La tirannia del poster generico: quando l’AI trasforma la creatività in rumore di fondo
Hai presente quei manifesti di eventi locali che sembrano tutti usciti dallo stesso stampino digitale? Colori pastello, fiorellini disegnati male, quel senso di già visto che ti fa passare la voglia di andare anche se è l’evento più interessante dell’anno. Non è un caso. È il risultato di un sistema progettato per ottimizzare la resa minima con lo sforzo nullo: l’AI generativa applicata al design di eventi comunitari. John Hartnup, nel suo blog personale, ha messo a nudo il meccanismo: non che questi poster siano tecnicamente sbagliati, ma la loro omogeneità li rende invisibili, anonimi, funzionali solo a riempire spazi senza lasciare traccia. È la stessa logica che sta dietro ai feed algoritmici: contenuti progettati per non disturbare, per non mettere in discussione, per scorrere via senza lasciare segno. E mentre ci lamentiamo della bruttezza, manchiamo il punto: non è una questione di gusto, è una questione di potere. Chi decide quale estetica è “accettabile” per un evento pubblico? Chi trae profitto dalla standardizzazione visiva che appiattisce ogni tentativo di espressione locale?
Bauhaus contro il pastello: l’AI come strumento di liberazione o di omologazione?
Hartnup non si è limitato a criticare. Ha fatto un esperimento semplice e devastante: ha chiesto a ChatGPT di uscire dallo schema. Prima richiesta generica: ottiene il solito poster da festa di paese, quello che vediamo ovunque. Seconda richiesta, con indicazioni precise sullo stile: ottiene qualcosa di diverso, ispirato al Bauhaus, geometrico, funzionale, con gerarchia chiara. Il salto qualitativo è evidente. Ma la vera rivelazione arriva quando chiede all’AI di suggerire stili alternativi: ottiene una lista che va dal brutalismo al risograph, dallo stile giapponese minimale ai flyer rave degli anni ’90. L’AI conosce queste possibilità. Le ha apprese da milioni di esempi. Il problema non è la capacità tecnica, è la mancanza di intenzionalità nell’utente medio. E qui entra in gioco il potere: chi ha la conoscenza per formulare richieste precise ottiene risultati distintivi. Chi si accontenta del primo output ottiene omologazione. È una nuova forma di alfabetizzazione digitale, dove il divario non è più tra chi ha accesso alla tecnologia e chi no, ma tra chi sa dialogare con il modello e chi lo usa come un distributore automatico di cliché.
Il design come campo di battaglia: chi controlla l’estetica controlla la narrazione
Non stiamo parlando solo di manifesti per feste di birra. Stiamo parlando di come le comunità si presentano al mondo. Un poster è un atto di dichiarazione esistenziale: “Noi siamo qui, facciamo questo, venite a vedere”. Quando quel poster è generato da un modello addestrato su milioni di esempi di design corporate e eventi istituzionali, il risultato è una voce che parla con l’accento del potere, non della comunità. È come se ogni volta che un gruppo di attivisti vuole organizzare un incontro, il servizio pubblico di stampa gli restituisse automaticamente un volantino che sembra un comunicato della polizia. L’estetica non è neutra. Porta dentro di sé assunzioni su cosa è serio, cosa è divertente, cosa è rispettabile. E quelle assunzioni sono state plasmate da decenni di design al servizio del consumo e del controllo, non della libera espressione. L’AI generativa, nelle mani sbagliate, diventa lo strumento perfetto per automatizzare questa egemonia estetica: produce consenso visivo senza bisogno di censura esplicita.
Autodifesa estetica: riappropriarsi degli strumenti di rappresentazione
La soluzione non è rifiutare l’AI, ma imparare a usarla contro la sua tendenza naturale all’omogeneizzazione. Come mostra Hartnup, basta specificare. Ma questa specificità richiede conoscenza, tempo, fiducia nelle proprie capacità di giudizio. È qui che entrano in gioco le pratiche dal basso: workshop comunitari sul prompt design, guide collettive sugli stili visivi alternativi, repository di prompt testati e condivisi. Immaginiamo un GitHub locale dove gli organizzatori di eventi scambiano non solo locandine, ma le istruzioni precise per generarli con Midjourney o Stable Diffusion, tarati sui valori della loro comunità: inclusività, radicalità, gioia, resistenza. Sarebbe una forma di sovranità tecnologica applicata al simbolico: non controlliamo solo i server, controlliamo anche come appariamo al mondo. E forse, in questo modo, potremmo iniziare a vedere manifesti che non ci fanno venire voglia di distogliere lo sguardo, ma che ci invitano a fermarci, a leggere, a partecipare.
La fabbrica del consenso visivo: quando l’AI diventa ufficio stile del potere
Non è un caso che gli stili di default dell’AI generativa assomiglino così tanto a quello che vediamo nelle campagne pubblicitarie di grandi marchi o nei materiali istituzionali delle amministrazioni locali. I modelli vengono addestrati su dataset che riflettono il mondo così com’è: dominato da logiche di mercato, da estetiche corporate, da rappresentazioni sicure e depoliticizzate. Chiedere a un modello di “fare un poster per un evento” senza ulteriori indicazioni è come chiedere a un impiegato di un’agenzia pubblicitaria di creare qualcosa per un raduno di mutualismo: otterrai qualcosa che sembra un volantino per un’assicurazione, non un invito alla solidarietà. Il potere non sta solo nel chi possiede i server dove girano questi modelli, ma nel chi ha plasmato i dati con cui imparano a vedere il mondo. E quei dati sono stati selezionati, puliti, bilanciati per massimizzare l’engagement e minimizzare il disturbo, non per rappresentare la conflittualità, la gioia non commerciale, la bellezza che nasce dal basso. È un’egemonia culturale realizzata attraverso la statistica: non ci dicono direttamente cosa pensare, ma ci mostrano ripetutamente solo un certo tipo di immagini finché non ci sembra naturale, inevitabile, l’unica possibilità.
Oltre il prompt: costruire un’alternativa estetica dal basso
La critica individuale al risultato generico è importante, ma non basta. Serve un’infrastruttura di resistenza estetica. Pensiamo a quello che hanno fatto i collettivi di tipografia anarchica negli anni ’70: stamparono i propri manifesti con caratteri trovati nei mercatini, svilupparono un linguaggio visivo che parlava di occupazioni e scioperi senza passare attraverso le tipografie ufficiali. Oggi, quell’infrastruttura potrebbe essere un mix di modelli open source fine-tuned su archivi di design radicale, di dataset costruiti collettivamente da fotografie di muri cittadini, di strumenti semplici per applicare stili alternativi senza dover diventare esperti di prompt engineering. Un progetto come ukslim su GitHub, sebbene non direttamente collegato a questo specifico caso, rappresenta il tipo di iniziativa che serve: lavoro aperto, condivisibile, modificabile, messo a disposizione di chi vuole uscire dallo schema. L’alternativa non è tornare al pennello e alla carta (anche se sarebbe bello), ma assicurarsi che gli strumenti digitali servano a moltiplicare le voci, non a ridurle a un unico tono di voce pastello.
