rider in protesta contro il controllo algoritmico del lavoro - keyword: rider algoritmo sentenze tribunale italia

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Quando l’algoritmo diventa caporale

Non è più solo una questione di ritardi nelle consegne o di mance mancate. Quando l’algoritmo decide chi lavora oggi, chi prende l’ordine più pagato, chi viene declassato senza spiegazione, siamo davanti a qualcosa di più insidioso di un semplice bug. È il caporalato 2.0, vestito da innovazione, dove il padrone non urla più dallo scooter ma parla attraverso notifiche push e punteggi segreti. I rider lo sanno bene: quel punteggio che oscilla tra 4.2 e 4.8 non è un semplice feedback, è la tua condanna o la tua grazia quotidiana. E quando quel punteggio cala perché hai osato rifiutare un ordine in zona rossa durante un nubifragio, o perché hai impiegato troppo tempo ad aspettare fuori da un ristorante che non rispetta i tempi, l’algoritmo ti declassa, ti rende invisibile agli ordini migliori, ti spinge verso la soglia della sopravvivenza. Non è meritocrazia, è ricatto mascherato da efficienza.

Le piattaforme lo chiamano ottimizzazione, noi lo chiamiamo controllo algoritmico del lavoro. E fino a poco tempo sembrava invincibile: nessuna legge sembrava poter toccare quelle linee di codice che decidono del tuo stipendio giornaliero. Finché qualche giudice coraggioso in Italia ha cominciato a chiedersi: ma chi ha programmato questo algoritmo? Chi ne definisce i pesi? Chi decide che rifiutare un ordine pericoloso sia un comportamento da penalizzare? E soprattutto: chi controlla il controllore?

La sentenza di Bologna che ha fatto scuola

Il 15 luglio 2024 il tribunale di Bologna ha emesso una sentenza che potrebbe diventare un punto di non ritorno per la gig economy in Europa. Al centro del caso c’era Frank, il sistema di assegnazione ordini di Deliveroo, accusato di discriminazione algoritmica nei confronti dei rider. Secondo la ricostruzione dei giudici, Frank non si limitava a ottimizzare le consegne: applicava penalità nascoste a chi rifiutava ordini in determinate fasce orarie o zone geografiche, creando di fatto un sistema di coercizione mascherato da meritocrazia. Il tribunale ha dichiarato che tali meccanismi violavano l’articolo 2103 del codice civile, che vieta mutamenti peggiorativi delle mansioni, e l’articolo 10 dello statuto dei lavoratori, che protegge dalle discriminazioni.

Quello che rende questa sentenza particolarmente significativa è il riconoscimento esplicito dell’algoritmo come strumento di direzione del lavoro. Non siamo più davanti a un semplice strumento tecnico, ma a un vero e proprio capo algoritmico che esercita poteri direttivi, disciplinari e organizzativi. Per la prima volta in Italia un giudice ha affermato che l’algoritmo non può essere considerato un’entità neutra, ma deve essere sottoposto allo stesso scrutinio giuridico riservato ai datori di lavoro in carne e ossa. Questa impostazione apre la strada a contestare non solo Deliveroo, ma qualsiasi piattaforma che utilizzi sistemi simili di assegnazione e valutazione.

«L’algoritmo non è un’entità astratta priva di responsabilità giuridica. Quando esercita poteri direttivi nei confronti del lavoratore, diventa soggetto agli stessi obblighi e limiti imposti dal diritto del lavoro»

— estratto dalla sentenza del tribunale di Bologna, sezione lavoro, luglio 2024

Foodinho, Glovo e le sanzioni del Garante

Mentre Bologna colpiva nel segno sul piano giurisprudenziale, il Garante per la protezione dei dati personali interveniva sul fronte della privacy. A giugno 2024 l’autorità ha sanzionato Foodinho (ex Glovo Italia) per 1,5 milioni di euro, accusandola di aver utilizzato un sistema di valutazione dei rider basato su criteri opachi e potenzialmente discriminatori. Secondo l’indagine del Garante, l’algoritmo di Foodinho teneva conto di fattori come la velocità media di consegna, il tasso di accettazione degli ordini e persino la frequenza delle pause, trasformando questi dati in un punteggio che influiva direttamente sull’accesso agli ordini meglio retribuiti.

Il problema, secondo il Garante, non era solo la raccolta di questi dati, ma l’assenza di trasparenza verso i lavoratori. I rider non sapevano come veniva calcolato il loro punteggio, quali azioni lo facevano aumentare o diminuire, e soprattutto non avevano la possibilità di contestare eventuali errori o ingiustizie. Questa opacità viola il principio di trasparenza del GDPR, nonché il diritto alla non discriminazione. La sanzione non è stata solo economica: il Garante ha ordinato a Foodinho di rivedere il proprio sistema di valutazione, rendendolo più trasparente e fornendo ai rider gli strumenti per comprendere e contestare le decisioni algoritmiche.

Questa decisione si inserisce in un trend europeo crescente: dopo le multe a Amazon in Francia e a Uber in Olanda, l’Italia dimostra di voler prendere sul serio il potere delle piattaforme. Non si tratta più di aspettare che l’UE legiferi: i giudici italiani e le autorità indipendenti stanno già applicando i principi esistenti alle nuove forme di sfruttamento digitale.

La direttiva UE e il ritardo italiano

Mentre i tribunali italiani anticipavano i tempi, a livello europeo stava prendendo forma la direttiva sul lavoro nelle piattaforme digitali, approvata definitivamente nel marzo 2024. Questa direttiva rappresenta il primo tentativo serio di regolamentare il settore a livello comunitario, introducendo una presunzione di rapporto di lavoro per chi svolge prestazioni tramite piattaforme, salvo prova contraria da parte del datore di lavoro. Inoltre impone trasparenza sugli algoritmi utilizzati per l’assegnazione del lavoro, la valutazione delle prestazioni e la presa di decisione automatizzata.

L’Italia, però, sta accumulando ritardo preoccupante nel recepimento. Mentre paesi come la Spagna e il Belgio hanno già iniziato ad adeguare la propria legislazione nazionale, il nostro parlamento sembra bloccato da lobbies e incertezze politiche. Il rischio è quello di vedere applicata la direttiva in modo minimale, sfruttando le clausole di flessibilità per lasciare intatto il cuore del potere algoritmico. Le sentenze di Bologna e le sanzioni del Garante dimostrano però che esiste già una giurisprudenza e una prassi amministrativa più avanzata del legislatore stesso.

Questo divario tra giurisprudenza progressista e legislazione arretrata è pericoloso: lascia spazio alle piattaforme per continuare a operare in una zona grigia, dove possono scegliere di rispettare solo le parti della direttiva che gli fanno comodo. Finché il recepimento non sarà completo e accompagnato da meccanismi di controllo effettivi, il potere delle piattaforme rimarrà largamente incontrollato.

Oltre la sentenza: cosa cambia davvero per i rider?

Vincere in tribunale è importante, ma non basta se non si traduce in miglioramenti concreti nella vita quotidiana dei lavoratori. Dopo la sentenza di Bologna, Deliveroo ha dichiarato di aver modificato il proprio algoritmo per eliminare le penalità nascoste, ma molti rider riportano che nella pratica poco è cambiato. I punteggi continuano a influire sull’accesso agli ordini migliori, e la paura di essere declassati rimane un potente strumento di controllo. La differenza sta forse nel fatto che ora esiste un riferimento giuridico chiaro: se l’algoritmo applica penalità nascoste o discriminatorie, si può fare ricorso.

La vera vittoria, però, potrebbe essere culturale. Queste sentenze stanno contribuendo a smontare il mito della neutralità tecnologica. Sempre più rider comprendono che l’algoritmo non è una forza della natura, ma un prodotto di scelte umane: qualcuno ha deciso che rifiutare un ordine pericoloso debba essere penalizzato, qualcuno ha stabilito che la velocità conti più della sicurezza, qualcuno ha programmato il sistema per massimizzare i profitti della piattaforma a scapito dei lavoratori. Riconoscere questa soggettività è il primo passo per riappropriarsi del controllo.

In questo senso, le esperienze di autorganizzazione stanno diventando sempre più importanti. Dai gruppi WhatsApp dove i rider si scambiano informazioni su quali ordini rifiutare in sicurezza, alle iniziative di mutualismo per coprire assenze malattia o infortuni, sta nascendo una forma di resistenza dal basso che nessuna sentenza può sostituire. Perché alla fine, nessun giudice potrà mai sostituire la solidarietà tra lavoratori che si riconoscono nello stesso sfruttamento.