Meta ha appena firmato un accordo per costruire sette nuove centrali a gas naturale in Louisiana. Sette. Centrali. A gas. Il totale sale a dieci impianti fossili destinati ad alimentare Hyperion, il data center più grande nella storia dell’azienda di Zuckerberg, con una potenza complessiva che supererà i 7 gigawatt. Per capire la scala: è più dell’intero fabbisogno elettrico di decine di nazioni. E tutto questo per far girare modelli di intelligenza artificiale che — tra le altre cose nobili — servono a mostrarci pubblicità più precise e a generare immagini di gattini con il cappello da cowboy. La notizia è di ieri, 27 marzo 2026, e racconta meglio di qualsiasi report patinato dove sta andando questa industria.
Due giorni prima, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno depositato al Congresso l’AI Data Center Moratorium Act, una proposta di legge per congelare la costruzione di nuovi data center fino a quando non saranno in vigore garanzie federali su ambiente, diritti dei lavoratori e libertà civili. La risposta del senatore John Fetterman è stata eloquente nella sua brutalità retorica: fermarsi equivarrebbe ad “arrendersi alla Cina”. Come se la corsa all’intelligenza artificiale fosse una guerra — e in effetti, per chi la guida, lo è davvero. Una guerra in cui le vittime collaterali sono le comunità che si ritrovano questi mostri di cemento e acciaio nel cortile di casa, le falde acquifere contaminate, le bollette elettriche che schizzano alle stelle senza che nessuno abbia chiesto il permesso.
Il nocciolo della questione è brutale nella sua semplicità: dietro ogni chatbot, ogni immagine generata, ogni “funzionalità intelligente” del telefono c’è un’infrastruttura fisica enorme, energivora, inquinante. I data center non sono nuvole eteree che fluttuano nell’etere digitale — sono capannoni industriali pieni di server che divorano elettricità e acqua in quantità oscene, che emettono anidride carbonica, che trasformano territori rurali in zone industriali. E qualcuno, da qualche parte, sta pagando il conto al posto delle Big Tech. Questo articolo racconta chi, come, e soprattutto perché dovremmo smettere di accettarlo come inevitabile.
La fame insaziabile di energia che nessuno vuole quantificare
I numeri sono impietosi, e soprattutto crescono a un ritmo che dovrebbe far suonare ogni allarme possibile. I data center statunitensi hanno consumato 183 terawattora di elettricità nel 2024 — più del 4% del totale nazionale — e secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory la domanda energetica combinata raddoppierà tra il 2025 e il 2028, saltando da 80 a 150 gigawatt. Tradotto: entro due anni, più della metà dell’elettricità destinata ai data center servirà esclusivamente per l’AI, e a quel punto la sola intelligenza artificiale consumerà quanto il 22% delle famiglie americane. A livello mondiale, l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che nel 2026 il consumo dei data center raggiungerà i 1.050 terawattora. Per mettere la cifra in prospettiva: l’intero Giappone consuma circa 900 terawattora all’anno. Stiamo costruendo un’industria il cui appetito energetico rivaleggia con quello della terza economia del pianeta, e lo facciamo nel bel mezzo di una crisi climatica che tutti — a parole — dicono di voler affrontare.
Ma l’elettricità è solo metà del problema. I data center hanno una sete d’acqua che fa impallidire qualsiasi altra infrastruttura industriale. Un impianto di medie dimensioni consuma quanto una piccola città; quelli più grandi arrivano a 19 milioni di litri al giorno — l’equivalente del fabbisogno idrico di 50.000 persone. Il consumo diretto d’acqua dei data center statunitensi è triplicato in meno di un decennio, passando da 21 miliardi di litri nel 2014 a 66 miliardi nel 2023, e le stime per il 2026 sono ancora più allarmanti. A questo si aggiunge il consumo indiretto, quello che nessuno mette nel conto: le centrali elettriche fossili che alimentano questi impianti usano enormi quantità d’acqua per il raffreddamento, e prima ancora che un chip arrivi in un data center, la sua produzione ha già consumato migliaia di litri d’acqua ultrapura. Il ciclo di vita dell’intelligenza artificiale — dalla fabbricazione dei componenti all’inferenza del modello — è un buco nero idrico che nessun report di sostenibilità aziendale riesce a mascherare, per quanto ci provino con infografiche colorate e impegni vaghi.
E poi c’è la questione sanitaria, che è forse la più inquietante di tutte perché tocca direttamente la carne e il sangue delle persone. In Oregon, nella contea di Morrow, il rancher Jim Doherty ha iniziato a notare un aumento anomalo di tumori rari, problemi muscolari e aborti spontanei tra i residenti della zona — quella stessa zona dove Amazon ha piazzato uno dei suoi data center più grandi. Un’indagine condotta con l’ufficio sanitario della contea ha rivelato che 68 pozzi su 70 violavano il limite federale per i nitrati nell’acqua potabile, con concentrazioni fino a 73 parti per milione contro un limite statale di 7 — dieci volte oltre la soglia. Delle prime 30 famiglie visitate, 25 avevano avuto aborti spontanei recenti e sei avevano perso un rene. Amazon si è difesa sostenendo che i nitrati “non sono un additivo usato nei nostri processi”. Tecnicamente vero, forse. Ma quando piazzi un’infrastruttura che divora milioni di litri d’acqua al giorno in un ecosistema idrico fragile, le conseguenze a cascata non sono un effetto collaterale imprevisto — sono il costo nascosto del tuo business model. Il Rolling Stone ha paragonato la situazione a quella di Flint, Michigan. Non è un paragone che si fa alla leggera.
I ricercatori della Cornell University hanno calcolato che l’espansione dei data center potrebbe aggiungere fino a 44 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, l’equivalente delle emissioni annuali di 10 milioni di automobili. Oltre 160 nuovi data center AI sono stati costruiti negli ultimi tre anni in aree con risorse idriche scarse, come documenta il Lincoln Institute of Land Policy. Non è incuria, non è un errore di pianificazione: è una scelta deliberata. Costruire dove il terreno costa poco, dove le normative ambientali sono deboli, dove le comunità hanno meno potere contrattuale e meno risorse per opporsi. È colonialismo energetico con una verniciata di innovazione — e se questa definizione vi sembra esagerata, chiedete ai residenti della contea di Morrow che bevono acqua avvelenata mentre i server di Amazon macinano profitti.
Il grande bluff verde: promesse vuote e centrali a gas
A inizio marzo 2026, alla Casa Bianca è andato in scena uno di quegli spettacoli che la politica americana sa fare meglio di chiunque altro: la cerimonia della firma. Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAI, Oracle e xAI si sono seduti al tavolo con Donald Trump per sottoscrivere il Ratepayer Protection Pledge, un impegno volontario — volontario, sottolineiamolo con tutta la forza necessaria — a non far ricadere sui cittadini i costi energetici dei loro data center. L’idea sulla carta è semplice e persino ragionevole: le aziende si impegnano a “costruire, portare o comprare” le proprie fonti di energia e a coprire i costi degli aggiornamenti infrastrutturali alla rete elettrica. Il segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato trionfante che “vinceremo nell’AI e fermeremo l’aumento delle bollette”. Peccato che lo stesso governo abbia ammesso, con una certa nonchalance, che l’applicazione del pledge spetta ai singoli stati e alle autorità regolatorie locali — che in molti casi sono già ampiamente catturate dalle lobby energetiche. È come chiedere alla volpe di sorvegliare il pollaio e poi meravigliarsi se mancano le galline.
Facciamo un passo indietro per capire come si è arrivati a questo punto. Anthropic, l’azienda dietro Claude, aveva anticipato tutti a febbraio con un impegno più specifico: coprire il 100% dei costi di aggiornamento della rete e degli aumenti di prezzo causati dai propri data center, oltre a lavorare per portare online nuova capacità di generazione energetica. OpenAI ha seguito a ruota con promesse analoghe, Microsoft idem. Sulla carta sembra un passo nella direzione giusta, un’assunzione di responsabilità da parte di un’industria che fino a ieri scaricava tutti i costi sulle comunità. Ma il diavolo sta nei dettagli, come sempre quando parliamo di promesse aziendali. Sono impegni volontari, non vincolanti legalmente, senza meccanismi di enforcement indipendenti e senza penalità concrete in caso di violazione. In Arizona, tanto per fare un esempio che vale più di mille analisi teoriche, i tre più grandi data center in costruzione appartengono ad aziende che il pledge non l’hanno nemmeno firmato. L’intera operazione ha il sapore di un’operazione di pubbliche relazioni orchestrata per placare un’opinione pubblica sempre più ostile — non di un cambio di rotta strutturale.
E arriviamo al capolavoro dell’ipocrisia contemporanea, quello che vale la pena raccontare nei minimi dettagli perché è la fotografia perfetta di come funziona il greenwashing nell’era dell’AI. Meta, la stessa azienda che nei suoi report di sostenibilità parla di obiettivi net-zero e transizione verso le rinnovabili, ha firmato un accordo con Entergy Corp. per costruire e pagare abbastanza centrali a gas da fornire 5,2 gigawatt di elettricità al data center Hyperion in Louisiana. Questo si aggiunge ai tre impianti già approvati, portando il totale a dieci centrali fossili per un singolo data center. Dieci. E non parliamo di impianti temporanei o di ponte verso le rinnovabili: sono centrali a gas che emetteranno CO2 per decenni. Google, dal canto suo, sta trattando per comprare elettricità da una centrale a gas ancora da costruire a Decatur, in Illinois, e progetta un data center in Nebraska che richiederebbe tre volte l’energia consumata dall’intera città di Lincoln durante i picchi estivi — alimentato, guarda caso, da un impianto a gas “utility-scale” costruito ad hoc. L’analisi dei ricercatori di Cornell parla chiaro: questa espansione sta bloccando il sistema energetico in una dipendenza dai fossili che durerà decenni, rendendo la transizione verde non solo più difficile ma strutturalmente più costosa. Ogni nuova centrale a gas costruita oggi è un’ipoteca sul futuro energetico di tutti.
Il prezzo all’ingrosso dell’elettricità nelle zone vicine ai grandi data center è aumentato fino al 267% negli ultimi cinque anni, secondo i dati di Consumer Reports. Non è un’astrazione statistica: significa bollette più alte per famiglie che non hanno mai chiesto di vivere accanto a un capannone pieno di GPU. Significa ospedali, scuole, piccole imprese artigiane che si ritrovano a competere per l’energia con aziende che hanno capitalizzazioni di mercato superiori al PIL di intere nazioni. Il paradosso è che queste stesse aziende, al tavolo della Casa Bianca, hanno promesso di “non far alzare le bollette”. Il giorno dopo — letteralmente — firmano contratti per centrali a gas. C’è una parola per questo, e non è “innovazione”. Come abbiamo scritto parlando del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro, il pattern è sempre lo stesso: i profitti vengono privatizzati, i costi vengono socializzati. E chi li paga sono sempre gli stessi — quelli in fondo alla catena del potere.
Le comunità si ribellano: dall’Oregon alla Lombardia, il no parte dal basso
La buona notizia — perché una ce ne vuole, altrimenti tanto vale chiudere tutto e andare a vivere in una capanna — è che le comunità non stanno a guardare. E non si tratta di proteste simboliche, hashtag o petizioni online destinate al cestino: è una resistenza concreta, organizzata, che sta bloccando miliardi di dollari di investimenti. Secondo Data Center Watch, oltre 64 miliardi di dollari di progetti sono stati bloccati o ritardati negli Stati Uniti negli ultimi due anni a causa dell’opposizione locale. Di questi, 18 miliardi sono stati cancellati del tutto — non rinviati, non ridimensionati: cancellati. Città e contee in almeno 14 stati hanno approvato moratorie sulla costruzione di nuovi data center, e una dozzina di stati ha legislazione pendente per estenderle a livello statale. In più di 30 stati, nel solo 2026, sono stati presentati oltre 300 disegni di legge su temi legati ai data center — moratorie, incentivi fiscali, politiche energetiche. Il dato è impressionante e racconta un cambiamento di paradigma nella percezione pubblica di queste infrastrutture.
Quello che è particolarmente interessante — e che dovrebbe far riflettere chiunque ragioni ancora in termini di schieramenti tradizionali — è che la rivolta è bipartisan. In South Carolina come in Pennsylvania, in Mississippi come in Arizona e Texas, cittadini di ogni orientamento politico si presentano alle assemblee pubbliche per dire no alle Big Tech. Non è una questione ideologica: è una questione di sopravvivenza quotidiana. Quando ti avvelenano l’acqua, quando la bolletta raddoppia, quando il terreno agricolo che la tua famiglia coltiva da generazioni viene cementificato per un capannone che crea dieci posti di lavoro altamente specializzati (nessuno dei quali andrà a te), la tessera di partito conta pochissimo. Il Washington Post ha definito questo fenomeno una “ribellione” che sta ridisegnando il panorama politico locale, e ha ragione. È dal basso che arrivano le uniche risposte credibili — non dalle stanze del Congresso, non dalla Casa Bianca, e certamente non dalle sale riunioni di Mountain View o Menlo Park.
La proposta Sanders-AOC rappresenta il tentativo — probabilmente destinato a fallire, almeno nell’immediato — di portare questa resistenza dal livello locale a quello federale. L’AI Data Center Moratorium Act, presentato il 25 marzo 2026, prevede il blocco immediato della costruzione di nuovi data center AI che superino determinate soglie di consumo energetico, fino all’approvazione di una legislazione federale che garantisca protezioni per i lavoratori, l’ambiente e i diritti civili. Oltre 230 organizzazioni nazionali e locali hanno firmato una lettera al Congresso a sostegno della moratoria, tra cui Food & Water Watch e numerosi gruppi ambientalisti. Le probabilità che il disegno di legge passi in un Congresso dominato dai repubblicani e dai dollari delle lobby tech sono praticamente nulle. Ma il segnale politico è importante, e non va sottovalutato: la narrazione secondo cui l’espansione dell’AI è un bene indiscutibile e chi si oppone è un luddista tecnofobico sta cominciando a sgretolarsi. Quando Sanders dice “moratoria”, sta dicendo quello che milioni di cittadini pensano ma non hanno la piattaforma per gridare.
E l’Italia? Non pensiate nemmeno per un secondo che il problema sia solo americano. Il nostro paese ospita già data center che consumano circa 7 terawattora all’anno, con proiezioni che parlano di 20 TWh entro il 2030 — il 6% dei consumi nazionali. La Lombardia concentra il 60% della capacità installata a livello nazionale, con 342 progetti in pipeline e 55 gigawatt di richieste di connessione alla rete. Milano sta scalando rapidamente la classifica europea dei poli data center, e l’area metropolitana assorbe quasi la metà delle infrastrutture nazionali. Ma le resistenze crescono anche qui, con dinamiche che ricordano da vicino quelle americane. A Bollate, un comitato “no data center” ha presentato ricorso al TAR per presunte irregolarità nel piano urbanistico, e Legambiente Lombardia si è unita impugnando il progetto. Il Movimento 5 Stelle sta costruendo un’opposizione in commissione regionale, e associazioni come WWF, Italia Nostra e Federparchi stanno facendo pressione per norme più stringenti. Il Foglio ha parlato di “guerra ai data center in Lombardia”, e non è un’iperbole giornalistica — è la descrizione di una tensione reale che attraversa i territori.
Il legislatore italiano, va detto, si sta muovendo con una rapidità inusuale per i nostri standard. Il 2026 ha portato un vero e proprio “reset normativo” con nuove procedure autorizzative, criteri ambientali più rigidi e il tentativo di orientare lo sviluppo verso modelli più efficienti. La Lombardia sta lavorando a proposte di legge regionali — in particolare la PdL 150 — che privilegiano il riutilizzo di aree industriali dismesse e penalizzano la costruzione su suolo agricolo vergine. L’Unione Europea, dal canto suo, ha introdotto dal 2026 l’obbligo di etichette sui consumi energetici e sull’uso di rinnovabili da parte dei data center. Il progetto Avalon 3 di A2A a Milano promette di recuperare 15 gigawattora di energia termica all’anno dal raffreddamento dei data center per alimentare la rete di teleriscaldamento — un esempio di economia circolare che andrebbe replicato su scala nazionale. Ma il rischio — come sempre quando parliamo di normative nel nostro paese — è che le lobby facciano il loro lavoro dietro le quinte e le regole vengano annacquate prima ancora di entrare in vigore. Chi ha visto come è andata con Piracy Shield, con il PNRR, con le concessioni balneari, sa che tra la legge scritta e la sua applicazione in Italia c’è un abisso che nessuna buona intenzione riesce a colmare. Le comunità che si organizzano dal basso, come quelle che abbiamo raccontato parlando delle alternative open source alle Big Tech, restano il presidio più affidabile contro lo strapotere di chi ha i soldi per comprare il territorio e le istituzioni.
Domande frequenti
Quanta energia consuma un data center per l’intelligenza artificiale?
I data center statunitensi hanno consumato 183 terawattora nel 2024, oltre il 4% del totale nazionale. Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, la domanda raddoppierà entro il 2028. Entro quell’anno, la sola AI consumerà l’equivalente del fabbisogno elettrico del 22% delle famiglie americane. A livello globale, il consumo dei data center toccherà i 1.050 TWh nel 2026.
I data center fanno aumentare le bollette dei cittadini?
Sì, e in modo significativo. Secondo Consumer Reports, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità nelle zone vicine ai grandi data center è aumentato fino al 267% negli ultimi cinque anni. Le comunità locali si ritrovano a competere per le risorse energetiche con aziende miliardarie, e il conto finisce spesso sulle bollette delle famiglie.
Che cos’è l’AI Data Center Moratorium Act?
È una proposta di legge presentata il 25 marzo 2026 dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. Prevede il blocco della costruzione di nuovi data center AI sopra certe soglie energetiche fino all’approvazione di garanzie federali su ambiente, lavoro e diritti civili. Il disegno di legge è sostenuto da oltre 230 organizzazioni.
Qual è l’impatto dei data center in Italia?
L’Italia consuma circa 7 TWh all’anno per i data center, con proiezioni di 20 TWh entro il 2030 (il 6% dei consumi nazionali). La Lombardia ospita il 60% della capacità installata. Nel 2026 è in corso un reset normativo con criteri ambientali più rigidi, ma le resistenze delle comunità locali — da Bollate alla cintura milanese — stanno crescendo.
Le promesse green delle Big Tech sui data center sono credibili?
I fatti suggeriscono di no. Meta ha firmato accordi per dieci centrali a gas in Louisiana per il suo data center Hyperion. Google tratta per centrali a gas in Illinois e Nebraska. Le promesse volontarie come il Ratepayer Protection Pledge firmato alla Casa Bianca non hanno meccanismi vincolanti di enforcement. La distanza tra i report di sostenibilità e le scelte operative concrete è enorme.
La domanda che dovremmo porci non è se l’intelligenza artificiale consuma troppa energia — i numeri parlano da soli, e chi finge di non vederli è complice o ingenuo. La domanda vera, quella che andrebbe scolpita sulla porta di ogni assemblea pubblica e di ogni commissione parlamentare, è un’altra: chi decide dove costruire questi impianti, a spese di chi, e per il profitto di chi? Perché quando Meta piazza dieci centrali a gas in Louisiana per alimentare un data center da 7 gigawatt che genererà profitti miliardari, i costi ambientali e sanitari non finiscono nel bilancio dell’azienda. Finiscono sulle spalle delle comunità rurali che non hanno voce in capitolo, dei contribuenti che pagano le infrastrutture di rete, dei cittadini che vedono la bolletta salire mese dopo mese senza capire perché.
La resistenza dal basso è l’unico antidoto credibile a questo meccanismo. Non le promesse volontarie firmate alla Casa Bianca davanti alle telecamere, non i report di sostenibilità impaginati da agenzie di comunicazione, non le leggi che arrivano sempre troppo tardi e troppo deboli per chi le deve rispettare. Le comunità che si organizzano, che presentano ricorsi al TAR, che bloccano i cantieri, che riempiono le assemblee pubbliche e costringono i politici a prendere posizione — queste sono le forze che possono cambiare il corso delle cose. Dalla Pennsylvania alla Lombardia, dal Mississippi a Bollate, il messaggio è lo stesso e attraversa oceani e confini politici: la tecnologia non è un destino inevitabile imposto dall’alto, è una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, può essere contestata, negoziata, rifiutata. Siamo ancora in tempo per decidere che tipo di infrastruttura digitale vogliamo — ma solo se smettiamo di trattare l’intelligenza artificiale come un fenomeno naturale e iniziamo a vederla per quello che è: un’industria guidata dal profitto, con costi ambientali e sociali reali che qualcuno deve pagare. La vera innovazione non è costruire data center sempre più grandi alimentati a gas fossile. È trovare il modo di mettere la tecnologia al servizio delle persone, non delle quotazioni in borsa.
