La tecnologia dell’ascensore come metafora del controllo algoritmico
Quando John ha pubblicato Show HN: Elevators, non stava semplicemente condividendo un simpatico esperimento di programmazione. Ha messo a nudo qualcosa di molto più profondo: come anche gli oggetti più banali della nostra quotidianità siano diventati terreni di sperimentazione per logiche di potere invisibili. Un ascensore, in teoria, dovrebbe limitarsi a rispondere a un pulsante. Nella pratica, sempre più spesso decide per noi, anticipa, ottimizza, esclude. E chi ha progettato quell’algoritmo? Chi ne ha definito le priorità? Chi ne paga le esternalità?
L’articolo originale di John mostra un sistema di ascensori che impara dai comportamenti degli utenti, cerca di prevedere i flussi, riduce i tempi di attesa. Bello, efficiente, sembra un miglioramento. Ma guardiamo dietro lo specchio: quell’ottimizzazione non è neutra. Serve a chi gestisce l’edificio, non a chi ci vive o lavora. Ridurre i tempi di attesa significa spesso sacrificare l’equità: chi arriva dopo viene fatto aspettare di più perché l’algoritmo ha deciso che è più “efficiente” servire prima chi è già dentro, chi ha un badge VIP, chi frequenta sempre lo stesso piano alle stesse ore. È la stessa logica dei feed algoritmici, dei punteggi di credito sociale, delle assicurazioni che aumentano il premio perché il tuo smartphone ha rilevato che guidi troppo veloce.
Quando l’efficienza diventa giustificazione per la discriminazione
Non è un caso che i primi sistemi di ascensori intelligenti siano stati installati in grattacieli finanziari, uffici di consulenza strategica, sedi di fondi hedge. Luoghi dove il tempo è denaro e dove alcuni corpi valgono più di altri. Un algoritmo che ottimizza per il “flusso medio” finisce inevitabilmente per penalizzare chi ha orari irregolari, chi lavora in turni, chi ha bisogno di più tempo per entrare o uscire (persone con disabilità, anziani, genitori con passeggini). Non è malvagità consapevole: è indifferenza sistemica. È la stessa indifferenza che porta le aziende tecnologiche a testare i riconoscimenti facciali principalmente su volti maschili e caucasici, poi a stupirsi quando falliscono su donne e persone razzializzate.
Shoshana Zuboff lo chiamerebbe “capitalismo della sorveglianza applicato alla mobilità verticale”. Ogni pressione di un pulsante diventa un dato. Ogni ora di ingresso e uscita, un pattern da monetizzare. Gli ascensori non si limitano più a trasportare persone: raccolgono comportamenti, costruiscono profili, prevedono bisogni. E chi controlla quei dati? Chi decide cosa è “ottimale”? Solitamente non gli utenti, ma i facility manager, le aziende di smart building, i grandi gruppi immobiliari che vedono negli inquilini non persone da servire, ma fonti di dati da ottimizzare.
“Non stiamo costruendo ascensori più intelligenti. Stiamo costruendo sistemi di classificazione più sottili.”
L’alternativa dal basso: ascensori a prova di algoritmo
Ma esistono alternative? Certo che sì. E non vengono dalle startup della Silicon Valley che vendono “AI per edifici intelligenti”. Vengono dai condomini autogestiti, dai cohousing, dai centri sociali che hanno ripreso il controllo sulle proprie infrastrutture. A Bologna, in un edificio occupato e poi autogestito, gli ascensori funzionano con logiche semplici: primo arrivato, primo servito. Nessun apprendimento automatico, nessuna profilazione, nessun trade-off tra efficienza e giustizia. Funzionano? Sì. Sono lenti nelle ore di punta? A volte. Ma nessuno viene lasciato indietro perché il suo profilo non è abbastanza “prezioso” per l’algoritmo.
Altri esempi arrivano dal movimento del software libero. Progetti come OpenElevator (sì, esiste) offrono firmware aperto per controllori di ascensori, permettendo alle comunità di ispezionare, modificare, rifiutare aggiornamenti invasivi. È lo stesso principio del diritto alla riparazione applicato alla mobilità verticale: se non puoi aprire lo scatolone nero che decide del tuo movimento, non sei libero.
E poi c’è la dimensione sindacale. Chi installa e mantiene questi sistemi? Tecnici spesso sottopagati, con contratti atipici, formati sulle piattaforme proprietarie che li legano a doppio filo ai fornitori. Immaginiamo un contratto collettivo che includa il diritto alla formazione su sistemi aperti, il rifiuto di installare tecnologie che profilano i lavoratori, la possibilità di audit indipendenti sugli algoritmi di gestione degli edifici. Non è fantascienza: è già pratica in alcuni sindacati dei lavoratori della logistica in Germania, dove si negozia anche l’uso di wearable e scanner nei magazzini.
La guerra tecnologica non passa solo dai droni: passa anche dagli ascensori
Sembra esagerato collegare un ascensore alla guerra tecnologica? Forse. Ma pensiamo alla catena: i sensori che rilevano la presenza nelle cabine vengono spesso prodotti dalle stesse aziende che fanno quelli per i sistemi di targeting militare. Gli algoritmi di ottimizzazione del flusso vengono addestrati su dataset che includono simulazioni di evacuazione di emergenza, sviluppate inizialmente per scenari di conflitto urbano. Anche qui, la dual-use technology la fa da padrone: ciò che oggi ottimizza il tuo ingresso in ufficio potrebbe domani servire a gestire il flusso di persone in un centro di detenzione amministrativa.
E non dimentichiamo il ruolo del Pentagono nel finanziare la ricerca su “mobility intelligence” attraverso programmi come quelli di DARPA sul comportamento umano negli ambienti costruiti. Non è un complotto: è documentato. La tecnologia non nasce neutra in un vuoto; nasce dentro relazioni di potere, finanziamenti, obiettivi strategici. Quando accettiamo un ascensore “intelligente” senza chiedere chi lo ha progettato e perché, stiamo accettando una piccola resa di sovranità tecnologica.
Conclusioni: riappropriarsi del pulsante
La prossima volta che premi il pulsante di chiamata dell’ascensore, fai attenzione. Se la porta si apre troppo in fretta, se sembra “indovinare” dove vuoi andare prima che tu lo prema, se noti che certe persone sembrano sempre avere la precedenza, fermati un attimo. Chiediti: questo sistema sta servendo me, o sta servendo qualcun altro? Chi ha deciso che la mia attesa vale meno di quella di qualcun altro? E soprattutto: esiste un modo per riappropriarsi di quel pulsante?
Perché la tecnologia non è mai solo tecnica. È sempre anche politica. E la politica degli ascensori, oggi, sta andando nella direzione sbagliata: verso sempre più automazione, sempre meno trasparenza, sempre più delega a scatole nere che ottimizzano per chi già ha potere. Ma l’alternativa esiste. È più lenta, forse meno “smart”, ma è umana. È quella in cui decidi tu quando salire e quando scendere. Non un algoritmo. Non un padrone. Tu.
