Cursori radunati attorno a un fuoco in un campeggio virtuale - cursor camp web indipendente

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Migliaia di cursori che ballano attorno a un fuoco virtuale, raccolgono conchiglie su una spiaggia pixelata, cucinano marshmallow aspettando tredici secondi prima di addentarli. Nessun login, nessun profilo, nessun algoritmo che decide cosa mostrarti. Solo il tuo cursore — quella freccetta bianca che usi ogni giorno senza pensarci — e quelli di centinaia di altre persone sparse per il mondo, tutti insieme in un campeggio digitale che non vuole venderti assolutamente niente. Si chiama Cursor Camp, è l’ultima creazione di Neal Agarwal su neal.fun, e nell’ultima settimana di aprile 2026 è diventato virale con la forza tranquilla delle cose che funzionano perché sono genuine. La notizia ha scatenato migliaia di reazioni nella community tech, e non è difficile capire perché: in un web che sembra progettato per succhiarti l’anima, un posto dove i cursori ballano è una boccata d’aria fresca che sa quasi di provocazione.

La domanda che nessuno sembra porsi è la più ovvia: perché un giochino dove dei cursori ballano ci emoziona così tanto? Forse perché ci ricorda qualcosa che abbiamo perso — un web fatto di gioia gratuita, di scoperta, di condivisione senza secondi fini. Cursor Camp non è solo un browser game carino. È un manifesto involontario di quello che il web potrebbe ancora essere, se non lo avessimo consegnato nelle mani di cinque multinazionali ossessionate dalla raccolta dati e dalla massimizzazione del profitto. Mentre Meta ti chiede di verificare l’identità per usare un social network e X ti bombarda di pubblicità tra un post e l’altro, c’è un ragazzo della Virginia che costruisce campeggi per cursori. E la cosa più sovversiva è che ci riesce senza monetizzare ogni singolo clic, senza un round di finanziamento da cento milioni, senza una slide su “total addressable market”. Solo codice, creatività e la convinzione che il web debba essere divertente.

Un campeggio digitale dove nessuno ti chiede i dati

Cursor Camp funziona così: apri il sito, e il tuo cursore diventa il tuo avatar. Niente username, niente password, niente “accetta i cookie per proseguire” con il pulsante “rifiuta” nascosto in grigio su grigio. Il campeggio è un’illustrazione ampia e dettagliata dove puoi esplorare diverse zone: la spiaggia, il lodge, la canopy, i punti panoramici. Puoi scivolare sugli scivoli, tuffarti nell’acqua, raccogliere diciassette conchiglie sparse per la mappa, suonare il gong o i bongo dentro una tenda, cuocere marshmallow su un fuoco — e la velocità di cottura dipende dalla distanza del tuo cursore dalla fiamma, un dettaglio di game design che è pura poesia nerd. C’è un campo da pallavolo dove cursori di tutto il mondo si sfidano senza regole scritte. Ci sono porte che ti teletrasportano da una zona all’altra senza schermate di caricamento. Ogni tanto l’ambiente ti porta via: correnti, scivoli, meccaniche che temporaneamente ti tolgono il controllo del cursore per poi restituirtelo. Puoi comprare cappellini e accessori con le conchiglie raccolte, guadagnare badge come “Beachcomber” o “Goal!”. È una piccola gioia assurda, il tipo di esperienza che nel 2006 avresti trovato su una qualsiasi pagina di Flash game e che oggi sembra una rarità preziosa, un fossile vivente di un’epoca che pensavamo estinta.

La dimensione sociale è dove la magia si manifesta davvero. Mentre esplori, vedi decine — a volte centinaia — di altri cursori che si muovono con te, contrassegnati da piccole bandierine nazionali. Non potete comunicare a parole, non ci sono chat, non ci sono reaction, non c’è nessun sistema di approvazione sociale. Eppure la sensazione di presenza è fortissima. Un cursore brasiliano che balla vicino al fuoco, uno giapponese che raccoglie conchiglie, uno italiano che prova a capire come si suona il bongo. La comunità si crea spontaneamente, senza moderazione, senza regole scritte, senza termini di servizio di trentadue pagine che nessuno legge ma tutti accettano. Facciamo un passo indietro: quando è stata l’ultima volta che hai condiviso uno spazio digitale con degli sconosciuti senza che qualcuno ci guadagnasse sopra? Senza pubblicità mirate, senza profilazione, senza il tuo comportamento trasformato in dato vendibile? Ecco. Probabilmente non te lo ricordi — e il fatto stesso che un’esperienza così semplice ci stupisca la dice lunga su quanto in basso siamo finiti.

Dietro tutto questo c’è Neal Agarwal, nato nel 1998 a Fairfax, Virginia, laureato in informatica alla Virginia Tech, che gestisce neal.fun da solo dal 2017. A nove anni aveva già costruito un sito che raccoglieva giochi Flash, a dodici programmava con Scratch, al liceo sviluppava giochi per smartphone. Ha creato oltre 35 progetti interattivi: dal Password Game — quello con le regole impossibili per creare una password — a Infinite Craft, da The Deep Sea a The Size of Space. Agarwal parla esplicitamente di voler riportare in vita lo spirito del “Weird Web 1.0”, quei lunghi rabbit hole dell’internet dei primi anni 2000, quando navigare significava perdersi e scoprire cose inaspettate. Lo chiama “Weird Web 2.0” e il suo approccio è la negazione vivente del modello Silicon Valley. Un solo sviluppatore. Nessun investitore. Nessun round di finanziamento Serie A, B o Z. Nessun consiglio di amministrazione. Ha lavorato brevemente per MSCHF, poi ha scelto l’indipendenza totale. Il sito si sostiene con la pubblicità — non con la vendita dei dati degli utenti, non con il venture capital che poi ti impone di “scalare” a qualunque costo. Neal.fun riceve circa due milioni di visitatori al mese. Se questo non è un atto politico, non so cosa lo sia.

L’enshittification ci ha rubato il web

Per capire perché Cursor Camp colpisce così nel profondo bisogna guardare il deserto in cui navighiamo ogni giorno. Cory Doctorow ha coniato il termine “enshittification” nel 2022, e da allora è diventato il concetto più lucido per descrivere la parabola del web commerciale. Il meccanismo si articola in tre fasi, semplici e brutali: la piattaforma nasce offrendo un servizio eccellente per attrarre utenti, poi peggiora l’esperienza per favorire gli inserzionisti, e infine spreme anche gli inserzionisti per massimizzare i profitti degli azionisti. Il risultato è un prodotto che fa schifo per tutti tranne che per chi sta in cima alla catena alimentare. Facebook nel 2008 non somigliava nemmeno lontanamente al Meta del 2026. Google nel 2004 era un motore di ricerca che trovava le cose — oggi è un labirinto di pubblicità, snippet generati dall’AI che spesso inventano di sana pianta, e risultati organici sepolti sotto quattro strati di contenuto sponsorizzato. Come abbiamo già analizzato parlando di ad-tech e sorveglianza, il modello pubblicitario delle piattaforme è strutturalmente incompatibile con il rispetto degli utenti.

Nel 2025 Doctorow ha pubblicato “Enshittification: Why Everything Suddenly Got Worse and What To Do About It”, e la realtà non ha fatto altro che dargli ragione. Nel marzo 2026 una giuria statunitense si è pronunciata nel primo processo per dipendenza da social media, riconoscendo la responsabilità di Meta e YouTube nel causare danni psicologici ai minori. Non è più teoria critica — è giurisprudenza. Ma il nocciolo della questione non è solo che le piattaforme fanno male. È che hanno colonizzato il concetto stesso di “internet” nella testa delle persone. Per la maggior parte degli utenti il web è Instagram, TikTok, YouTube e Google. Punto. L’idea che possa esistere qualcosa fuori da questi recinti — qualcosa come neal.fun, come un blog personale, come un sito costruito a mano da un essere umano con un’idea e un editor di testo — sembra esotica quanto l’idea di costruirsi una casa in un mondo di palazzoni prefabbricati. Eppure è proprio quello che sta succedendo, ai margini, nelle nicchie, nei sottoscala del web. E Cursor Camp ne è l’ultimo, brillante segnale.

In Italia la situazione non è diversa — per certi versi è peggiore. Il nostro ecosistema digitale è ancora più dipendente dalle piattaforme americane, e le alternative locali praticamente non esistono. Il dibattito sull’enshittification nel nostro paese è relegato a pochi spazi indipendenti come Guerre di Rete, che praticamente da sola tiene acceso il faro su sorveglianza, diritti digitali e potere delle piattaforme nel contesto italiano. Il Digital Markets Act e il Digital Services Act europei hanno provato a mettere dei paletti, ma la verità è un’altra: regolamentare piattaforme il cui modello di business è strutturalmente basato sullo sfruttamento dei dati personali è come mettere un limite di velocità a un’autostrada che porta dritta verso un precipizio. Il problema non è la velocità, è la direzione. E una direzione alternativa esiste — la stanno tracciando persone come Agarwal, una riga di codice alla volta, e come raccontavamo a proposito di RSS, blog indipendenti e fediverse, la rete che resiste è più viva di quanto pensi.

Il web revival — web revival movement, small web, indie web, i nomi si moltiplicano ma la sostanza è la stessa — è un movimento che dalle nicchie sta guadagnando terreno. Nato intorno al 2021 nelle discussioni legate al progetto Yesterweb, affonda le radici molto più in profondità, fino a Neocities — fondato da Kyle Drake come erede spirituale di GeoCities — e alle comunità di webmaster indipendenti che non hanno mai smesso di esistere. Il principio è radicale nella sua semplicità: il web appartiene a chi lo costruisce, non a chi lo piattaformizza. Siti personali scritti a mano in HTML, blog autogestiti, pagine che linkano ad altre pagine — quel meccanismo di scoperta organica che esisteva prima che gli algoritmi decidessero cosa meritasse attenzione e cosa no. Houdini Magazine, uno dei punti di riferimento del movimento, ha superato i 750.000 visitatori totali, quasi mezzo milione solo nell’ultimo anno. Non è nostalgia per i gif animati e i contatori di visite. È resistenza concreta e quotidiana contro un modello economico che ha trasformato l’espressione personale in contenuto ottimizzato per il profitto di Zuckerberg, Musk e compagnia. Come ha scritto qualcuno su uno di quei siti indipendenti che fanno ancora la fatica di esistere: “L’espressione personale non dovrebbe essere filtrata attraverso una lente che massimizza il profitto di capitalisti anti-umani.”

Il web indipendente come pratica di liberazione

Cursor Camp è divertente, ma la cosa davvero interessante è quello che rappresenta in termini politici — anche se Neal Agarwal probabilmente non lo definirebbe così. Pensaci: migliaia di persone da tutto il mondo condividono uno spazio digitale, interagiscono senza parole, si organizzano spontaneamente, e tutto funziona senza un’autorità centrale che gestisca le interazioni. Non c’è moderazione perché non ce n’è bisogno. Non ci sono troll perché non c’è niente da trollare — nessun ego da gonfiare, nessun pubblico da impressionare, nessuna metrica da gonfiare. Non ci sono influencer perché non ci sono follower. Non ci sono gerarchie perché tutti i cursori sono uguali, a parte il cappellino che puoi comprarti con le conchiglie — un dettaglio cosmetico, non un indicatore di status sociale. È la dimostrazione pratica che le comunità umane possono autogestirsi quando lo spazio è progettato per la gioia condivisa e non per l’estrazione di valore. Chi ha letto Kropotkin riconoscerà il pattern: togli l’incentivo al dominio, togli le strutture gerarchiche artificiali, e le persone collaborano naturalmente. Non serve un algoritmo per creare una comunità — serve uno spazio che non sia progettato per distruggerla.

Non è tutto oro quel che luccica, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Neal.fun usa Google Analytics, il che significa che Big G traccia le tue visite. Ci sono i cookie. L’indipendenza totale dalla sorveglianza è un’utopia che nemmeno il più creativo degli sviluppatori indie riesce a raggiungere, perché l’infrastruttura stessa del web — DNS, CDN, browser — è controllata dagli stessi soggetti da cui cerchiamo di emanciparci. Ma la perfezione non è il metro di giudizio. Il metro è la direzione. E la direzione di neal.fun è diametralmente opposta a quella di Meta, Google o X. Agarwal non raccoglie i tuoi dati per costruire profili comportamentali da rivendere al miglior offerente. Non usa dark pattern per tenerti incollato allo schermo. Non ha un team di psicologi e neuroscienziati che progetta loop di dipendenza come quelli che hanno portato alla prima sentenza per danni da social media. Fa una cosa semplice, quasi anacronistica: costruisce esperienze divertenti e le mette sul web. In un’economia digitale fondata sullo sfruttamento sistematico dell’attenzione umana da parte delle big tech, questa semplicità è un atto radicale.

Il movimento del web indipendente va ben oltre i singoli progetti. Neocities ospita migliaia di siti personali costruiti con la stessa etica del do-it-yourself che animava le fanzine punk degli anni ’80. L’IndieWebCamp ha codificato principi fondamentali tra cui “possiedi i tuoi dati” e “costruisci per te stesso prima di costruire per gli altri”. I webring — quei cerchi di siti che si linkavano a vicenda negli anni ’90 — stanno tornando come alternativa organica alla scoperta algoritmica. E poi ci sono protocolli alternativi come Gemini, pensati per essere leggeri, non tracciabili, resistenti alla commercializzazione. Non stiamo parlando di hipster digitali che giocano alla nostalgia. Stiamo parlando di persone che costruiscono infrastrutture alternative perché hanno capito una verità scomoda che chi lavora nel settore conosce bene: le piattaforme esistenti non sono riformabili. Sono progettate strutturalmente per estrarre valore — è nel loro DNA azionario, nei loro incentivi di mercato, nelle aspettative dei loro investitori — e continueranno a farlo indipendentemente dalle rassicurazioni del CEO di turno davanti al Congresso americano o al Parlamento europeo. La soluzione non è regolamentarle meglio. È costruire altro.

La lezione più importante di Cursor Camp è forse la più sottile: la tecnologia non ha bisogno di essere invasiva per creare connessione umana autentica. Non servono algoritmi di matching, non serve l’AI che “personalizza la tua esperienza” — leggi: costruisce una gabbia su misura per le tue debolezze cognitive — non serve il metaverso da decine di miliardi di dollari che Zuckerberg continua a inseguire mentre il progetto brucia soldi come un inceneritore industriale. Basta un campeggio disegnato a mano, dei cursori che si muovono insieme, e la possibilità di condividere uno spazio senza che qualcuno ci guadagni sopra. È poco? Forse. Ma è autentico, è gratuito, e non ti chiede niente in cambio se non la tua curiosità. In un web dove l’autenticità è diventata il bene più raro — perché tutto è ottimizzato, A/B testato, engagement-driven, growth-hacked — un cursore che balla attorno a un fuoco virtuale è, paradossalmente, la cosa più rivoluzionaria che vedrai oggi sul tuo schermo. La vera domanda non è se Cursor Camp cambierà il web. Non lo farà, non da solo. La vera domanda è se siamo ancora capaci di costruire spazi digitali che esistano per il puro piacere di esistere — senza business model, senza exit strategy, senza la promessa di scalare fino alla luna. Neal Agarwal dimostra che si può. Sta a noi decidere se vogliamo un web di campeggi o di recinti.

Domande frequenti

Cos’è Cursor Camp di Neal Agarwal?

Cursor Camp è un’esperienza web interattiva creata da Neal Agarwal su neal.fun, lanciata nell’aprile 2026. Si tratta di un campeggio virtuale dove il tuo cursore diventa un avatar: puoi esplorare diverse zone, raccogliere conchiglie, cucinare marshmallow e interagire con centinaia di altri cursori in tempo reale. Non richiede registrazione, account o download.

Chi è Neal Agarwal e cos’è neal.fun?

Neal Agarwal è un programmatore e game designer americano nato nel 1998, laureato in informatica alla Virginia Tech. Dal 2017 gestisce da solo neal.fun, un sito che ospita oltre 35 giochi ed esperienze interattive nel browser, tra cui Infinite Craft, The Password Game e The Deep Sea. Il sito riceve circa due milioni di visitatori al mese e si sostiene con la pubblicità.

Cos’è il movimento del web indipendente?

Il web indipendente (indie web, small web, web revival) è un movimento nato intorno al 2021 che promuove la creazione di siti personali e indipendenti come alternativa alle grandi piattaforme social. Si basa su principi come la proprietà dei propri dati, la decentralizzazione e la libertà creativa. Piattaforme come Neocities ne sono il punto di riferimento principale.

Cosa significa enshittification?

Enshittification è un termine coniato dallo scrittore Cory Doctorow nel 2022 per descrivere il progressivo degrado delle piattaforme digitali. Il processo segue tre fasi: la piattaforma offre un servizio eccellente per attrarre utenti, poi peggiora l’esperienza per favorire gli inserzionisti, e infine sfrutta anche gli inserzionisti per massimizzare i profitti degli azionisti. Il libro omonimo di Doctorow è uscito nel 2025.

Come posso sostenere il web indipendente?

Puoi creare un sito personale anche semplice in HTML statico, usare piattaforme come Neocities per ospitarlo gratuitamente, partecipare ai webring, linkare siti indipendenti che ti piacciono e ridurre la tua dipendenza dalle grandi piattaforme social. Anche visitare e condividere progetti come Cursor Camp, o esplorare protocolli alternativi come Gemini, è un piccolo atto concreto di sostegno al web creativo.