Ci sono circa 2.000 miliardi di dollari parcheggiati in una scommessa che non ha ancora dato i risultati promessi. Le cosiddette “Magnificent Seven” — Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla — rappresentano da sole il 35% dell’indice S&P 500, e buona parte di quel valore si regge su una promessa: che l’intelligenza artificiale generativa trasformerà tutto, creerà profitti sterminati e giustificherà ogni centesimo investito. I numeri raccontano un’altra storia. Uno studio del National Bureau of Economic Research pubblicato a febbraio 2026 rivela che il 90% delle aziende non registra alcun impatto reale dell’AI sulla produttività, eppure i dirigenti continuano a proiettare crescite dell’1,4% — una cifra ridicola, quasi offensiva, se rapportata ai miliardi bruciati in data center e schede grafiche. Siamo davanti a una disconnessione tra aspettative e realtà che ricorda la bolla delle dot-com, solo più grande, più concentrata e potenzialmente più devastante.
Ma il vero problema non è se la bolla dell’intelligenza artificiale scoppierà. Il vero problema è cosa succederà dopo. Perché la storia ci insegna una lezione brutale, che la classe dirigente si rifiuta sistematicamente di imparare: ogni grande crisi finanziaria del ventunesimo secolo è stata seguita da politiche di austerità. E l’austerità — questo lo dicono i dati, non l’ideologia — è il terreno più fertile che esista per il fascismo. Non un fascismo in camicia nera, ma quello in giacca e cravatta che promette ordine togliendo diritti a chi ne ha meno. La bolla AI non è un problema di borsa. È un problema politico. E le conseguenze ricadranno — come sempre — su chi non ha mai comprato un’azione in vita sua.
Duemila miliardi su una parola che indovina la prossima
La definizione più onesta dell’intelligenza artificiale generativa l’ha data Cory Doctorow: un programma che indovina la prossima parola. Su questa capacità — impressionante dal punto di vista ingegneristico, modesta dal punto di vista economico — sette aziende hanno costruito un castello di carte valutato migliaia di miliardi. J.P. Morgan stima che la spesa in infrastrutture AI raggiungerà i 5.000 miliardi di dollari entro il 2030. Le mega-cap statunitensi da sole ne investiranno 1.100 miliardi tra il 2026 e il 2029. Cifre che superano il PIL di quasi tutti i paesi europei, investite in data center che divorano energia, schede grafiche che costano più di un’utilitaria e modelli linguistici che — nel 95% dei casi — non hanno generato un euro di ritorno, come certifica uno studio del MIT Media Lab. Il tutto mentre l’impatto reale dell’AI sul lavoro si traduce soprattutto in licenziamenti preventivi, non in produttività.
La Bank of England ha suonato l’allarme già nel 2025: le valutazioni delle aziende AI sono gonfiate, e se il costo delle infrastrutture si rivelasse insostenibile il crollo potrebbe essere verticale. L’analisi di Oliver Wyman è ancora più esplicita: uno scoppio paragonabile alle dot-com cancellerebbe oltre 33.000 miliardi di dollari di valore — più del PIL degli Stati Uniti. Per le famiglie americane significherebbe 20.000 miliardi di ricchezza evaporata; per gli investitori stranieri, altri 15.000 miliardi. La concentrazione è il problema nel problema: sette aziende, tutte scommesse sulla stessa tecnologia, tutte intrecciate tra loro. Nvidia vende i chip ad Amazon che addestra i modelli che competono con Microsoft che finanzia OpenAI che compra chip da Nvidia. Un circolo vizioso in cui lo stesso denaro rimbalza tra i bilanci gonfiando i numeri di tutti. Jeffrey Gundlach, gestore di DoubleLine Capital, non ha dubbi: la bolla scoppierà entro il 2026. Michael Burry — quello che aveva previsto il crollo dei subprime — invita alla massima cautela. Il rischio sistemico non è un’ipotesi da catastrofisti. È una certezza statistica con data incerta.
C’è poi il fattore geopolitico, che gli ottimisti di Wall Street fingono di non vedere. I paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi — stavano riversando centinaia di miliardi nei data center AI. Poi la crisi nel Medio Oriente è esplosa: la guerra nello Stretto di Hormuz, le raffinerie colpite, le infrastrutture energetiche da ricostruire. Quei miliardi ora servono altrove. Come ha scritto Il Post, se la bolla AI è davvero una bolla, potrebbe essere la guerra a farla scoppiare. Nel frattempo i dazi di Trump — il più grande aumento fiscale in percentuale del PIL dal 1993, con un costo medio di 1.500 dollari l’anno per famiglia americana — stanno già erodendo la manifattura e distruggendo le catene di approvvigionamento globali. La Corte Suprema a febbraio ha dichiarato illegittimi i dazi imposti tramite l’IEEPA, ma il danno è fatto: 89.000 posti di lavoro manifatturiero persi in meno di un anno. Potremmo avere due crisi al prezzo di una. O forse tre, se contiamo quella energetica.
L’austerità produce fascismo — lo dicono i dati
Quando una crisi finanziaria colpisce, la classe dirigente ha sempre due strade davanti: investire nei servizi pubblici per tenere insieme il tessuto sociale, oppure tagliare tutto per “risanare i conti” — formula elegante per dire che i creditori vengono pagati prima dei cittadini. Negli ultimi vent’anni, la scelta è stata invariabilmente la seconda. Uno studio appena accettato dall’American Political Science Review, firmato da economisti della London School of Economics e dell’Università Bocconi, ha analizzato cosa succede quando i servizi sanitari crollano, usando come laboratorio il National Health Service britannico. Dal 2013, oltre 1.700 ambulatori medici di base hanno chiuso in Inghilterra — più di un quarto del totale. I ricercatori hanno incrociato i dati delle chiusure con tredici anni di rilevazioni sulle preferenze politiche, dal 2009 al 2022, attingendo al GP Patient Survey e al British Election Study Panel. Il risultato è netto: chi ha subito la chiusura del proprio medico di base ha spostato il voto verso i partiti di estrema destra — UKIP, Brexit Party, Reform UK — di 2-4 punti percentuali, con effetti che persistono per almeno quattro o cinque anni. L’effetto è più forte nelle aree ad alta immigrazione, perché quei partiti legano sistematicamente il declino della sanità alla presenza di stranieri.
Il meccanismo è perverso ma logico. Quando lo Stato smette di fornirti servizi decenti — sanità, scuola, trasporti, edilizia popolare — smetti di fidarti dello Stato. Il contratto sociale si spezza: pago le tasse, rispetto le leggi, e in cambio cosa ottengo? Liste d’attesa infinite, scuole fatiscenti, strade impraticabili. In quel vuoto di fiducia si infila il fascista, che non risolve nulla ma ti offre un capro espiatorio. Il migrante che “ti ruba” il posto in ospedale, il rifugiato che “ti porta via” la casa popolare. Non importa che sia falso — e lo è, perché i migranti in età lavorativa sono contribuenti netti che sostengono i sistemi previdenziali dei paesi ricchi e invecchiati, molti dei quali progettano di tornare nel paese d’origine prima di pesare sulla previdenza locale. La rabbia ha bisogno di un indirizzo, e il fascismo è bravissimo a fornirne uno sbagliato. Come ha scritto Hannah Arendt, il fascismo è “solitudine organizzata” — attecchisce solo quando le persone smettono di credere che la società ricompenserà la loro onestà con un’esistenza dignitosa.
Lo schema si è già ripetuto, più e più volte. Dopo il 2008, Obama scelse di salvare le banche e non le famiglie. Il suo segretario al Tesoro, Tim Geithner, gli disse che serviva “ammorbidire le piste di atterraggio” usando i mutui della gente comune come cuscinetto per Wall Street. Milioni di americani persero la casa; le banche, con i soldi pubblici in tasca, li sfrattarono e rivendettero gli immobili a fondi d’investimento che divennero i peggiori proprietari del paese. Quando nel 2016 Hillary Clinton rispose al “Make America Great Again” con “l’America è già grande”, il messaggio fu chiarissimo: vota me se pensi che tutto vada bene, vota lui se pensi che sia tutto andato a rotoli. Il resto è storia. In Ungheria, Viktor Orbán è salito al potere sulla rabbia di chi aveva perso la casa dopo essere stato convinto a stipulare mutui in franchi svizzeri — prodotti finanziari tossici venduti da truffatori che poi invocarono il caveat emptor. Il pattern è sempre lo stesso: crisi, austerità, rabbia, uomo forte. Ogni ripresa a K — dove i ricchi recuperano e i poveri affondano — ha prodotto il suo fascista di turno.
L’Italia nel tritacarne: sanità a pezzi e capri espiatori pronti
Se il meccanismo studiato dalla LSE e dalla Bocconi vi sembra lontano, fatevi un giro in un pronto soccorso italiano qualsiasi, un martedì sera. In Italia il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è sceso al 6,03% nel 2026 — il più basso d’Europa, noi che abbiamo inventato il Servizio Sanitario Nazionale e che ce ne vantiamo in ogni campagna elettorale. La Fondazione GIMBE stima un taglio reale di 13 miliardi. Cinque milioni di italiani rinunciano alle cure: non per stoicismo, non per scelta filosofica, ma perché non possono permettersele o perché le liste d’attesa sono diventate una forma di selezione per censo. Le famiglie sborsano 41,3 miliardi l’anno di tasca propria per curarsi — un numero che demolisce qualsiasi retorica sulla sanità universale. Il SSN è universale solo sulla carta; nella pratica, chi ha i soldi si cura nel privato e chi non li ha aspetta. O rinuncia. Intanto nessuno chiama questo “austerità”: nei comunicati stampa si parla di “razionalizzazione”, “efficientamento”, “spending review”. Parole diverse, stesso risultato: meno servizi per chi ne ha più bisogno.
La lezione dello studio britannico si applica al contesto italiano con una precisione che fa paura. Quando il medico di base va in pensione e nessuno lo sostituisce, quando il pronto soccorso chiude, quando l’ospedale viene accorpato e si allontana di trenta chilometri, la fiducia nello Stato crolla. E nel vuoto si inseriscono i venditori di colpevoli. L’estrema destra — in Italia come in Gran Bretagna — collega il degrado dei servizi all’immigrazione, invertendo sistematicamente il nesso causale. Non sono i tagli a distruggere la sanità, vi dicono: sono “i clandestini” che la intasano. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha già il piano operativo: una forza paramilitare sul modello dell’ICE americano, campi di detenzione per 24.000 persone, 288.000 deportazioni l’anno, un “Deportation Command” che integra dati sanitari del NHS, di polizia e finanziari in un database di sorveglianza unico — con Palantir come partner tecnologico, lo stesso gigante della sorveglianza che lavora a stretto contatto con il governo Trump. Questo non è un incubo da romanzo cyberpunk. È un programma elettorale con consenso crescente nei sondaggi, figlio diretto dell’austerità e della rabbia sociale che ne consegue.
Le alternative esistono — e qualcuno le sta già costruendo
La narrazione secondo cui l’austerità è inevitabile, che “non ci sono soldi”, che bisogna stringere la cinghia — è la bugia più grande e più redditizia della politica contemporanea. I soldi ci sono sempre, quando servono a chi comanda. Ci sono per i 5.000 miliardi in infrastrutture AI, per i 13,4 miliardi che il Pentagono spende in intelligenza artificiale militare, per i contratti miliardari con Anduril e Palantir che costruiscono lo scudo missilistico Golden Dome. La questione non è se le risorse esistano, ma chi decide come usarle. E qui le alternative dal basso stanno emergendo con una forza che i media mainstream preferiscono ignorare. A New York, il sindaco socialista Zohran Mamdani ha riparato 100.000 buche stradali nei primi cento giorni di mandato, nonostante un deficit miliardario lasciato dal predecessore Eric Adams — che gestiva la città “come un’azienda”, cioè male. Le buche non sono glamour, non sono disruption, non ti fanno invitare a Davos. Ma sono il “socialismo delle fogne”: l’idea vecchia, semplice e potentissima che la fiducia nello Stato si guadagna facendo funzionare le cose basilari. Prima tappi le buche, poi la gente ti crederà quando prometti l’asilo nido universale e gli autobus gratis. Mamdani lo sta facendo, e i numeri dicono che funziona.
Lo stesso ragionamento si applica alla tecnologia. La Francia ha ordinato a tutti i ministeri di abbandonare Windows per passare a Linux, con un piano che copre 2,5 milioni di postazioni di lavoro governative. Non è una questione tecnica: è sovranità digitale. La decisione consapevole di non dipendere da aziende americane che rispondono al governo Trump, che cambiano le regole quando vogliono e che trattano i dati dei governi europei come merce da estrarre. Parigi ha già sostituito Teams e Zoom con la piattaforma domestica Visio per tutti i dipendenti pubblici, e ora il piano si estende a sistemi operativi, cloud e strumenti AI. In Canada, il leader dell’NDP Avi Lewis propone di rispondere alla crisi con investimenti pubblici massicci, non con tagli. Nel Regno Unito, i Verdi di Zack Polanski prendono la stessa direzione. Sono approcci diversi ma convergenti: il rifiuto dell’austerità come destino, la scelta di investire nelle persone anziché nei mercati finanziari. Il software libero, le reti decentralizzate, le cooperative digitali non sono utopie da hacker: sono strumenti concreti per costruire infrastrutture che non dipendano da sette aziende californiane e dal loro prossimo crollo di borsa.
Il nocciolo della questione è questo: quando la prossima crisi arriverà — e arriverà, che sia la bolla AI, i dazi di Trump, la guerra energetica o tutte e tre insieme — avremo davanti la stessa bivio di sempre. Tagliare i servizi e dare spazio ai fascisti, oppure investire nelle persone e nelle comunità. “Socialismo o barbarie” non è uno slogan vintage da maglietta. È una scelta concreta, che si ripresenta ogni volta che un sistema finanziario marcio crolla e qualcuno deve pagare il conto. La domanda è sempre la stessa: chi paga? E la risposta, finora, è sempre stata la stessa: chi non ha voce.
Domande frequenti
Cos’è la bolla dell’intelligenza artificiale?
La bolla AI è la crescita sproporzionata del valore di borsa delle aziende legate all’intelligenza artificiale rispetto ai ricavi effettivi generati dalla tecnologia. Le “Magnificent Seven” rappresentano il 35% dell’S&P 500, ma il 95% delle aziende che investono in AI non registra alcun ritorno economico secondo il MIT Media Lab. Analisti come Jeffrey Gundlach e la società di consulenza Oliver Wyman stimano che uno scoppio potrebbe cancellare tra i 20.000 e i 33.000 miliardi di dollari di valore azionario globale.
Come può l’austerità portare al fascismo?
Quando i governi rispondono a una crisi finanziaria tagliando i servizi pubblici, la fiducia dei cittadini nello Stato crolla. Uno studio della London School of Economics e dell’Università Bocconi, pubblicato sull’American Political Science Review, dimostra che la chiusura degli ambulatori medici in Inghilterra ha spostato il voto verso partiti di estrema destra come UKIP e Reform UK di 2-4 punti percentuali, con effetti duraturi nel tempo. Il declino dei servizi crea il vuoto che i fascisti riempiono con propaganda anti-immigrazione.
Quanto è concentrato il rischio AI nei mercati finanziari?
Il rischio è estremo. Sette aziende rappresentano il 35-40% della capitalizzazione dell’S&P 500 e nel 2025 hanno generato il 42% del rendimento totale dell’indice. Una correzione significativa in questo segmento avrebbe effetti a catena sull’intero sistema finanziario globale, con perdite potenziali superiori al PIL degli Stati Uniti.
Perché i servizi pubblici sono collegati alla crescita dell’estrema destra?
I servizi pubblici sono la base del contratto sociale: paghi le tasse, rispetti le leggi, e in cambio ricevi sanità, istruzione, infrastrutture funzionanti. Quando questo patto si rompe, la fiducia crolla e le persone diventano vulnerabili alla propaganda di chi offre capri espiatori — tipicamente i migranti — anziché affrontare le cause strutturali del declino, cioè i tagli alla spesa pubblica.
Quali alternative all’austerità stanno emergendo nel 2026?
Diverse e concrete: il “socialismo delle fogne” del sindaco di New York Zohran Mamdani, che investe nei servizi di base riparando 100.000 buche in 100 giorni; la sovranità digitale francese con la migrazione di 2,5 milioni di postazioni governative a Linux; le proposte di investimento pubblico di partiti come l’NDP canadese e i Verdi britannici. Sul piano tecnologico, il software libero e le reti decentralizzate offrono alternative reali alla dipendenza dalle Big Tech.
