Google ha deciso che il tuo disco rigido è anche il suo. Senza preavviso, senza una finestra di dialogo, senza un singolo pixel che si muova sullo schermo, Chrome scarica un modello di intelligenza artificiale da circa 4 gigabyte sul tuo dispositivo e lo piazza in una cartella nascosta tra i file del browser. Se lo cancelli, lo riscarica. Se lo cancelli di nuovo, lo riscarica di nuovo. Non è un bug — è esattamente come Google ha progettato il sistema. La notizia ha scatenato migliaia di reazioni nella community tech internazionale nelle prime settimane di maggio 2026, e per una volta l’indignazione è proporzionata alla gravità del fatto. Stiamo parlando di un’azienda che controlla oltre il 65% del mercato browser globale e che ha deciso unilateralmente di utilizzare i computer di centinaia di milioni di persone come infrastruttura per i propri modelli AI, senza chiedere il permesso a nessuno. Il file si chiama weights.bin, contiene i pesi neurali di Gemini Nano — il modello linguistico “leggero” di Google pensato per funzionare on-device — e il suo download avviene in background, nel silenzio più assoluto, ogni volta che Chrome decide che il tuo hardware è abbastanza potente da ospitarlo.
Quattro gigabyte scaricati nel silenzio più totale
La scoperta la dobbiamo ad Alexander Hanff, informatico e giurista che online si fa chiamare “That Privacy Guy” — uno che di privacy ne fa una ragione di vita, non un argomento da panel aziendale. Hanff ha impostato un esperimento pulito: un profilo Chrome nuovo di zecca su un Mac con chip Apple Silicon, nessuna navigazione, nessuna interazione, nessuna funzione attivata manualmente. Poi ha controllato i log .fseventsd del kernel macOS — registrazioni a livello di sistema operativo che tracciano ogni operazione sul filesystem, completamente indipendenti da qualsiasi cosa Chrome possa riportare nei suoi log interni. Il risultato è stato inequivocabile: in quattordici minuti e ventotto secondi dal primo avvio, senza che l’utente toccasse un tasto, Chrome aveva scaricato il file weights.bin da circa 4 GB e lo aveva depositato nella directory OptGuideOnDeviceModel del profilo utente. Il tutto orchestrato da un sottoprocesso chiamato OnDeviceModelComponentInstaller, con il componente di controllo scaricato via HTTP dai CDN di Google. Insieme al modello principale, Chrome piazza anche una serie di modelli satellite — identificati con gli ID 40, 49, 51 e 59 — dedicati alla sicurezza del testo e al routing dei prompt.
La parte che dovrebbe far saltare dalla sedia chiunque abbia un minimo di rispetto per il concetto di proprietà del proprio dispositivo è il comportamento post-cancellazione. Se elimini il file, Chrome lo interpreta come uno stato transitorio che richiede correzione — le parole non sono mie, sono la descrizione architettonica del sistema. Il browser ripristina il download senza fiatare. Non c’è nessuna checkbox nelle impostazioni che dica “scarica un modello AI da 4 GB sul mio computer”, e il download si attiva automaticamente quando il dispositivo soddisfa certi requisiti hardware — tipicamente 16 GB di RAM o più — e le funzioni AI del browser sono abilitate, cosa che accade per impostazione predefinita nelle versioni recenti di Chrome. La tua scelta di rimuovere qualcosa dal tuo computer non viene trattata come una decisione, ma come un errore. Il paternalismo tecnologico di Google ha raggiunto un livello che meriterebbe un capitolo nei manuali di sociologia del potere digitale: l’azienda sa meglio di te cosa deve stare sul tuo disco, e se non sei d’accordo è un problema tuo, non suo.
L’inganno dell’intelligenza artificiale “locale” che locale non è
Qui il discorso si fa ancora più torbido, perché alla questione del consenso si aggiunge quella dell’inganno deliberato. Google ha piazzato un bottone ben visibile nella barra degli indirizzi di Chrome: “AI Mode”. Un utente ragionevole — uno che magari ha letto da qualche parte che Chrome include un modello di intelligenza artificiale locale, uno che si ritrova 4 GB di pesi neurali sul disco senza averli chiesti — vedendo quel bottone penserebbe una cosa semplice e logica: le mie domande vengono elaborate qui, sul mio computer, dal modello che il browser ha già scaricato, i miei dati restano con me. Ogni singola parte di questa inferenza è sbagliata. L’AI Mode di Chrome è interamente cloud-backed: ogni query viene impacchettata e spedita ai server di Google per l’elaborazione. Il modello da 4 GB che ti sei ritrovato sul disco non c’entra nulla con quella funzione. Gemini Nano serve per altro — assistenza alla scrittura, suggerimenti nelle tab, rilevamento di truffe — ma l’interfaccia utente non fa assolutamente nulla per chiarire questa distinzione. Il risultato è un design che mente per omissione, e nell’epoca del capitalismo di sorveglianza, mentire per omissione è mentire e basta.
C’è un dettaglio che rende il quadro ancora più grottesco, una di quelle cose che in un romanzo distopico sembrerebbero esagerate. Fino alla versione 147 di Chrome, nelle impostazioni relative all’AI on-device compariva una frase rassicurante: “senza inviare i tuoi dati ai server di Google”. Nella versione 148, rilasciata ad aprile 2026, quella frase è sparita — rimossa in silenzio, senza annunci, senza comunicati stampa, senza una riga di changelog. La scoperta è avvenuta all’inizio di maggio, quando alcuni utenti l’hanno notata e la notizia si è diffusa rapidamente. Un portavoce di Google ha dichiarato che la rimozione “non riflette un cambiamento nel modo in cui gestiamo l’AI on-device” e che i dati vengono “elaborati esclusivamente sul dispositivo”. Però — e qui arriva il colpo di scena — ha anche ammesso che i siti web che utilizzano le API di Nano possono accedere agli input e agli output del modello, con le rispettive privacy policy a governare quei dati. Tradotto dal corporatese al linguaggio degli esseri umani: i dati restano sul tuo dispositivo, a meno che qualcuno non li prenda — e a quel punto non è più un problema di Google. Comodo, no? È come dire che la tua porta di casa è blindata, ma hai dato una copia delle chiavi a chiunque le chieda.
Le linee guida dell’European Data Protection Board (Guidelines 03/2022) identificano tre schemi ingannevoli nel comportamento di Chrome, e non serve una laurea in giurisprudenza per capirli. Il primo è misleading information: l’etichetta “AI Mode” suggerisce falsamente un’elaborazione locale. Il secondo è skipping: non esiste la possibilità di scegliere tra modalità locale e modalità cloud, l’utente non viene mai messo davanti a una scelta reale. Il terzo è hindering: i controlli sono dispersi tra chrome://flags e chrome://settings/ai, due luoghi separati che rendono opaca qualsiasi opzione di gestione. Tre pattern ingannevoli in un solo prodotto — se fosse un esame universitario, Google avrebbe fatto en plein.
Le leggi europee che Google calpesta e il conto ambientale che nessuno paga
Hanff non si è limitato a documentare il problema tecnico — ha fatto quello che pochi nella community tech hanno la competenza e la testardaggine di fare: ha tirato fuori i codici e ha costruito un’analisi giuridica dettagliata. Secondo il suo lavoro, il comportamento di Chrome viola almeno tre disposizioni del diritto europeo. L’Articolo 5(3) della Direttiva ePrivacy (2002/58/CE) richiede che prima di memorizzare qualsiasi informazione sul terminale di un utente — e 4 GB di pesi neurali sono decisamente “informazione” — l’azienda debba ottenere un consenso che soddisfi cinque requisiti: preventivo, libero, specifico, informato e inequivocabile. Chrome non ne soddisfa nemmeno uno. Poi c’è l’Articolo 5(1) del GDPR, che impone i principi di liceità, correttezza e trasparenza: scaricare file da 4 GB in silenzio sul computer di qualcuno non è esattamente un manifesto di trasparenza. E infine l’Articolo 25, quello sulla protezione dei dati fin dalla progettazione — il famoso “privacy by design”: un sistema che considera la cancellazione volontaria di un file come un bug da correggere non è progettato per proteggere l’utente, è progettato per proteggere il fatturato dell’azienda.
Se le autorità europee decidessero di prendere la cosa sul serio, le sanzioni GDPR potrebbero arrivare fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato globale annuo — cifra che per Alphabet, la holding di Google, significherebbe una multa potenziale di circa 12,3 miliardi di dollari. Ma chi ha seguito la storia del rapporto tra Big Tech e regolatori europei sa come funziona la musica: dichiarazioni altisonanti, indagini che durano anni, e alla fine sanzioni che per Google equivalgono a quello che tu o io spendiamo per un caffè. L’Europa si è costruita un arsenale normativo impressionante sulla carta — GDPR, DMA, DSA, AI Act — ma la volontà politica di usarlo davvero contro le corporation che contano si dissolve regolarmente al primo incontro con la realpolitik dei rapporti transatlantici. E intanto Google continua a trattare la legislazione europea come un costo operativo, non come un vincolo reale.
Poi c’è il convitato di pietra: l’impatto ambientale. Hanff ha calcolato che distribuire 4 GB di dati a ciascun dispositivo Chrome nel mondo — parliamo di una base installata che va da cento milioni a un miliardo di macchine, a seconda di quante soddisfano i requisiti hardware — genera tra le 6.000 e le 60.000 tonnellate di CO2 equivalente solo per il trasferimento dati. Per dare un ordine di grandezza: 60.000 tonnellate sono le emissioni annue di circa 13.000 automobili, o l’equivalente energetico di una cittadina di medie dimensioni. Tutto questo per un modello che l’utente non ha chiesto, di cui probabilmente ignora l’esistenza, e che non controlla nessuna delle funzioni più visibili del browser. La stessa Google che pubblica ogni anno report patinati sulla sostenibilità aziendale e promette di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2030 sta bruciando l’equivalente energetico di una piccola città per piazzare software non richiesto sui computer di mezzo pianeta. L’ipocrisia non è un effetto collaterale — è la struttura portante del modello di business.
Come liberarsi di Gemini Nano e perché la vera risposta è un’altra
La risposta ufficiale di Google è arrivata all’inizio di maggio tramite Parisa Tabriz, VP di Chrome, con un thread su X in cui ha difeso l’AI on-device come “fondamentale per la strategia di sviluppo e sicurezza di Google”. Ha precisato che il modello elabora i dati localmente e che “alimenta importanti funzionalità di sicurezza come il rilevamento delle truffe e le API per gli sviluppatori senza inviare i dati al cloud”. Ha aggiunto che il modello si disinstalla automaticamente quando lo spazio su disco è insufficiente e che da febbraio 2026 è possibile disattivarlo manualmente dalle impostazioni del browser. Una risposta costruita con la precisione chirurgica del reparto comunicazione: tecnicamente corretta su ogni singolo punto, eppure completamente evasiva sulla questione fondamentale. Nessuno sta chiedendo se Gemini Nano sia utile o sicuro — si sta chiedendo perché viene installato senza consenso. Su questo, Tabriz non ha speso una parola. Non una sull’assenza di opt-in, non una sulla reinstallazione automatica dopo la cancellazione, non una sull’interfaccia fuorviante di AI Mode, non una sull’impatto ambientale, non una sulla conformità alle normative europee. Una non-risposta da manuale del corporate PR, talmente levigata da scivolare via senza lasciare traccia.
Per chi vuole liberarsi del modello restando su Chrome — ammesso che abbia senso, ma ci arriviamo — le strade sono tre, e nessuna è particolarmente intuitiva, il che la dice lunga su quanto Google tenga alla “scelta dell’utente”. Il metodo più accessibile: apri chrome://flags nella barra degli indirizzi, cerca optimization-guide-on-device-model e impostalo su “Disabled”, poi cerca prompt-api-for-gemini-nano e disabilita anche quello, quindi riavvia il browser. Da febbraio 2026 dovrebbe essere disponibile anche un’opzione in Impostazioni → Sistema per disattivare l’AI on-device. Su Windows esiste una via più definitiva attraverso il Registro di sistema: navigare fino a HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Policies\Google\Chrome, creare un valore DWORD chiamato GenAILocalFoundationalModelSettings e impostarlo a 1. Ma fermiamoci un secondo a riflettere sull’assurdità della situazione: stiamo parlando di modificare flag nascosti, navigare in pagine interne del browser che la maggior parte degli utenti non sa nemmeno che esistano, o mettere mano al registro di sistema di Windows per impedire a un browser web di fare cose che nessuno gli ha chiesto di fare.
Il nocciolo della questione è un altro. Chrome non è più un browser — è un terminale di Google sul tuo computer, un’estensione della sua infrastruttura cloud che si presenta come un servizio per l’utente ma opera nell’interesse dell’azienda. La vera soluzione non è rattoppare Chrome con workaround sempre più elaborati — è scegliere un browser che rispetti la tua autonomia. Firefox è open source, sviluppato da una fondazione no-profit, e non ha alcun modello AI da 4 GB che si installa a tradimento. Brave offre protezioni privacy integrate e un modello di business che non si fonda sulla sorveglianza. LibreWolf è Firefox con ogni forma di telemetria rimossa alla radice. Ungoogled Chromium è il motore di Chrome senza la mano di Google. Nessuna di queste alternative è perfetta — la perfezione nel software è un mito — ma tutte condividono un principio che Chrome ha definitivamente abbandonato: il browser è un tuo strumento, non il cavallo di Troia per le ambizioni AI di una corporation che vale duemila miliardi di dollari.
Domande frequenti
Cos’è il file weights.bin che Chrome scarica senza avvisare?
È un file da circa 4 GB che contiene i pesi neurali di Gemini Nano, il modello di intelligenza artificiale “leggero” di Google. Viene scaricato automaticamente nella cartella OptGuideOnDeviceModel del profilo Chrome, senza alcuna notifica o richiesta di consenso, sui dispositivi che soddisfano certi requisiti hardware — tipicamente almeno 16 GB di RAM.
Perché Chrome riscarica Gemini Nano dopo che lo cancello?
Il sistema è progettato per trattare la cancellazione del file da parte dell’utente come uno “stato transitorio” da correggere. In pratica Chrome considera il modello come un componente essenziale e lo ripristina in automatico, a meno che le funzioni AI non vengano esplicitamente disattivate tramite chrome://flags o le impostazioni di sistema.
L'”AI Mode” nella barra di Chrome usa il modello scaricato sul mio PC?
No. Nonostante l’interfaccia possa suggerire il contrario, l’AI Mode di Chrome è interamente cloud-backed: ogni domanda viene inviata ai server di Google per l’elaborazione. Il modello locale Gemini Nano serve per funzioni secondarie come l’assistenza alla scrittura e il rilevamento truffe, ma l’interfaccia non fa nulla per chiarire questa distinzione fondamentale.
Il download automatico di Gemini Nano viola il GDPR?
Secondo l’analisi del ricercatore Alexander Hanff — informatico e giurista specializzato in privacy — il comportamento viola l’Articolo 5(3) della Direttiva ePrivacy (nessun consenso preventivo per la memorizzazione sul dispositivo), l’Articolo 5(1) del GDPR (mancanza di trasparenza) e l’Articolo 25 (assenza di privacy by design). Le sanzioni potenziali arrivano fino al 4% del fatturato globale di Alphabet.
Quali browser alternativi non installano modelli AI senza consenso?
Firefox, sviluppato dalla fondazione no-profit Mozilla, è l’alternativa più consolidata. Brave integra protezioni privacy avanzate. LibreWolf è una versione di Firefox con tutta la telemetria rimossa. Ungoogled Chromium offre il motore di Chrome senza i componenti proprietari di Google. Nessuno di questi browser scarica modelli AI in background senza il consenso dell’utente.
