Alle due di stanotte, ora italiana, la capsula Orion dovrebbe tuffarsi nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego. A bordo, quattro astronauti che tornano dal viaggio più lontano mai compiuto da esseri umani — un sorvolo lunare che ha battuto ogni record di distanza dalla Terra. Una missione storica, ci dicono. Un trionfo dell’ingegneria e della volontà umana di esplorare. Peccato che a guardare i dettagli il quadro sia decisamente meno eroico. La capsula — battezzata con involontaria ironia «Integrity» — perde elio dal sistema di propulsione. Lo scudo termico che dovrebbe proteggere l’equipaggio durante il rientro ha un difetto strutturale noto fin dalla missione precedente, e la NASA ha scelto di non sostituirlo. Il gabinetto si è rotto poche ore dopo il lancio. Una dimostrazione di pilotaggio manuale è stata cancellata per fare spazio a test su un sistema che non si comporta come previsto.
Tutto questo nell’ambito di un programma che ha superato i 93 miliardi di dollari di spesa complessiva, con un costo per lancio di 4,1 miliardi — soldi che finiscono nelle casse di Boeing e Lockheed Martin attraverso contratti dove il profitto è garantito a prescindere dai risultati. Il programma Artemis, nato per riportare l’umanità sulla Luna, assomiglia sempre di più a quello che è sempre stato: un meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il complesso militare-industriale americano, con la Luna come sfondo scenografico. Vale la pena guardare oltre la retorica celebrativa, perché ogni singolo problema tecnico di questa missione racconta una storia più grande — quella di un sistema dove il potere economico e politico conta più della sicurezza, della scienza e del buon senso.
La perdita di elio che la NASA preferisce minimizzare
Mercoledì 9 aprile, mentre la capsula sfrecciava verso la Terra dopo il sorvolo lunare, i controllori di volo a Houston hanno riscritto il programma della giornata. I quattro astronauti a bordo — il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen dell’Agenzia Spaziale Canadese — avrebbero dovuto prendere il controllo manuale di Orion per una dimostrazione di pilotaggio, un test pensato per verificare la capacità dell’equipaggio di manovrare il veicolo senza l’assistenza dei computer di bordo. Una prova importante, tra le più attese della missione. La NASA l’ha cancellata all’ultimo momento, sostituendola con un test aggiuntivo del sistema di propulsione. L’obiettivo dichiarato: raccogliere dati su quella che il flight director Jeff Radigan ha definito una «piccola perdita» di gas elio. Piccola, certo — ma abbastanza significativa da riscrivere il piano di volo a poche ore dall’ammaraggio, il che, per chiunque conosca il linguaggio prudente delle agenzie spaziali, è tutt’altro che rassicurante.
Il sistema coinvolto è quello di pressurizzazione dell’ossidante nel Modulo di Servizio Europeo, il componente costruito da Airbus per conto dell’Agenzia Spaziale Europea che fornisce a Orion propulsione, energia elettrica e supporto vitale. L’elio serve a spingere il propellente attraverso serbatoi e tubature che alimentano i motori della capsula — senza una pressurizzazione adeguata, le manovre di correzione orbitale diventano problematiche. La soluzione adottata per il rientro è stata passare alla modalità «blowdown», che sfrutta la pressione residua nei serbatoi senza bisogno di elio fresco. Funziona, d’accordo, ma è un ripiego — non il piano originale. Come guidare un’auto col motore di riserva: arrivi probabilmente a destinazione, ma non è esattamente il massimo della serenità quando hai quattro persone a bordo e stai rientrando dallo spazio profondo a oltre 40.000 chilometri orari.
L’associate administrator della NASA Amit Kshatriya ha ammesso un dettaglio che meriterebbe molta più attenzione di quanta ne abbia ricevuta:
«Il tasso di perdita era di un ordine di grandezza superiore nello spazio rispetto ai test a terra.»
Un ordine di grandezza significa dieci volte tanto. Il sistema perde dieci volte più elio del previsto quando è effettivamente nello spazio — cioè nell’unica condizione in cui deve funzionare davvero. Lo stesso Kshatriya ha aggiunto che i dati raccolti porteranno «probabilmente a un’estesa riprogettazione delle valvole per la missione Artemis IV», quella che richiederà la piena pressurizzazione per l’inserzione in orbita lunare. Il messaggio, tradotto dal burocratese dell’agenzia, è limpido: sappiamo che il sistema non funziona come dovrebbe, dovremo ricostruirlo da capo, ma intanto andiamo avanti così e speriamo bene. Un approccio che non ispira esattamente fiducia.
Non è nemmeno la prima perdita di elio del programma. Lo scorso febbraio, un guasto diverso — una guarnizione dislocata nel collegamento rapido tra i sistemi a terra e il secondo stadio criogenico dell’SLS — aveva costretto la NASA a riportare l’intero razzo nell’edificio di assemblaggio, ritardando il lancio di settimane. Due guasti legati all’elio in sistemi distinti dello stesso programma, nell’arco di poche settimane. La NASA li tratta come incidenti isolati, ma il pattern suggerisce qualcosa di più sistemico: controlli di qualità insufficienti, test a terra che non replicano le condizioni operative reali, e una pressione costante a procedere che schiaccia la prudenza ingegneristica. Quando il calendario politico — il programma era già slittato dal novembre 2024 al settembre 2025, poi all’inizio del 2026, poi ancora ad aprile dopo il rollback — si scontra con la realtà tecnica, è sempre la realtà a essere piegata.
C’è poi un aspetto che la copertura mediatica sorvola con disinvoltura: il Modulo di Servizio Europeo non è un contributo americano. È finanziato dall’ESA con soldi dei contribuenti europei — anche italiani, visto che l’ASI è uno dei principali contributori dell’agenzia. Il fatto che un componente europeo presenti un difetto significativo in una missione a guida americana solleva domande scomode sulla catena di responsabilità e sui controlli incrociati tra agenzie. Chi ha validato quelle valvole? Chi ha approvato il sistema sapendo che la perdita in condizioni operative era dieci volte superiore alle previsioni? In un programma da decine di miliardi, come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima del lancio? Le risposte, quando arriveranno, saranno quasi certamente sepolte in report tecnici che nessun giornalista leggerà fino in fondo.
Lo scudo termico: quattro vite e un difetto noto
Se la perdita di elio è il problema che la NASA ha deciso di minimizzare, lo scudo termico è quello che preferirebbe non discutere affatto. La storia è nota a chi segue il programma: nel 2022, durante il rientro della missione senza equipaggio Artemis I, lo scudo termico di Orion aveva subito danni imprevisti. Il materiale ablativo Avcoat — progettato per consumarsi gradualmente assorbendo il calore estremo del rientro atmosferico — aveva mostrato una carbonizzazione anomala con distacco di frammenti. L’indagine successiva aveva identificato il problema con chiarezza: i gas generati all’interno del materiale non riuscivano a sfogare correttamente, creando accumuli di pressione che provocavano crepe e rotture. In parole povere, lo scudo non «respirava» come avrebbe dovuto — un difetto di progettazione e manifattura documentato e riconosciuto dalla stessa agenzia spaziale. Non un’anomalia misteriosa, ma un errore identificato e compreso.
La risposta razionale, quella che qualsiasi ingegnere con un minimo di buon senso raccomanderebbe, sarebbe stata riprogettare il componente o almeno sostituirlo con uno costruito correggendo il difetto. Non è quello che è successo. La NASA ha scelto una strada che potremmo generosamente definire pragmatica: modificare la traiettoria di rientro, aumentando l’angolo di discesa per ridurre il tempo di esposizione alle temperature critiche associate al danno. Invece di riparare il pezzo difettoso, hanno cambiato il modo in cui la capsula attraversa l’atmosfera. Modelli computazionali e test a terra, sostiene l’agenzia, confermano che la modifica limita il rischio entro margini accettabili. Margini che, come ha specificato il flight director Jeff Radigan, sono inferiori a un grado per l’angolo del percorso di volo — un margine che in qualsiasi altro contesto ingegneristico farebbe suonare ogni allarme disponibile.
Diversi esperti di protezione termica hanno criticato apertamente la decisione, e non a torto. Questo approccio non risolve il difetto strutturale nel design e nella manifattura dello scudo, si limita a ridurne le conseguenze in uno scenario specifico e ben controllato. Se qualcosa devia dal modello — un angolo leggermente sbagliato, una dinamica atmosferica imprevista, un’interazione termica non calcolata — i margini evaporano. Lo stesso Radigan ha chiarito che non si tratta solo dei 13 minuti di attraversamento atmosferico propriamente detto:
«Non sono tanto 13 minuti. È più come un’ora e mezza di cose che devono andare tutte bene.»
Separazione del modulo di servizio, blackout delle comunicazioni, dispiegamento dei paracadute, ammaraggio — una catena di eventi dove ogni anello deve tenere. Stanotte la capsula entrerà nell’atmosfera a oltre 40.000 chilometri orari, con temperature vicine a quelle della superficie solare. La differenza tra il successo e la catastrofe sta in meno di un grado.
Ma perché la NASA non ha sostituito lo scudo? La risposta è il solito intreccio di tempo, denaro e calcolo politico. Una sostituzione avrebbe significato altri mesi — forse anni — di ritardo, e il programma ne aveva accumulati troppi per permettersi un altro rinvio senza conseguenze sul budget del Congresso. Chi costruisce lo scudo è Lockheed Martin, il contractor principale della capsula Orion, che opera con contratti cost-plus dove ogni ritardo e ogni lavorazione aggiuntiva vengono rimborsati dal governo. L’incentivo a risolvere rapidamente il problema, in un simile contesto contrattuale, semplicemente non esiste. L’Avcoat, peraltro, ha una storia travagliata: era stato sviluppato per le missioni Apollo negli anni ’60, ma il processo produttivo originale era andato perduto e ha dovuto essere ricostruito da zero — con costi enormi e risultati evidentemente imperfetti. Reinventare una tecnologia di sei decenni fa per una missione del ventunesimo secolo: nel mondo dei contratti cost-plus, non è un fallimento — è un’opportunità di fatturazione.
Artemis II, novantré miliardi e chi ci guadagna davvero
Arriviamo ai soldi, che sono sempre il punto vero di ogni discussione quando si parla di programmi spaziali governativi. Il programma Artemis ha superato i 93 miliardi di dollari di spesa complessiva secondo le stime dell’ispettore generale della NASA, con una traiettoria che punta ai 100 miliardi. Il solo sviluppo dell’SLS e di Orion ha consumato oltre 44 miliardi. Ogni lancio del razzo costa circa 4,1 miliardi — per un vettore monouso che finisce in fondo all’oceano dopo ogni volo. Per dare un’idea delle proporzioni: con il costo di un singolo lancio SLS si potrebbe finanziare l’intera agenzia spaziale italiana per diversi anni. SpaceX, che ha i suoi problemi e non è certo un modello di democrazia aziendale, punta a far volare il suo Starship completamente riutilizzabile a meno di 100 milioni di dollari per lancio — quaranta volte meno. A marzo Bloomberg ha riportato che la NASA prevede un ruolo più ampio per SpaceX nelle missioni lunari future, in quello che è stato definito «un colpo per Boeing». Il mercato parla chiaro, ma i contratti esistenti sono blindati e il flusso di denaro pubblico verso i vecchi contractor non si ferma.
La questione vera, però, non è tecnologica — è strutturale, politica, di potere. I contratti tra la NASA e i suoi appaltatori principali sono di tipo cost-plus: il contractor fattura le proprie spese, l’agenzia rimborsa tutto e aggiunge una commissione fissa come profitto. Che il progetto costi 10 o 25 miliardi, il margine dell’azienda resta garantito. Più il programma si gonfia, più l’azienda incassa. Boeing costruisce l’SLS, Lockheed Martin costruisce Orion — e sono gli stessi colossi del complesso militare-industriale che producono missili, sistemi d’arma, satelliti militari e droni. Le stesse linee produttive, le stesse fabbriche, gli stessi ingegneri. Mantenere attivo il programma Artemis significa mantenere attiva la base industriale della difesa americana, e questo a Washington vale molto più di qualsiasi scoperta scientifica sulla superficie lunare. L’ispettore generale ha messo nero su bianco i numeri: Lockheed Martin ha ricevuto valutazioni «Eccellente» nonostante sforamenti di costi e tempistiche, con almeno 27,8 milioni di dollari in premi bonus ingiustificati. Premiata per l’eccellenza mentre lo scudo si sgretola e le valvole perdono elio.
Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha proposto tagli significativi al budget NASA — ma non ai contractor, ovviamente. I tagli colpiscono la ricerca scientifica, l’osservazione terrestre, i programmi climatici. La Luna per le corporation, l’austerità per chi studia il pianeta che ci tiene in vita. C’è una simmetria quasi poetica in questa distribuzione, se non fosse che a pagarne le conseguenze sono le persone che di contratti miliardari non vedranno mai un centesimo. Jared Isaacman, il nuovo amministratore NASA scelto da Trump — un miliardario che ha volato nello spazio con SpaceX, tanto per capire il livello di conflitto d’interessi — ha già rinviato l’allunaggio vero e proprio ad Artemis IV, forse nel 2028. L’obiettivo originale del programma si allontana di anno in anno, ma i soldi continuano a scorrere verso le stesse tasche di sempre.
E poi c’è il gabinetto — che è la metafora perfetta dell’intera faccenda. Poche ore dopo il lancio del 1° aprile, la ventola del sistema di raccolta dell’urina si è bloccata. Christina Koch ha descritto l’odore risultante come quello di un «termosifone bruciato» — un dettaglio che ha fatto il giro dei media internazionali perché rende tangibile l’assurdità della situazione in un modo che i numeri a nove zeri non riescono a fare. Per giorni, i quattro astronauti a bordo di una capsula costata miliardi hanno dovuto arrangiarsi con il Collapsable Contingency Urinal, un sistema di emergenza pieghevole che sembra uscito da un catalogo da campeggio. Il flight director Rick Henfling ha definito il guasto «una questione ingegneristica complessa». Complessa, su un programma da 93 miliardi. La parte migliore? È lo stesso identico tipo di malfunzionamento che aveva afflitto Apollo 10 nel 1969. Cinquantasette anni e novanta miliardi dopo, il gabinetto spaziale resta un problema irrisolto.
La domanda che andrebbe fatta — quella che briefing ufficiali, dirette streaming e servizi giornalistici celebrativi schivano con cura — è brutale nella sua semplicità: a chi serve tutto questo? Non agli astronauti, che rischiano la vita su una capsula con lo scudo difettoso, le valvole che perdono e il bagno fuori uso. Non ai contribuenti americani ed europei, che finanziano il programma senza voce in capitolo. Non alla scienza, che otterrebbe risultati superiori con missioni robotiche a costi incomparabilmente inferiori. Serve a Boeing e Lockheed Martin, che incassano miliardi con contratti senza rischio. Serve ai politici, che usano la Luna come palcoscenico elettorale. Serve al complesso militare-industriale, che tiene attive le sue catene produttive con denaro pubblico. Le alternative ci sarebbero — cooperazione internazionale reale, governance trasparente, tecnologie aperte, programmi guidati dalla ricerca e non dai bilanci dei contractor — ma richiederebbero un modello radicalmente diverso di gestione della tecnologia. Uno dove chi costruisce risponde a chi paga, e non il contrario. Un modello che chi detiene il potere non ha alcuna intenzione di adottare.
Domande frequenti sulla missione Artemis II
La perdita di elio mette a rischio il rientro degli astronauti?
Secondo la NASA, no. La perdita riguarda il sistema di pressurizzazione dell’ossidante nel Modulo di Servizio Europeo, non il supporto vitale. Per il rientro, Orion è passata alla modalità «blowdown» che sfrutta la pressione residua nei serbatoi. Tuttavia, Amit Kshatriya ha ammesso che il tasso di perdita nello spazio è dieci volte superiore a quello previsto dai test a terra, e che sarà necessaria una riprogettazione completa delle valvole per le missioni future.
Perché la NASA non ha sostituito lo scudo termico dopo Artemis I?
La NASA ha scelto di modificare la traiettoria di rientro anziché sostituire lo scudo, una decisione dettata dalla pressione sui tempi e dai costi. Il programma aveva già accumulato anni di ritardi e un altro rinvio avrebbe messo a rischio i finanziamenti del Congresso. Diversi esperti hanno criticato questa scelta, sostenendo che non risolve il problema strutturale del materiale ablativo Avcoat.
Quanto costa ogni lancio del programma Artemis?
Ogni lancio dell’SLS è stimato in circa 4,1 miliardi di dollari, per un razzo monouso. Il programma complessivo ha superato i 93 miliardi di spesa totale. Per confronto, SpaceX punta a far volare Starship a meno di 100 milioni per lancio grazie alla riutilizzabilità, un costo quaranta volte inferiore.
Cosa sono i contratti cost-plus e perché sono un problema?
Nei contratti cost-plus, il contractor fattura le proprie spese alla NASA, che le rimborsa integralmente aggiungendo una commissione fissa di profitto. Le aziende non hanno incentivi a contenere i costi: più il progetto si gonfia, più fatturano. L’ispettore generale della NASA ha documentato almeno 27,8 milioni di dollari in premi bonus ingiustificati pagati a Lockheed Martin nonostante i problemi di costi e tempistiche.
Esistono alternative al modello attuale del programma Artemis?
SpaceX ha dimostrato che i costi di accesso allo spazio possono essere ridotti drasticamente con la riutilizzabilità. La NASA sta già spostando parte del programma verso partner privati più economici. Tuttavia, il sistema attuale — basato su contratti cost-plus con grandi contractor della difesa — riflette priorità politiche e industriali più che scientifiche, e una riforma strutturale richiederebbe una pressione dal basso che al momento non si vede all’orizzonte.
Stanotte, se tutto va secondo i calcoli, quattro astronauti torneranno sani e salvi sulla Terra. Sarà un sollievo autentico, perché dietro i numeri e le disfunzioni ci sono persone in carne e ossa che meritano di rientrare a casa. La NASA celebrerà il successo, i media rilanceranno le immagini dello splashdown, e per qualche giorno sembrerà che i 93 miliardi siano stati ben spesi. Ma i problemi resteranno tutti al loro posto: valvole da riprogettare, scudo termico da rifare prima o poi, contratti che premiano l’inefficienza, un programma lunare la cui ragione d’essere — al netto della retorica — è tenere in piedi un apparato industriale che vive di spesa pubblica. La Luna non scappa. Resta da capire se valga la pena raggiungerla a queste condizioni, e soprattutto chi decide le condizioni.
