è chiaro, è perché funziona esattamente così, una misura «ragionevole» alla volta.
A livello europeo la Commissione ha pubblicato a febbraio 2026 un Piano d’Azione sulla sicurezza dei droni, ufficialmente orientato alla difesa contro droni ostili ma che nella sostanza fornisce alle forze dell’ordine strumenti, finanziamenti e legittimazione per espandere massicciamente l’uso dei droni nella sorveglianza urbana — incluso il «crowd control», cioè il contenimento delle folle, che in linguaggio meno asettico significa sorvegliare le manifestazioni dall’alto. L’European Drone Defence Initiative punta a costruire uno «scudo multi-livello a 360 gradi» entro il 2027 e la registrazione obbligatoria scenderà ai droni da 100 grammi — praticamente qualsiasi dispositivo volante. Frontex, l’agenzia per le frontiere con un curriculum di pushback illegali e violazioni dei diritti umani che nessun rebranding riuscirà a nascondere, ha completato un progetto pilota con la Bulgaria coprendo 8.100 chilometri quadrati con droni forniti da operatori privati nel modello «company-owned, company-operated» — la sorveglianza dei confini europei è già esternalizzata ad aziende private che possiedono e gestiscono i droni per conto dell’agenzia. Lo Statewatch, organismo di monitoraggio indipendente, ha denunciato che la revisione del mandato Frontex per il 2026 mira ad espandere ulteriormente le pratiche violente ai confini. Il report «The Unmanned Futures» dell’Innovation Lab di Europol, ripreso ad aprile 2026 dalla piattaforma NOTIONES, usa un linguaggio che nessuno dovrebbe sottovalutare: parla di un «ambiente operativo tridimensionale» dove le forze dell’ordine devono agire «senza soluzione di continuità tra aria, terra e mare». Non è fantascienza — è dottrina militare applicata al policing civile, nero su bianco in un documento ufficiale dell’Unione Europea.
C’è poi il versante privato, che è forse il più pericoloso perché si mimetizza nella quotidianità domestica. A febbraio 2026 Amazon è stata costretta a cancellare la partnership tra Ring — i campanelli-videocamera smart installati in milioni di case — e Flock Safety, l’azienda che gestisce una delle più grandi reti di lettori automatici di targhe in America: oltre 5.000 comunità collegate, migliaia di telecamere con intelligenza artificiale montate su pali che scansionano ogni veicolo di passaggio. L’integrazione avrebbe permesso ai proprietari di Ring di condividere i filmati delle telecamere domestiche con la polizia attraverso «Community Requests». È saltata dopo che uno spot del Super Bowl — in cui Ring mostrava la funzione «Search Party» per ritrovare cani smarriti tramite la rete di telecamere — ha scatenato un’ondata di proteste furiosa sui social. La gente ha capito il sottotesto al volo: se puoi cercare un cane, puoi cercare una persona. Amazon ha chiuso la partnership con una scusa imbarazzante («servivano più tempo e risorse del previsto»), ma ha mantenuto intatta la collaborazione con Axon — la stessa azienda dei droni e dei taser. Ring e Axon restano collegati. La polizia può ancora chiedere i tuoi filmati. La rete di sorveglianza privata non è stata smantellata: ha perso un pezzo sotto pressione pubblica e ne ha tenuti tutti gli altri.
La «smart city» — questo concetto venduto da due decenni come sinonimo di progresso — si sta rivelando per quello che è sempre stato: un progetto di controllo travestito da efficienza urbana. Telecamere, sensori IoT, droni, lettori di targhe, riconoscimento facciale, bodycam collegate al cloud — ogni elemento viene presentato come isolato, ragionevole, persino utile. Ma la somma produce qualcosa di radicalmente diverso dalla somma delle parti: un’infrastruttura di sorveglianza capillare dove ogni tuo movimento è potenzialmente tracciabile, registrabile, analizzabile. Privacy International lo ha documentato con chiarezza: in una smart city «il diritto alla privacy viene interamente ridefinito» perché si crea un ambiente dove «non ci si aspetta più il consenso alla raccolta, elaborazione e condivisione dei dati». A controllare questa infrastruttura non sei tu, non è la tua comunità, non è un ente pubblico trasparente — sono aziende private con contratti decennali, modelli di business basati sui dati e zero obblighi di rendere conto a chi vive in quelle strade.
Chi sorveglia i sorveglianti
Se il caso Ring-Flock insegna qualcosa è che la pressione pubblica funziona — a volte. Milioni di commenti indignati dopo uno spot del Super Bowl possono costringere Amazon a un passo indietro. Ma è un passo tattico, non strategico: l’infrastruttura resta in piedi, il modello di business non cambia, e Ring continua a collaborare con Axon per la condivisione dei filmati con la polizia. Città intere hanno seguito Amazon e interrotto i contratti con Flock Safety nei mesi successivi — segno che l’indignazione ha prodotto un effetto domino reale. Le vittorie parziali non vanno sottovalutate, ma nemmeno confuse con la risoluzione del problema strutturale. Servono meccanismi di monitoraggio permanente, non solo ondate di rabbia episodica che si esauriscono in un ciclo di notizie.
Le organizzazioni per i diritti digitali stanno facendo un lavoro essenziale con risorse infinitamente più piccole di quelle a disposizione dell’industria della sorveglianza. L’Electronic Frontier Foundation mantiene l’Atlas of Surveillance, una mappa interattiva e costantemente aggiornata delle tecnologie di sorveglianza usate dalla polizia americana — droni, lettori di targhe, riconoscimento facciale, simulatori di celle telefoniche, sistemi di intercettazione. L’EFF ha documentato l’espansione dei programmi DFR città per città: Denver sta testando droni di due fornitori diversi, Baton Rouge ha fatto il salto direttamente al drone da guerra. A febbraio 2026 l’organizzazione ha pubblicato un’analisi sulla «sorveglianza gratuita» — aziende che offrono tecnologia di monitoraggio a costo zero alle amministrazioni locali — smontando l’idea che se non paghi non c’è costo. «La tecnologia di sorveglianza gratuita ha comunque un prezzo alto e pericoloso», ha scritto l’EFF, perché il conto non è in denaro ma in dati ceduti, dipendenza tecnologica e normalizzazione del controllo capillare fino a renderlo invisibile.
Nel Regno Unito, Big Brother Watch ha chiesto al Parlamento di legiferare per regolamentare l’uso dei droni da parte della polizia, denunciando che «la sorveglianza con i droni è caduta nelle crepe tra legge e regolamentazione». La Sussex Police è stata beccata a usare droni per monitorare studenti universitari di notte — un episodio che da solo dimostra quanto sia inevitabile il «mission creep», la deriva dello scopo originario, quando si danno strumenti di sorveglianza senza limiti chiari a chi detiene il potere. Il problema è strutturale, in tutta Europa: la tecnologia avanza più veloce delle leggi, e quando le leggi arrivano spesso espandono il potere invece di limitarlo. In Italia, la Prefettura di Lecce ha bloccato l’uso dei droni da parte della polizia locale stabilendo che servono autorizzazioni specifiche con equiparazione ad aeromobile di Stato — ma è una barriera burocratica, non un principio di diritto fondamentale, e il governo ha già dimostrato con il pacchetto sicurezza di voler spianare qualsiasi ostacolo normativo all’espansione della sorveglianza.
I sondaggi raccontano un quadro contraddittorio e rivelatore. Quasi il 70% degli americani teme che le tecnologie di sorveglianza urbana possano essere usate per reprimere proteste e libertà di espressione. Il 90% vuole avere voce in capitolo prima che vengano adottati nuovi sistemi nella propria città. Eppure il 73% riconosce che la sorveglianza migliora la risposta alle emergenze. Questa contraddizione non è stupidità — è la trappola perfetta: il sistema funziona perché offre qualcosa di tangibile e immediato in cambio di qualcosa che non vedi e non tocchi fino a quando non è troppo tardi. La privacy non è un oggetto, non la stringi tra le mani, non noti il momento esatto in cui scompare. Ma quando è andata, riprenderla è quasi impossibile. E l’algoritmo che prima sorveglia, poi predice, poi giudica ha già un modello pronto per il passo successivo — e quel passo, senza resistenza organizzata dal basso, lo farà.
C’è una parola che ricorre in ogni documento ufficiale — da Europol alla Commissione Europea, dal Viminale alle conferenze dei capi di polizia — e quella parola è «sicurezza». Droni per la sicurezza, zone rosse per la sicurezza, detenzione preventiva per la sicurezza, scudo procedurale per la sicurezza di chi spara. Ma sicurezza di chi? Da chi? La città che stanno costruendo sopra la tua testa non è più sicura per te — è più controllabile da loro. Lo spazio pubblico che attraversi ogni giorno si sta trasformando in un «ambiente operativo tridimensionale» — parole di Europol, non mie — con gli stessi strumenti, lo stesso linguaggio e la stessa logica dei teatri di guerra. Un drone Lockheed Martin che ieri sorvolava Kabul oggi pattuglia Baton Rouge. Un DJI che ieri monitorava il confine bulgaro domani sorveglia il corteo sotto casa tua. La domanda non è se accadrà. È se avrai ancora il diritto di alzare la testa e dire che non sei d’accordo.
