Nel silenzio dei loro appartamenti condivisi a Milano, Berlino o Lisbona, migliaia di sviluppatori, data scientist e designer si chiedono ogni mattina: “Perché continuo a farlo?” Non è stanchezza fisica. È qualcosa di più profondo: la perdita di fiducia nel senso stesso del loro lavoro. Un sentimento che sta attraversando intere classi di lavoratori della tecnologia, trasformando quello che doveva essere un sogno di autonomia e creatività in una routine alienante sotto il controllo di algoritmi e azionisti lontani.
La promessa tradita: dal garage alla gabbia dorata
Una volta, lavorare in tecnologia significava costruire il futuro. Oggi, per molti, significa ottimizzare click-through rate per inserzionisti che non conosceranno mai, o addestrare modelli AI che un giorno potrebbero sostituirli stessi. La promessa iniziale – quella di essere artefici del cambiamento – si è infranta contro la realtà del capitale di ventura e del profitto trimestrale.
Secondo un’indagine recente della European Trade Union Institute, oltre il 60% dei lavoratori tech sotto i 35 anni riporta sintomi di burnout emotivo, non legato alle ore lavorate ma alla sensazione di insignificanza. Non producono più nulla di tangibile: producono dati, attenzione, prevedibilità. E tutto questo serve a far crescere il valore di azioni che non possiedono.
Quando l’algoritmo diventa capo
Non è più il capo in carne e ossa a dettare i ritmi, ma sistemi di valutazione automatizzati che misurano la produttività in commit giornalieri, tempo medio di risposta ai ticket, o persino nel tono delle email. Questi strumenti, venduti come “efficienza”, funzionano come panopticon digitali: non serve che qualcuno ti stia guardando, basta che tu creda che potrebbe accadere.
Come denuncia la ricercatrice Shoshana Zuboff nel suo ultimo intervento al Chaos Communication Congress: “Stiamo assistendo alla colonizzazione dell’esperienza lavorativa attraverso il comportamento modificato. Non siamo più lavoratori, siamo fonti di comportamento da modellare.”
In Italia, casi come quello di un team di sviluppatori di una fintech milanese – che ha organizzato un sit-in virtuale dopo che il loro algoritmo di performance ha iniziato a penalizzare chi prendeva ferie per motivi di salute – mostrano come la resistenza stia iniziando a prendere forma, anche se ancora frammentata.
Il lavoro tech non produce più niente (che conti)
Un programmatore che passa otto ore al giorno a correggere bug in un’app di consegne di cibo non sta costruendo infrastrutture civili. Sta mantenendo in vita un modello di estrazione: estrae tempo libero dalle persone, lo trasforma in dati di consumo, lo vende a pubblicitari. Il prodotto reale non è l’app, è il comportamento prevedibile dell’utente.
Questa realizzazione sta generando una crisi esistenziale silenziosa. Non si tratta più di chiedere salari più alti (anche se servirebbero), ma di chiedersi: “A cosa sto davvero servendo?” La risposta, troppo spesso, è: a far diventare più ricchi quelli che già lo sono.
Un sondaggio non ufficiale tra membri di gruppi Telegram di sviluppatori open source in Europa ha rivelato che oltre il 40% sta considerando di lasciare l’industria tech tradizionale per dedicarsi a progetti comunitari, cooperativi o semplicemente a lavori non tecnici che permettano loro di sentire di contribuire a qualcosa di concreto.
Le alternative dal basso: quando il codice torna a servire le persone
Ma non tutto è perduto. Mentre le Big Tech licizzano in etica e responsabilità sociale, nascono dal basso esperienze che provano a riprendere il controllo della tecnologia.
Progetti come Mastodon e il Fediverse mostrano che è possibile costruire social network senza pubblicità, senza algoritmi di manipolazione, senza venture capital. Non sono perfetti, ma esistono. E funzionano grazie al lavoro volontario di persone che hanno deciso di non mettere più il loro talento al servizio della sorveglianza comportamentale.
In Italia, esperienze come Libera Rete o i laboratori di autodifesa digitale dei centri sociali stanno insegnando a migliaia di persone non solo a proteggere la propria privacy, ma a ricostruire infrastrutture comunicative indipendenti. Non sono startup che cercano finanziamenti: sono mutuo soccorso tecnologico.
Anche nel mondo del software libero, si sta assistendo a un rinnovato interesse per modelli di governance cooperativa. La Federazione Italiana dei Lavoratori della Conoscenza ha lanciato una campagna per il “software pubblico”, ispirandosi a esperienze come quella di Barcellona, dove il comune sviluppa e mantiene internamente le proprie applicazioni, rifiutando di dipendere da fornitori proprietari.
La tecnologia di guerra non è il nostro futuro
Un altro fattore che sta erodendo la fiducia nei lavoratori tech è il crescente legame tra Silicon Valley e il complesso militare-industriale. Progetti come Project Maven (l’uso di AI per identificare obiettivi in zona di guerra) o i contratti di Microsoft e Amazon con il Pentagono per servizi cloud militari hanno spinto molti dipendenti a dimettersi in segno di protesta.
Quando scopri che il modello di riconoscimento immagini che hai aiutato a addestrare potrebbe essere usato per guidare un drone letale, la crisi di fede diventa inevitabile. Non è più una questione di condizioni di lavoro: è una questione di coscienza.
Movimenti come Tech Workers Coalition e No Tech For Apartheid hanno dimostrato che il rifiuto collettivo funziona: dopo le proteste interne, Google ha deciso di non rinnovare il suo contratto con il Pentagono per Project Maven. Non basta, ma è un inizio.
Riappropriarsi del tempo, riappropriarsi del senso
La crisi di fede dei lavoratori tech non è una malattia individuale da curare con corsi di resilienza o app di meditazione aziendale. È un sintomo politico. Rivelare che qualcosa nel modo in cui organizziamo il lavoro tecnologico è fondamentalmente sbagliato.
La via d’uscita non passa attraverso migliori benefit o uffici con ping pong e birra gratis. Passa attraverso la ricostruzione di un rapporto diretto tra chi crea la tecnologia e chi ne fruisce. Passa attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione digitale. Passa attraverso il rifiuto di costruire strumenti di oppressione, anche quando vengono chiamati “innovazione”.
Come scrive l’attivista McKenzie Wark in Capital is Dead: “Non siamo contro la tecnologia. siamo contro chi la usa per comandare.” E forse, ricominciare da qui – dal chiedersi ogni giorno chi comanda davvero attraverso il codice che scriviamo – è il primo passo per tornare a credere nel lavoro che facciamo.
