Basta un software gratuito, qualche trucco da dilettante e cinque minuti di tempo per trasformare Suno — la piattaforma di intelligenza artificiale che genera musica — in una macchina fotocopiatrice di brani protetti da copyright. “Freedom” di Beyoncé, “Paranoid” dei Black Sabbath, “Barbie Girl” degli Aqua: tutto riproducibile con imitazioni inquietantemente fedeli agli originali, come ha dimostrato un’indagine pubblicata il 5 aprile 2026 da The Verge. La policy ufficiale di Suno dice che il materiale protetto non si può usare. I filtri che dovrebbero impedirlo? Un colabrodo.
E qui la storia si fa interessante, perché non stiamo parlando di un bug da correggere con la prossima patch. Stiamo parlando di un modello di business costruito — consapevolmente o meno — sullo sfruttamento sistematico della musica altrui. Un modello che genera oltre sette milioni di tracce al giorno, che inonda le piattaforme di streaming con quella che gli stessi artisti chiamano “AI slop”, e che diluisce i compensi di chi la musica la crea davvero. Il punto è che le stesse major discografiche che hanno portato Suno in tribunale ora ci fanno affari insieme. E gli artisti — quelli veri, quelli in carne e ossa — restano col cerino in mano.
La vicenda Suno è un caso da manuale di come funziona il capitalismo delle piattaforme quando si applica alla cultura. C’è chi estrae valore, chi lo monetizza e chi lo perde. Indovinare a chi tocca cosa non richiede particolare immaginazione.
Filtri colabrodo: aggirare il copyright su Suno è un gioco da ragazzi
Il meccanismo è disarmante nella sua semplicità. Suno dichiara di riconoscere e bloccare i brani protetti da copyright quando un utente prova a caricarli o a usarne i testi. Il sistema confronta l’audio con un database di registrazioni originali, e in teoria dovrebbe impedire la generazione di imitazioni riconoscibili. Il problema è che funziona — per usare un eufemismo — in modo approssimativo. Caricare una cover scaricata da YouTube anziché la registrazione originale è sufficiente per eludere il filtro. Una cover, anche amatoriale, ha caratteristiche sonore abbastanza diverse dall’originale da passare inosservata. Non servono competenze tecniche, non serve pagare nulla, non serve nemmeno impegnarsi troppo.
Ma non serve neppure cercare cover. Con Audacity, software gratuito e open source per l’editing audio, basta rallentare la traccia originale a metà velocità, o accelerarla al doppio. Aggiungere qualche secondo di rumore bianco all’inizio e alla fine del file praticamente garantisce il bypass del filtro. A quel punto Suno elabora il materiale, genera la sua imitazione, e l’utente può riportare tutto alla velocità originale nel Suno Studio integrato, tagliando il rumore aggiunto. Il risultato? Una copia AI del brano che — per quanto distinguibile a un orecchio attento — non ha fatto scattare alcun allarme nel sistema che avrebbe dovuto impedirla.
Per i testi funziona allo stesso modo, forse peggio. Modifiche minime nell’ortografia bastano a ingannare il riconoscimento: “reign on” al posto di “rain on”, “suite” invece di “sweet”. Sostituzioni fonetiche banali, omofoni da esercizio di prima media, che nessun filtro pensato seriamente dovrebbe lasciarsi sfuggire. E invece passano. La domanda che sorge spontanea è: questi filtri sono davvero progettati per funzionare, o sono un paravento per poter dire “noi ce l’abbiamo, il sistema di protezione”? Perché c’è una differenza sostanziale tra un meccanismo di difesa efficace e uno che esiste solo per essere citato nelle memorie difensive di un processo.
Suno sta affrontando cause che chiedono fino a 150.000 dollari per ogni opera violata, più 2.500 dollari per ogni atto di aggiramento delle protezioni crittografiche. Le etichette discografiche, nell’atto di citazione modificato presentato a settembre 2025, hanno accusato la piattaforma di aver praticato stream-ripping da YouTube — aggirando le protezioni crittografiche della piattaforma — per raccogliere il materiale di addestramento del modello AI. Pirateria su scala industriale, quella stessa pirateria che l’industria musicale ha combattuto per vent’anni contro i singoli utenti con cause milionarie e campagne terroristiche. Solo che adesso a farla è un’azienda con finanziamenti venture capital e uffici a Cambridge, Massachusetts. Due pesi, due misure — come al solito.
Dal tribunale alla partnership: l’ipocrita abbraccio tra major e Suno
Ed ecco dove la storia diventa veramente cinica. Nel giugno 2024, Universal Music Group, Sony Music Entertainment e Warner Music Group portano Suno in tribunale con il supporto della RIAA. Accuse pesantissime: violazione di copyright su scala industriale, stream-ripping, uso non autorizzato di milioni di registrazioni protette per addestrare il modello AI. I danni richiesti sono enormi. La retorica è quella della difesa degli artisti, del rispetto del diritto d’autore, della protezione della creatività umana. Belle parole. Peccato che fossero solo una tattica negoziale.
Meno di due anni dopo, Warner Music Group — una delle tre querelanti originali — chiude un accordo con Suno. Non solo ritira la causa: ci diventa partner commerciale. L’intesa, definita “landmark” dalla stessa Warner, prevede la creazione di nuovi modelli AI “con licenza”, il lancio di esperienze che permetteranno agli utenti di creare contenuti con le voci, le composizioni e le sembianze degli artisti Warner — previo opt-in, almeno sulla carta. Suno acquisisce anche Songkick, la piattaforma di concerti, da Warner come parte dell’accordo. I dettagli finanziari? Non divulgati, naturalmente. Quando si tratta di soldi veri, la trasparenza scompare.
La verità è un’altra rispetto alla narrativa ufficiale. Le major non hanno mai combattuto Suno per difendere gli artisti. Hanno combattuto Suno per assicurarsi un posto al tavolo. La causa legale era una leva negoziale, non un principio morale. Una volta ottenuto l’accesso al flusso di denaro — e il controllo su come i propri cataloghi vengono sfruttati dall’AI — la questione del copyright si è risolta magicamente. Per Warner, almeno. UMG ha seguito un percorso analogo con Udio, l’altra grande piattaforma di musica AI: accordo, licenza, partnership. Il messaggio è cristallino — se paghi le major, puoi usare la musica. Se non paghi, sei un pirata. Il copyright non protegge l’arte: protegge il modello di business di chi possiede i cataloghi.
E gli artisti indipendenti? Quelli hanno depositato una causa separata nello stesso tribunale federale del Massachusetts, con un atto di citazione modificato nel settembre 2025. Perché loro, al tavolo delle trattative, non ci sono stati invitati. La campagna “Say No to Suno”, lanciata a febbraio 2026 con una lettera aperta firmata da figure come Ron Gubitz della Music Artist Coalition, Helienne Lindvall della European Composer and Songwriter Alliance e Chris Castle dell’Artist Rights Institute, denuncia esattamente questo: “il dirottamento dell’intero patrimonio musicale mondiale inonda le piattaforme con AI slop e diluisce i pool di royalty dei legittimi artisti dalla cui musica questa robaccia deriva”. La lettera non usa mezzi termini, e ha ragione su tutta la linea. Ma le major non l’hanno firmata. Erano troppo impegnate a firmare contratti.
Anche in Europa la situazione si muove — e non necessariamente nella direzione giusta. GEMA in Germania e Koda in Danimarca hanno avviato azioni legali contro Suno, con una seconda sentenza nella disputa tedesca attesa nel 2026. L’EU AI Act, entrato in piena applicazione quest’anno, classifica gli strumenti di generazione musicale come “rischio limitato” ma impone obblighi di trasparenza: dichiarare che le composizioni sono generate da AI, usare solo materiale di addestramento con licenza o di pubblico dominio, garantire royalty ricorrenti ai titolari dei diritti quando i loro contributi vengono usati. Le sanzioni per la non conformità arrivano fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale annuo. Sulla carta, un deterrente serio. Nella pratica, organizzazioni come l’ECSA e il GESAC sostengono che le tutele sono ancora del tutto insufficienti — e considerando come l’industria riesce sistematicamente ad aggirare ogni regolamentazione che la riguarda, il loro scetticismo è più che fondato. In Italia abbiamo già visto come Piracy Shield sia diventato un fallimento nel tentativo di imporre il rispetto del copyright: pensare che strumenti regolatori simili funzionino meglio a livello europeo richiede un ottimismo che i precedenti non giustificano.
Sette milioni di tracce al giorno e il crollo delle royalty
I numeri danno le vertigini. Suno genera oltre sette milioni di tracce al giorno. Per mettere la cifra in prospettiva, l’intero catalogo di una piattaforma di streaming standard verrebbe riempito in poche settimane. A gennaio 2026, le consegne giornaliere di musica generata da AI sulle piattaforme ammontavano a circa 60.000 tracce — il 39% di tutta la musica distribuita ogni singolo giorno. Non sono numeri marginali. È un’alluvione che sta sommergendo un ecosistema già in crisi.
Il dato più inquietante arriva da Deezer, che il 29 gennaio 2026 ha pubblicato un’analisi devastante: fino all’85% degli stream su tracce generate da AI risultano fraudolenti. Demonetizzati e rimossi dal pool di royalty, certo, ma il danno strutturale è fatto. Per confronto, le frodi sullo streaming nell’intero catalogo rappresentano l’8% degli ascolti totali nel 2025. La musica AI ha un tasso di frode dieci volte superiore alla media. Non è un difetto del sistema — è il sistema stesso, nella sua logica perversa.
Il meccanismo è semplice e brutale. Qualcuno genera migliaia di tracce con Suno o piattaforme simili, le carica sui servizi di streaming, poi usa bot per generare ascolti fittizi. I ricavi — sottratti dal pool di royalty condiviso con gli artisti reali — finiscono nelle tasche dei truffatori. Apple Music ha identificato 2 miliardi di stream fraudolenti nel 2025, con perdite stimate in 2 miliardi di dollari annui per l’industria musicale nel suo complesso. Spotify ha rimosso oltre 75 milioni di tracce spam nell’ultimo anno. Un caso giudiziario in North Carolina ha visto un singolo individuo intascare oltre 8 milioni di dollari con questo schema — una persona, un computer, un software AI e un esercito di bot.
Il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro è già disastroso in molti settori, ma nella musica assume contorni particolarmente grotteschi. Lo streaming paga già cifre ridicole per singolo ascolto — tra 0,003 e 0,005 dollari su Spotify — e adesso quel pool già misero viene diluito da milioni di tracce fantasma generate da macchine. Gli artisti indipendenti, quelli senza il peso contrattuale delle major per negoziare accordi separati con le piattaforme AI, vedono i propri compensi erodere senza avere voce in capitolo. Sono i primi a subire il danno e gli ultimi a essere consultati.
Deezer sta provando a reagire: ha sviluppato una tecnologia di rilevamento AI — con due brevetti depositati a dicembre 2024 — e la sta licenziando ad altre aziende del settore. Un’indagine commissionata con Ipsos ha rivelato che il 97% degli ascoltatori non riesce a distinguere la musica AI da quella umana, il che rende il problema ancora più insidioso. Spotify ha annunciato il supporto per un nuovo standard DDEX che indica nei crediti se e come l’AI è stata usata nella creazione di una traccia. Sono passi nella direzione giusta, ma cerotti su una ferita che richiede sutura. Il problema non è tecnico, è politico. Chi decide le regole del gioco musicale? Le stesse piattaforme che da anni pagano briciole agli artisti? Le stesse major che si alleano con Suno mentre fanno causa per conto di artisti che non hanno mai consultato?
Facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro completo. Suno è un prodotto perfetto del capitalismo delle piattaforme: estrae valore dal lavoro creativo di milioni di musicisti tramite addestramento non autorizzato, lo rielabora attraverso un modello AI proprietario, e lo rivende agli utenti sotto forma di servizio in abbonamento. I profitti vanno agli azionisti di Suno e — adesso — anche alle major che hanno negoziato la loro fetta della torta. Ai musicisti resta una porzione sempre più piccola di un pool sempre più inquinato. Nel 2026, sotto i nuovi termini influenzati dall’accordo con Warner, Suno ha rimosso la parola “Ownership” per gli utenti: anche chi paga l’abbonamento non è proprietario di ciò che genera, ma riceve una licenza perpetua da Suno, che resta tecnicamente l'”autore” dell’audio. Le alternative open source alle big tech esistono in molti settori, ma nel campo della generazione musicale AI le opzioni decentralizzate e rispettose del diritto d’autore sono ancora embrionali — e non è un caso, perché costruire sull’estrattivismo è sempre più veloce e profittevole che costruire sull’etica.
La vicenda Suno è l’ennesima dimostrazione che nel capitalismo tecnologico il diritto d’autore funziona a senso unico. Protegge chi ha i soldi per far valere le proprie ragioni in tribunale e lascia scoperti tutti gli altri. I filtri anti-copyright sono un paravento, gli accordi tra major e piattaforme AI sono affari tra privati in cui gli artisti non hanno voce, e la valanga di musica sintetica che sommerge lo streaming è un problema che nessuno dei protagonisti ha davvero interesse a risolvere — perché tutti, in modi diversi, ne traggono profitto.
La questione non è se l’AI debba essere usata nella musica. La tecnologia esiste, ed è qui per restare. La questione è chi la controlla, a beneficio di chi, e con quali regole. E in questo momento la risposta è semplice: la controllano le corporation, a beneficio degli azionisti, con regole che stanno scrivendo loro stesse nei corridoi dei tribunali e nelle stanze chiuse delle trattative. Le risposte possibili vengono dal basso — cooperative di musicisti che gestiscono le proprie piattaforme, strumenti aperti per la distribuzione, sistemi trasparenti per la tracciabilità delle royalty senza intermediari — ma richiedono una presa di coscienza collettiva: la musica non è un prodotto da generare in serie, è un’espressione umana che merita rispetto e compenso equo. Finché le regole le scrivono le stesse corporation che beneficiano della deregolamentazione, aspettarsi giustizia è un esercizio di ottimismo che la realtà, puntualmente, smentisce.
