Manifestazione per la democrazia contro il potere delle grandi corporazioni tecnologiche - miliardari tecnologia democrazia

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Joe Biden, nel suo discorso d’addio a gennaio 2025, ha usato una parola che nessun presidente americano aveva mai pronunciato in quel contesto: oligarchia. “Un’oligarchia sta prendendo forma in America,” ha detto. Pochi giorni dopo, all’insediamento di Trump, la conferma visiva che neanche il più paranoico dei critici avrebbe immaginato così sfacciata: Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Tim Cook — i padroni della tecnologia mondiale — seduti in prima fila, più vicini al presidente di qualsiasi senatore eletto dal popolo. Non erano lì come ospiti. Erano lì come azionisti di maggioranza di un paese trasformato in società per azioni.

Il punto non è se ti piace o no Elon Musk, se pensi che Jeff Bezos sia un visionario o un predatore, se Zuckerberg ti stia simpatico o meno. La questione è un’altra, e Cory Doctorow l’ha cristallizzata nel suo Pluralistic del 9 marzo 2026 con una frase che vale più di mille analisi accademiche: un miliardario è “una macchina per produrre fallimenti politici su scala industriale.” Non perché sia necessariamente più stupido della media — anche se spesso lo è, in campi che non sono il suo — ma perché quando sbaglia, le conseguenze ricadono su milioni di persone che non hanno mai avuto voce in capitolo. E il miliardario tech del 2026 non si limita a fare donazioni ai partiti o a comprarsi un giornale come facevano i Rockefeller e i Carnegie un secolo fa. Controlla le infrastrutture su cui funziona la vita quotidiana di miliardi di esseri umani: la comunicazione, il commercio, il cloud, i trasporti, lo spazio, l’intelligenza artificiale. È un potere senza mandato democratico, senza elezione, senza possibilità di revoca. Se questo non ti sembra incompatibile con qualsiasi idea di democrazia, forse il problema è che abbiamo smesso di capire cosa quella parola significhi davvero.

I feudi digitali di Musk e Bezos

Facciamo un inventario rapido, perché i numeri da soli raccontano una storia che nessun editoriale potrebbe rendere meglio. Elon Musk, secondo la classifica Forbes 2026, ha un patrimonio di 839 miliardi di dollari. Non semplicemente miliardario: quasi trilionario, una categoria che fino a cinque anni fa non esisteva nemmeno nel vocabolario economico. Controlla X, la piattaforma che — piaccia o no — più di ogni altra influenza il dibattito politico globale, dettando l’agenda informativa di giornalisti, politici e opinione pubblica. Controlla Tesla, che non è solo un’azienda di automobili elettriche ma un’infrastruttura di dati in movimento, con telecamere in ogni veicolo e algoritmi che trasformano le strade pubbliche in laboratori privati per la guida autonoma. Controlla SpaceX e Starlink, ovvero l’accesso a internet per milioni di persone nei paesi in via di sviluppo, nelle zone rurali e nelle zone di guerra — un’infrastruttura critica nelle mani di un uomo che può spegnerla quando vuole, come ha dimostrato con l’Ucraina quando ha deciso unilateralmente di limitare la copertura Starlink. Ha avuto il controllo del DOGE, il famigerato “Dipartimento per l’Efficienza Governativa” di Trump: un uomo non eletto che decideva quali agenzie federali dovessero sopravvivere e quali morire. Comunicazione, trasporti, spazio, governo. Un singolo individuo che nessuno ha votato.

Jeff Bezos, dall’altra parte, ha costruito un impero meno rumoroso ma altrettanto pervasivo, e forse proprio per questo più insidioso. Amazon domina l’e-commerce americano con una quota che sfiora il 40% e sta erodendo quello europeo con la stessa logica predatoria: prezzi bassi che distruggono la concorrenza locale, poi condizioni sempre peggiori per venditori e lavoratori una volta che il monopolio è consolidato — i magazzini Amazon sono diventati il simbolo dello sfruttamento algoritmico del lavoro. Ma il vero potere di Bezos non è nel commercio: è in AWS, Amazon Web Services, l’infrastruttura cloud su cui girano una percentuale impressionante dei siti web, delle app e dei servizi digitali del pianeta. Tre aziende possiedono la memoria digitale del mondo, e AWS è la più grande tra le tre, con un margine operativo del 35% che farebbe impallidire qualsiasi attività legale e molte di quelle illegali. Bezos possiede il Washington Post, uno dei quotidiani più influenti dell’Occidente — e quando nel 2024 ha bloccato l’endorsement presidenziale del giornale prima delle elezioni, ha dimostrato senza ombra di dubbio che un quotidiano in mano a un miliardario è un’arma politica, non un servizio all’informazione pubblica. Con Blue Origin compete con Musk per la privatizzazione dello spazio. Commercio, cloud, media, spazio. Il pattern è sempre identico: un individuo che accumula potere su settori che dovrebbero essere beni comuni, infrastrutture collettive sottratte al controllo democratico.

La rivista Nature, in un articolo di marzo 2026, ha descritto questi imprenditori come “provocatori ideologici” che stanno “rimodellando la sfera pubblica.” L’analisi è corretta ma incompleta — il problema va molto oltre la provocazione ideologica. Figure come Peter Thiel, Marc Andreessen e David Sacks — che abbiamo già raccontato quando Sacks era lo zar dell’AI alla Casa Bianca — hanno amplificato apertamente le voci dei pensatori del “dark enlightenment”, quelli che disprezzano la democrazia e ammirano il governo di un CEO o di un dittatore illuminato. Non è complottismo da social: è nei loro libri, nei loro blog, nei loro investimenti miliardari, nelle conferenze dove Curtis Yarvin — il filosofo preferito di Thiel — spiega a platee adoranti che la democrazia è un sistema fallito e che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati come un’azienda con un CEO al comando. La Silicon Valley non vuole solo fare soldi. Vuole governare, e lo dice apertamente a chiunque abbia la pazienza di ascoltare.

Il rapporto Oxfam di gennaio 2026 aggiunge numeri che dovrebbero toglierti il sonno, se non li avessi già persi per altri motivi: i miliardari sono 4.000 volte più propensi a ricoprire incarichi politici rispetto a un cittadino medio. Sei di loro controllano nove delle dieci principali piattaforme social. Otto delle dieci maggiori aziende di intelligenza artificiale sono nelle mani di miliardari. Le aziende della Silicon Valley hanno annunciato oltre 100 milioni di dollari in donazioni ai comitati politici pro-AI in vista delle elezioni di midterm 2026 — il meccanismo è rodato: comprare il Congresso è diventato un investimento come un altro. Ma c’è un dato ancora più inquietante nel rapporto, quello che descrive come “l’ascesa dell’oligarchia tech” abbia corrotto, cooptato e sfruttato gli spazi digitali che avrebbero dovuto democratizzare la comunicazione. Le piattaforme nate con la promessa di dare voce a tutti sono diventate strumenti di controllo nelle mani di chi le possiede. Il bello — si fa per dire — è che continuano a chiamarla “democratizzazione dell’accesso.”

DOGE, Grok e i fallimenti del potere senza limiti

Partiamo dal DOGE, perché è il caso studio perfetto — quasi didascalico nella sua brutalità — di cosa succede quando dai a un miliardario il potere esecutivo senza filtri democratici. Musk aveva promesso di tagliare 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale americano, circa un terzo della spesa complessiva annua degli Stati Uniti. Due trilioni, con quella sicumera da PowerPoint aziendale che confonde tagliare i costi con capire la complessità di uno stato. Il risultato? L’American Enterprise Institute — che non è esattamente un covo di marxisti, anzi, è uno dei think tank conservatori più rispettati d’America — ha stimato risparmi effettivi intorno ai 10 miliardi. Meno dell’1% di quanto promesso. Ma il danno reale è stato enormemente superiore alla delusione delle promesse infrante: la Partnership for Public Service ha calcolato che il costo complessivo delle operazioni DOGE — tra licenziamenti seguiti da riassunzioni forzate per ordine dei tribunali, congedi retribuiti, perdita di produttività e cause legali — ha raggiunto i 135 miliardi di dollari. Rileggi quel numero: centotrentacinque miliardi. L’operazione di “efficienza governativa” del miliardario più ricco del mondo è costata ai contribuenti americani 135 miliardi. Trump ha sciolto il DOGE otto mesi prima della scadenza naturale prevista per il 4 luglio 2026, e Musk è uscito dalla porta di servizio con il patrimonio intatto, mentre le agenzie federali si trovano ancora oggi a raccogliere i cocci di quell’esperimento demenziale.

Questo è esattamente il meccanismo che Doctorow descrive quando parla di macchina per produrre fallimenti. Il miliardario non è più competente della media — è semplicemente più isolato dalle conseguenze delle proprie decisioni, circondato da yes-men e da un muro di denaro che ammortizza qualsiasi errore. Quando Bill Gates ha speso centinaia di milioni per rimpiazzare le scuole pubbliche americane con charter school, devastando le comunità più povere con un esperimento pedagogico sbagliato dall’inizio, non ha perso un centesimo del suo patrimonio. Quando Musk ha devastato la macchina statale americana con il DOGE, le sue azioni Tesla hanno continuato a crescere come se nulla fosse. Il rischio è sempre asimmetrico: il miliardario scommette con le vite degli altri, e se la scommessa va male — come va male quasi sempre, perché nessun individuo possiede le competenze per gestire la complessità di un sistema pubblico che serve 330 milioni di persone — non paga alcun prezzo personale. Questa asimmetria non è un difetto del sistema. È il sistema stesso, funzionante esattamente come previsto.

E poi c’è Grok, il chatbot AI di Musk, che merita un capitolo a parte nel manuale dell’irresponsabilità oligarchica. Il Centre for Countering Digital Hate ha documentato che Grok ha generato circa 3 milioni di immagini sessualizzate di donne e minori in pochi giorni. Tre milioni. Non un errore di sistema, non un bug sfuggito al controllo qualità: una feature, un prodotto lanciato con salvaguardie inadeguate perché metterci dei limiti avrebbe rallentato il time-to-market. La risposta di Musk? Limitare la generazione di immagini pornografiche ai soli abbonati paganti di X, come se il problema fosse l’accesso gratuito alla pedopornografia e non la pedopornografia stessa. L’Unione Europea ha aperto un’indagine formale sotto il Digital Services Act. La sezione anticrimine informatico della procura di Parigi ha perquisito gli uffici di X in Francia a febbraio 2026. A marzo, tre adolescenti hanno fatto causa per la creazione di immagini a sfondo sessuale che li ritraevano senza consenso. Ne abbiamo già parlato a proposito di come i deepfake siano diventati un’arma nella guerra ibrida alla democrazia, ma qui il livello è diverso: è il proprietario della piattaforma che rifiuta deliberatamente di mettere guardrail al proprio prodotto, perché i guardrail limiterebbero i profitti e — soprattutto — il suo potere discrezionale di decidere cosa è lecito e cosa no nel proprio feudo digitale.

Nel suo pezzo del 12 marzo 2026, Doctorow ha delineato quelle che chiama “tre psicosi dell’AI” — la psicosi dell’investitore, la psicosi del boss e la psicosi del critico. La seconda è quella che riguarda Musk e i suoi simili: il delirio del capo-azienda che crede di essere geniale in tutto, amplificato dai chatbot e dai sycophant aziendali che confermano ogni sua intuizione fino a fargli scommettere un’intera struttura governativa — o un’intera piattaforma sociale — sulla propria presunta infallibilità. Non è un difetto caratteriale di Musk, anche se Musk ne ha parecchi: è la patologia strutturale del potere concentrato senza contrappesi. Quando accumuli risorse e autorità decisionale in un singolo individuo senza meccanismi democratici di controllo, ogni delirio personale diventa politica pubblica, ogni capriccio diventa standard di settore, ogni errore diventa catastrofe collettiva. E nessuno può fermarlo finché il patrimonio regge, perché non esiste un’assemblea dell’umanità che possa votare la rimozione di chi controlla le infrastrutture da cui tutti dipendiamo.

L’antitrust non basta, la lotta è strutturale

Lina Khan ha lasciato la presidenza della Federal Trade Commission a gennaio 2025, dopo quattro anni in cui ha provato — con una determinazione che le va riconosciuta, a prescindere da dove ti collochi politicamente — a fare quello che nessuno faceva da decenni: usare l’antitrust contro Big Tech sul serio, non come minaccia retorica ma come strumento giuridico concreto. Ha portato Google, Amazon e Apple in tribunale per pratiche monopolistiche. Il processo contro Amazon per monopolizzazione è previsto per ottobre 2026 e potrebbe essere il caso antitrust più importante dai tempi della Standard Oil, quello che definirà se gli Stati Uniti sono ancora uno stato di diritto o un’oligarchia con cornice costituzionale. A marzo 2026, Khan è stata nominata co-presidente del team di transizione di Zohran Mamdani a New York, segno che la sua visione continua a trovare spazio politico anche fuori dalla FTC. L’alleanza tra Pentagono e Big Tech rende questa lotta ancora più urgente, perché non si tratta più solo di quote di mercato: è potere militare, politico e informativo concentrato nelle stesse mani, un complesso militare-industriale-digitale che Eisenhower non avrebbe potuto nemmeno immaginare.

Detto questo — e qui cambio registro, perché va detto senza mezzi termini — l’antitrust è una toppa liberale su un problema strutturale. Necessaria? Sì. Meglio di niente? Enormemente. Ma sufficiente? No, e non può esserlo per definizione. Spezzare Amazon in tre aziende crea tre aziende che continuano a operare con la stessa logica estrattiva, lo stesso modello di sfruttamento dei lavoratori nei magazzini, la stessa fame insaziabile di dati personali, lo stesso obiettivo di massimizzare il profitto per gli azionisti a spese di tutto il resto. Impedire a Google di monopolizzare la ricerca non cambia il fatto che la ricerca web è un servizio centralizzato controllato da azionisti privati il cui unico obiettivo è vendere la tua attenzione agli inserzionisti — e la tecnologia pubblicitaria che sorveglia ogni tuo clic resta intatta anche se Google viene ridimensionata. L’antitrust regola il capitalismo monopolistico. Non lo supera. E il problema di fondo non è il monopolio in sé: è che abbiamo permesso al capitalismo di colonizzare le infrastrutture della vita democratica, trasformando diritti in servizi e cittadini in utenti.

Dove sta allora l’alternativa, se non basta regolare il mercato? Non nei palazzi del potere — questo dovrebbe essere chiaro — ma nelle comunità che già praticano un’altra tecnologia, tutti i giorni, senza aspettare il permesso di nessuno. Il movimento per il software libero e la sovranità tecnologica propone da decenni l’unica alternativa strutturalmente coerente al dominio dei miliardari: infrastrutture che non appartengano a nessun singolo individuo, nessuna corporation, nessun governo. Reti federate come Mastodon e Matrix, dove il potere è distribuito tra centinaia di istanze indipendenti e nessun consiglio di amministrazione può decidere di vendere i tuoi dati o cambiare le regole dall’oggi al domani. Self-hosting per chi vuole controllare la propria posta elettronica, il proprio cloud, i propri documenti. LLM locali e open source come strumenti di autonomia cognitiva, non come prodotti da consumare passivamente dalle stesse piattaforme che ti sorvegliano e ti profilano. Cooperative di calcolo, mesh network comunitari, server autogestiti nei centri sociali e nelle biblioteche. Non è utopia: è pratica quotidiana per milioni di persone nel mondo, e la base utenti cresce ogni anno. Il limite reale è che queste alternative operano in un ecosistema dominato da chi ha le risorse per comprare governi, giornali e — come dimostrano i 100 milioni versati ai PAC per le midterm 2026 — anche le elezioni.

Il nocciolo della questione, e qui non ci si può girare intorno perché sarebbe disonesto farlo, è che il problema non sono i singoli miliardari. Non è Musk il problema — o meglio, Musk è un problema enorme, ma non è il problema. Non è Bezos, non è Zuckerberg, non è il prossimo trilionario che la classifica Forbes ci presenterà l’anno prossimo. Il problema è il sistema economico che produce miliardari, e il fatto che i miliardari producono inevitabilmente oligarchia, con la stessa certezza con cui l’acqua scorre verso il basso. Non esiste un “miliardario buono”: la concentrazione di risorse e potere decisionale in un singolo individuo è intrinsecamente incompatibile con qualsiasi forma di democrazia, indipendentemente dalle intenzioni soggettive di quell’individuo. Musk non è un’anomalia del capitalismo tecnologico: ne è il prodotto logico, il punto di arrivo naturale di un sistema che premia l’accumulo senza limiti. Bezos non è un’eccezione: è la regola portata al suo estremo conseguente. E finché il sistema che li genera resta intatto, sostituire un miliardario con un altro — o spezzarne le aziende in pezzi più piccoli — non cambierà la dinamica fondamentale. Il potere senza mandato resterà potere senza mandato, con un nome diverso sulla carta intestata.

Quello che stiamo vivendo non è una crisi momentanea o un’aberrazione del sistema. È la conseguenza logica di trent’anni in cui abbiamo consegnato le infrastrutture della vita democratica a individui privati con l’unico mandato del profitto. L’informazione, la comunicazione, il commercio, il cloud, perfino lo spazio: tutto nelle mani di uomini che nessuno ha eletto e che nessuno può rimuovere dal proprio trono digitale. Ogni piattaforma che usi, ogni servizio su cui i tuoi dati risiedono, ogni algoritmo che decide cosa vedi e cosa no — dietro c’è un proprietario che risponde solo al proprio patrimonio netto e ai propri capricci. La domanda non è più se i miliardari tech siano compatibili con la democrazia: quella risposta è già sotto i tuoi occhi, ogni giorno, ogni volta che apri lo smartphone. La domanda vera è diversa, ed è parecchio più scomoda. Quanto tempo ancora sei disposto ad accettare che la tua vita digitale — e sempre più quella analogica — sia gestita da feudatari del ventunesimo secolo? Le alternative esistono, e sono nelle tue mani. Letteralmente.