Redazione giornalistica con scrivanie vuote e schermi spenti - giornalismo intelligenza artificiale crisi editoria

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Cory Doctorow l’ha scritto su Pluralistic l’11 marzo 2026 con una brutalità che andrebbe stampata e appesa in ogni redazione: i “giornalisti AI” non dimostrano che l’intelligenza artificiale sta uccidendo il giornalismo. Dimostrano che i padroni dei media non hanno mai voluto davvero informarti. Il punto è questo, ed è un punto che cambia tutto il modo in cui dovresti guardare la crisi dell’editoria. Non è una storia di tecnologia che sostituisce gli umani — è una storia di potere, di soldi, e di un’industria che ha sempre trattato l’informazione come un fastidio necessario da monetizzare il più possibile spendendo il meno possibile. L’AI non ha ucciso niente: ha solo reso visibile quello che era già morto da un pezzo. Un giornale, nell’ottica di chi lo possiede, non è mai stato un servizio pubblico. È — per usare le parole di Doctorow — “una fastidiosa fabbrica di pop-up e cookie con un’entità giornalistica vestigiale attaccata”. Se fosse possibile eliminare del tutto la parte giornalistica e tenere solo la macchina che genera ricavi pubblicitari, i proprietari lo farebbero domani mattina. E in effetti, con l’AI nelle redazioni, è esattamente quello che stanno tentando di fare.

Il giornalismo era già morto, l’AI firma solo il certificato

Partiamo dai fatti, che sono più eloquenti di qualsiasi editoriale. Nel 2023 CNET ha pubblicato 77 articoli generati da intelligenza artificiale senza dirlo ai propri lettori — articoli pieni di errori che hanno richiesto correzioni a catena quando la cosa è venuta a galla grazie ad altri giornalisti, non certo grazie alla trasparenza della testata. Sports Illustrated è andata oltre: ha pubblicato recensioni firmate da autori inesistenti, con foto profilo comprate da un sito di ritratti generati dall’AI. Drew Ortiz, Sora Tanaka — nomi finti, facce finte, testi finti, prodotti da una società terza chiamata AdVon Commerce che nessun lettore aveva mai sentito nominare. BuzzFeed ha scommesso tutto sull’AI nel 2023, ci ha messo la faccia con “Buzzy the Robot” come coautore degli articoli, ha perso 57,3 milioni di dollari nel 2025 e ora barcolla sull’orlo del fallimento. Tre casi diversi, stesso schema: non si trattava di “sperimentare con l’AI per migliorare il giornalismo”. Si trattava di tagliare costi eliminando le persone che scrivevano, e di sperare che nessuno se ne accorgesse. La qualità non era una priorità — era un effetto collaterale del fatto che, per produrre contenuti, servivano esseri umani. Togli gli umani e resta lo slop, la poltiglia digitale che nessuno vuole leggere ma che genera impression pubblicitarie sufficienti a tenere in piedi il modello di business.

Doctorow usa un’analogia che centra il bersaglio: è come quando le aziende hanno esternalizzato il servizio clienti in call center dove gli operatori non potevano deviare dallo script nemmeno di una virgola. Non l’hanno fatto per migliorare il servizio — l’hanno fatto perché del servizio non gliene importava nulla, e i clienti che chiamavano per risolvere un problema potevano anche restare in attesa quaranta minuti ascoltando musichetta. Quando un editore come Hearst assume un singolo freelance per fare il lavoro di trenta giornalisti, il messaggio è identico: “Non ci interessa la qualità di questo lavoro”. L’AI è solo l’ultimo strumento in una lunga catena di strumenti pensati per estrarre valore dal giornalismo senza investirci nulla. Prima c’erano i freelance sottopagati, poi gli stagisti non retribuiti, poi i content mill che sfornano articoli-fotocopia ottimizzati per Google, e ora i modelli linguistici che producono testo a costo marginale zero. Il denominatore comune non è mai stato la tecnologia: è la volontà sistematica di ridurre l’informazione a un costo da minimizzare. Mai a un valore da proteggere.

I numeri del 2026 raccontano il resto della storia senza bisogno di commenti. Secondo il tracker di Press Gazette, solo nei primi tre mesi dell’anno le redazioni americane hanno perso centinaia di posti: Washington Post, Politico, Vox Media, CNBC, Wall Street Journal, Axios — e l’elenco si allunga ogni settimana. Il ritmo dei licenziamenti nel 2026 supera già quello dell’anno precedente, e siamo appena ad aprile. Non è solo l’AI a guidare questi tagli, attenzione — è la combinazione letale tra il crollo del traffico da ricerca (le AI Overviews di Google hanno ridotto i click verso i siti di notizie in modo misurabile), il collasso della pubblicità cartacea, e la decisione fredda e calcolata dei proprietari di trattare il giornalismo come un reparto in dismissione. Intanto ad aprile il New York Times licenzia un collaboratore perché copiava dall’intelligenza artificiale. L’ironia è spessa come un muro: il giornale più potente del mondo — lo stesso che fa causa a OpenAI per violazione del copyright — scopre che i suoi stessi collaboratori usano ChatGPT per produrre il contenuto che l’AI ha imparato a generare dai suoi articoli. Il serpente si mangia la coda, e nessuno ride.

Italia: dieci euro ad articolo e un padrone che scappa

Se pensi che la situazione americana sia grave, quello che succede in Italia è peggio — con l’aggravante di un’ipocrisia tutta nostrana che ha pochi eguali al mondo. Marzo 2026: John Elkann vende GEDI, il gruppo che possiede la Repubblica e La Stampa, ad Antenna del gruppo SAE. La vendita avviene senza alcuna garanzia occupazionale nel contratto. Zero, niente, il vuoto. I giornalisti scioperano per giorni — Repubblica non esce, La Stampa nemmeno — e il comitato di redazione attacca Elkann che se ne va “nel modo peggiore possibile, senza tenere in considerazione nel contratto di acquisto le richieste di garanzia occupazionale per tutti i lavoratori”. La FNSI denuncia lo smantellamento di quello che avrebbe dovuto essere il polo dell’informazione italiana. Ma facciamo un passo indietro, perché il contesto è fondamentale: Elkann non ha mai investito sul giornalismo. Ha comprato GEDI nel 2020, l’ha progressivamente svuotata cedendo testate pezzo per pezzo, e quando la cosa non gli serviva più l’ha scaricata. Il “progetto di un grande gruppo editoriale europeo” si è trasformato in una liquidazione a rate — prima il passaggio al gruppo greco Kyriakou, poi la vendita de La Stampa — che segna la fine effettiva del gruppo. I giornalisti? Danni collaterali di un’operazione finanziaria. Come sempre, del resto.

Il vero scandalo italiano, però, non è un singolo oligarca che dismette i suoi giocattoli editoriali — è il sistema intero che ha reso possibile e normale questa dismissione. I dati dell’Osservatorio sul giornalismo e della FNSI dipingono un quadro che definire desolante è un eufemismo generoso. Un freelance in Italia viene pagato in media 10 euro lordi ad articolo. Dieci euro per un pezzo che richiede ricerca, verifica delle fonti, scrittura, revisione — e spesso anche la caccia disperata a un committente che paghi entro novanta giorni. Il 70% dei freelance guadagna meno di 25.000 euro l’anno, e tra gli under 35 il 37% non supera i 5.000 euro annui — meno di quanto guadagni facendo consegne per Deliveroo, e senza nemmeno la bicicletta in dotazione. Il 60% dei collaboratori non arriva a 500 euro al mese. La legge sull’equo compenso del 2023 resta in gran parte lettera morta: i freelance con partita IVA sono fuori dal contratto nazionale, abbandonati a un mercato che li tratta come fornitori di contenuto usa e getta. Il Post lo ha scritto chiaro a fine marzo 2026: il contratto dei giornalisti italiani si regge su un paradosso strutturale, perché tutela chi ha un posto fisso in redazione (sempre meno) e ignora chi produce la maggior parte dei contenuti dall’esterno (sempre di più). Detto senza mezzi termini: se paghi un giornalista come una macchina, non sorprenderti quando qualcuno decide che una macchina vera costa meno e non protesta. L’AI non è arrivata a distruggere una professione dignitosa — è arrivata in un deserto dove la dignità professionale era già stata cancellata da anni di precarizzazione sistematica e deliberata.

Il report del Reuters Institute per il 2026 descrive quello che chiama “barbell effect”, effetto bilanciere: da un lato i media che investono sulla distintività umana, sull’originalità e l’autorevolezza giornalistica; dall’altro i player — soprattutto locali e verticali — che useranno l’AI per fare scala a costi irrisori. La traduzione italiana di questo effetto è brutale e senza possibilità di appello: qualche grande testata sopravviverà producendo giornalismo premium per chi può pagare l’abbonamento (30, 40, 50 euro al mese), mentre il resto sarà un mare di slop automatizzato che nessuno leggerà davvero, ma che genererà traffico sufficiente a giustificare la vendita di spazi pubblicitari programmatici. L’informazione locale — quella che ti racconta cosa succede nel tuo quartiere, nella tua ASL, nel tuo consiglio comunale, nelle gare d’appalto sotto casa tua — è la prima a morire. E con lei muore qualsiasi possibilità di controllo democratico dal basso. Non è un effetto collaterale: è il risultato di un sistema che ha sempre considerato l’informazione un peso, non un diritto.

Lo sciopero che nessuno ti racconta

C’è una notizia che dovresti conoscere e che i grandi media hanno trattato con la stessa attenzione che riservano ai comunicati stampa delle province — cioè il minimo sindacale per poter dire “ne abbiamo parlato”. Il 20 marzo 2026, la redazione di ProPublica ha votato per autorizzare il primo sciopero in una redazione americana motivato esplicitamente dalla protezione contro l’intelligenza artificiale. Il 92% dei circa 150 tra giornalisti, copyeditor, videomaker e operatori ha votato per abbandonare le scrivanie se la direzione non accetta le loro richieste. Cosa chiedono? Un divieto esplicito di licenziamenti legati all’adozione dell’AI, la clausola di giusta causa per i licenziamenti, tutele basate sull’anzianità di servizio, aumenti salariali legati al costo della vita, e l’obbligo di dichiarazione esplicita su qualsiasi contenuto pubblicato creato o modificato da intelligenza artificiale. Il voto arriva dopo due anni e mezzo di trattative per il primo contratto collettivo della testata — e il fatto che una testata investigativa di questa caratura debba minacciare lo sciopero per ottenere garanzie così elementari ti dice tutto su dove siamo arrivati. Il dettaglio che rende la cosa grottesca fino al surreale: ProPublica ha aderito all’AI Collaborative del Lenfest Institute, un programma finanziato con soldi di OpenAI, che ha piazzato un ingegnere di machine learning nella redazione per due anni. I soldi di OpenAI finanziano la “sperimentazione” AI nella stessa redazione che deve scioperare per proteggersi dai licenziamenti causati dall’AI. Il cerchio si chiude, e non è un cerchio virtuoso.

Dall’altra parte dello spettro c’è il modello Axios, che funziona come manifesto involontario di tutto ciò che non va nell’editoria contemporanea. A marzo 2026 il CEO Jim VandeHei ha licenziato 11 persone dalla redazione — desk notizie, team visual, team social — e pochi giorni dopo ha spedito un memo interno in cui definisce l’AI il motore del suo “moonshot” per trasformare Axios nella “organizzazione giornalistica più utile d’America”. Le parole esatte, testuali: “Stiamo iniziando a vedere come l’AI può aiutarci ad automatizzare alcune attività per concentrare gli umani sul lavoro più importante”. Traduzione per chi non parla aziendalese: abbiamo scaricato le persone che facevano il lavoro meno glamour e ora diciamo che l’AI farà meglio di loro, sperando che nessuno noti la contraddizione tra il “concentrare gli umani” e l’aver appena ridotto il numero di umani disponibili. È la stessa logica di sempre — quella che Doctorow descrive con la metafora del call center. Non si automatizza il lavoro che conta davvero. Si automatizza il lavoro che chi comanda considera sacrificabile, poi si rivende l’operazione come “innovazione” e “trasformazione digitale”. L’ha fatto Amazon con i magazzinieri, Uber con i tassisti, DoorDash con i rider che addestrano l’AI che li rimpiazzerà. Gli editori non fanno eccezione — seguono lo stesso copione, con la variante cinica di presentarsi come paladini della democrazia mentre demoliscono le redazioni.

In Italia il paradosso è ancora più acuto, se possibile. L’Ordine dei Giornalisti sta lentamente introducendo linee guida sull’uso dell’AI nelle redazioni italiane, ma le testate che sperimentano con l’intelligenza artificiale sono le stesse che non hanno risorse per verificarne gli output. Il report Reuters lo dice senza giri di parole: sono le redazioni locali con meno risorse quelle che più probabilmente useranno testi generati dall’AI, e sono le stesse che meno possono permettersi un fact-checking adeguato. Cortocircuito perfetto, di quelli che se li descrivi a un ingegnere ti guarda come se stessi scherzando: chi ha più bisogno di qualità è chi ha meno mezzi per garantirla, e l’AI diventa un moltiplicatore della mediocrità invece che uno strumento di miglioramento. Ma — lo ripeto perché è il nocciolo della questione — migliorare non è mai stato l’obiettivo di chi possiede le testate. L’obiettivo è produrre più contenuto a meno costo, e il giornalismo in sé è un incidente di percorso nel business dei click e della pubblicità.

La controinformazione dal basso è l’unica risposta

E allora cosa resta, quando il giornalismo industriale è un guscio vuoto e l’AI serve solo a rendere più efficiente il vuoto? L’unica informazione che ha ancora senso cercare — e sostenere, e costruire — è quella che viene dal basso, prodotta da chi non ha padroni e non deve rendere conto a nessun consiglio di amministrazione. Il 3 marzo 2026 a Roma, al Free Media Center Ararat, la Rete No Bavaglio ha organizzato un incontro sul futuro del giornalismo indipendente e dei media autogestiti. L’obiettivo dichiarato: creare coordinamento tra giornalisti, operatori dell’informazione, fotoreporter, realtà editoriali, media attivisti e tutte le entità che si riconoscono in un modello informativo alternativo — “fondato sull’indipendenza dai potentati, sulla centralità dei diritti umani, sulla necessità di dare voce a ciò che il sistema mediatico tende a ignorare, distorcere o oscurare”. Non è un manifesto astratto scritto da accademici in una torre d’avorio. È la descrizione precisa di qualcosa che esiste già e che funziona ogni giorno: newsletter indipendenti, blog autogestiti, cooperative editoriali, testate finanziate dai lettori senza intermediari e senza pubblicità.

Valigia Blu è un caso che meriterebbe di essere studiato nelle scuole di giornalismo — se le scuole di giornalismo non fossero troppo occupate a insegnare come scrivere titoli per l’algoritmo di Google. Niente editore, niente pubblicità, niente paywall. Si finanzia con il crowdfunding dei lettori e produce giornalismo investigativo di qualità su temi che i grandi media ignorano o liquidano con tre righe di agenzia copiate e incollate. Non è un modello scalabile nell’ottica del capitalismo delle piattaforme, e questo è esattamente il suo punto di forza — non deve esserlo. L’ossessione per la scala è la malattia che ha ammazzato il giornalismo in primo luogo: quando insegui milioni di lettori per vendere pubblicità programmatica, finisci inevitabilmente per produrre contenuto che piace all’algoritmo, non contenuto che informa le persone. Quando scrivi per una comunità che ti sostiene direttamente con i propri soldi, scrivi per le persone — e le persone, quelle vere, sanno distinguere un’analisi da uno slop generato da un modello linguistico addestrato sui comunicati stampa delle aziende. Il modello delle cooperative editoriali esiste in Italia da più di cinquant’anni e dimostra che un altro giornalismo è possibile, strutturalmente fuori dalla logica del profitto. E il crowdfunding editoriale sta guadagnando legittimità anche a livello istituzionale, segno che la domanda di informazione indipendente non è un capriccio da nicchia ma un bisogno strutturale che il mercato dell’editoria ha deliberatamente scelto di non soddisfare.

La tecnologia, in tutto questo, potrebbe essere un alleato potente — ma solo se usata in modo radicalmente diverso da come la usano gli editori industriali. Self-hosting, newsletter costruite con strumenti open source come Ghost o WriteFreely, piattaforme federate per la distribuzione dei contenuti, LLM locali per assistere il lavoro di ricerca e verifica senza delegare il pensiero critico a una macchina. La chiave è sempre la stessa, e non cambia da quando esistono i media: chi possiede l’infrastruttura possiede l’informazione. Quando pubblichi su Substack scrivi sulla piattaforma di qualcun altro — soggetta alle sue regole, ai suoi algoritmi, alla sua moderazione, al suo modello di business che prima o poi ti chiederà di pagare o di chiudere. Quando pubblichi sul tuo server, con il tuo dominio, con software libero, sei tu a decidere cosa scrivere e come distribuirlo. La sovranità tecnologica non è un lusso da smanettoni con troppo tempo libero: è la precondizione per un’informazione libera in un’epoca in cui i padroni dell’editoria usano l’AI per eliminare i giornalisti che non gli servivano neanche prima. L’intelligenza artificiale non ha ucciso il giornalismo. Ha strappato l’ultima maschera a un sistema che dell’informazione non ha mai avuto bisogno — solo dei soldi che poteva generare. Quello che fai tu, adesso, con questa consapevolezza, è l’unica cosa che conta davvero.