Quando lo Stato crede di poter comandare Internet
Il giudice federale ha bloccato la legge Utah SB 73, riconoscendo quello che qualsiasi persona con un minimo di conoscenza tecnica sa da anni: non si può obbligare un sito web a verificare la posizione fisica di ogni visitatore del pianeta solo perché qualcuno nello Utah potrebbe usare una VPN. È un tentativo di riscrivere le regole di Internet con un colpo di penna, ignorando come funzionino davvero le reti, la crittografia e la privacy. La legge voleva costringere i siti per adulti a bloccare gli utenti VPN o a identificare la loro posizione reale, ma così facendo avrebbe imposto un onere impossibile a tutto il mondo.
La decisione del giudice non è una vittoria tecnica, è una vittoria politica. Ha riconosciuto che la legge viola il principio costituzionale secondo cui uno Stato non può imporre oneri eccessivi a persone e aziende fuori dai suoi confini. In pratica, lo Utah voleva trasformare ogni sito web del pianeta in un agente di controllo dell’età, solo per impedire a qualche adolescente di vedere contenuti vietati. Un approccio che avrebbe avuto senso solo se Internet fosse rimasto confinato dentro i confini statali, cosa che non è mai stata vera nemmeno negli anni ’90.
VPN: non uno strumento per fuggire dalla legge, ma per difendere un diritto
La narrativa dominante dipinge le VPN come strumenti da criminali, da chi vuole nascondere qualcosa. La realtà è ben diversa: le VPN sono una delle poche difese rimaste contro la sorveglianza di massa, il tracciamento pubblicitario invasivo e la censura geografica. Quando attivi una VPN, non stai cercando di ingannare lo Stato, stai cercando di ripristinare un minimo di controllo sui tuoi dati. È lo stesso principio per cui usiamo HTTPS invece di HTTP, o perché cifriamo le nostre email.
Lo Utah ha cercato di colpire le VPN perché sono diventate un ostacolo evidente al suo modello di controllo basato sull’identificazione forzata. Ma bloccare le VPN non ferma chi vuole accedere a contenuti per adulti: lo spinge solo verso strumenti ancora più oscuri, come Tor o reti peer-to-peer decentralizzate. È la legge dell’idraulica applicata alla censura: se chiudi un rubinetto, l’acqua trova un’altra strada.
Il vero obiettivo: normalizzare il controllo dell’identità online
La legge SB 73 non è davvero sulle VPN. È un cavallo di Troia per abituarci all’idea che ogni accesso a Internet debba essere accompagnato da una verifica dell’età, dell’identità, della posizione. È lo stesso principio dietro le carte d’identità digitali obbligatorie, dietro i sistemi di riconoscimento facciale nei negozi, dietro la spinta europea per un portafoglio digitale unico. Ogni volta che ci dicono “è per la sicurezza” o “è per proteggere i minori”, in realtà ci stanno chiedendo di rinunciare all’anonimato, al pseudonimo, alla possibilità di esistere online senza essere continuamente profilati.
EFF ha fatto bene a sottolineare che esistono alternative meno invasive: filtri locali sui dispositivi dei minori, educazione digitale, strumenti di controllo parentale che non richiedono di trasformare il mondo intero in un ufficio verifiche. Ma queste soluzioni non danno potere allo Stato sulle persone comuni. Ecco perché vengono ignorate a favore di leggi che pretendono di applicare norme locali a una rete globale.
La contraddizione del capitalismo della sorveglianza
C’è un’ironia amara nel vedere lo Stato adottare le stesse logiche delle Big Tech. Le piattaforme ci tracciano per venderci pubblicità mirata; lo Stato vuole tracciarci per controllare l’accesso ai contenuti. Entrambi partono dallo stesso presupposto: che l’anonimato sia un bug da correggere, non una feature da proteggere. La differenza è che almeno con le aziende possiamo scegliere di non usarle (in teoria). Con le leggi come SB 73, l’obbligo è universale.
Questa convergenza tra potere statale e potere corporativo è ciò che definisce il capitalismo della sorveglianza: non è più possibile distinguere dove finisce lo Stato e dove inizia la corporation quando entrambi lavorano allo stesso obiettivo: eliminare la privacy come impostazione predefinita. Le VPN sono diventate un bersaglio proprio perché rappresentano una delle ultime linee di difesa contro questo modello.
Cosa significa questa vittoria per il resto del mondo
La decisione del giudice federale dello Utah ha un valore simbolico che va ben oltre i confini dello Stato. Manda un segnale chiaro ad altri legislatori che pensano di poter risolvere problemi sociali con divagazioni tecniche impossibili: i tribunali, almeno negli Stati Uniti, sono ancora disposti a fermare le leggi che ignorano come funziona davvero Internet. Questo è importante perché negli ultimi anni abbiamo visto una proliferazione di leggi simili in tutto il mondo, dall’Australia al Regno Unito, tutte basate sull’idea sbagliata che si possa legiferare contro la matematica.
In Italia, dove si discute continuamente di obbligo di identificazione per accedere a servizi online, questa sentenza dovrebbe far riflettere. Non possiamo permettere che la paura giustifichi l’erosione dei diritti digitali. Ogni volta che accettiamo un compromesso sulla privacy “per la sicurezza”, stiamo costruendo un precedente che verrà usato per giustificare intrusioni sempre più profonde.
La tecnologia non si ferma davanti alle leggi stupide
Indipendentemente dall’esito delle battaglie legali, la realtà tecnica rimane: finché esisterà la crittografia forte, finché esisteranno reti decentralizzate come Tor o I2P, finché esisteranno sviluppatori disposti a scrivere software libero che mette la privacy al primo posto, nessuna legge potrà davvero eliminare l’anonimato online. Gli strumenti esistono, funzionano e sono alla portata di chiunque voglia usarli.
La vera vittoria non è nelle aule di tribunale, ma nelle comunità che ogni giorno sviluppano, diffondono e migliorano questi strumenti. È nei progetti open source che rifiutano di inserire backdoor, nei volontari che gestiscono nodi Tor nonostante i rischi, negli attivisti che insegnano alle persone come proteggersi. È lì che si costruisce la sovranità tecnologica dal basso, non aspettando che un giudice ci salvi.
