Persona che guarda uno schermo con grafici astratti e foto sbiadite - lutto algoritmico

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Stephen Wolfram ha pubblicato un tributo alla moglie Elise Cawley, morta nel 2026 dopo 36 anni di matrimonio. Un testo personale, pieno di ricordi, foto d’archivio e riflessioni sulla vita condivisa. Niente di strano, se non fosse che Wolfram è lo stesso che ha costruito un impero sull’automazione del pensiero umano, su Mathematica e Wolfram Alpha, su quell’idea pericolosa che tutto possa essere ridotto a calcolo, anche il lutto.

L’algoritmo del cordoglio: quando anche il dolore diventa dato

Nel suo post, Wolfram descrive come abbia usato i suoi stessi strumenti per “elaborare” il lutto: analisi testuali dei loro scambi di email negli anni, ricostruzioni geografiche dei luoghi visitati insieme, persino tentativi di modellare matematicamente la traiettoria della loro relazione. Un esercizio di potere tecnologico applicato all’intimo più sacro. Come se dire “ti ho amato” non bastasse più: bisogna quantificarlo, visualizzarlo, metterlo in un grafico a dispersione.

Questa non è elaborazione del lutto. È sorveglianza affettiva. È il capitalismo della sorveglianza che entra nel lutto e dice: “Posso ottimizzare anche questo. Dammi i dati e ti restituirò una versione pulita, condivisibile, algoritmicamente corretta del tuo dolore.”

“Quando riduci l’esperienza umana a un dataset, non la stai preservando: la stai colonizzando.”

Shoshana Zuboff, intervista su The Guardian, luglio 2026

E non è un caso isolato. Negli ultimi mesi, startup statunitensi hanno lanciato servizi di “AI grief companion”: chatbot addestrati sulle email, i messaggi, le registrazioni vocali dei defunti, per permettere ai vivi di “parlare ancora” con chi se n’è andato. Un mercato in espansione, valutato oltre 2 miliardi di dollari secondo CB Insights. Il lutto diventa prodotto, il morto diventa dato di training, il vivente diventa utente premium.

Il lutto come ultima frontiera dell’estrattivismo digitale

Wolfram, consapevolmente o no, partecipa a questa tendenza. Il suo non è solo un ricordo: è una dimostrazione di potenza tecnica. Guarda cosa posso fare con i miei strumenti anche davanti alla morte. È lo stesso impulso che spinge le aziende tech a brevettare algoritmi per prevedere la depressione dai post su Instagram, o a vendere alle assicurazioni modelli che stimano l’aspettativa di vita dai dati dello smartwatch.

Il problema non è usare la tecnologia per ricordare. Il problema è quando la tecnologia diventa l’unico mezzo riconosciuto per farlo valere. Quando il tuo dolore non conta se non lo puoi visualizzare in un dashboard. Quando la memoria deve passare attraverso un API per essere legittima.

E qui entra in gioco la prospettiva anarchica: chi controlla questi strumenti di elaborazione del lutto? Chi possiede i server dove vengono conservati i dati più intimi? Chi decide quali forme di memoria sono “valide” e quali no? La risposta è sempre la stessa: pochi attori, enormi concentrazioni di potere, zero accountability.

Memoria dal basso: contro la proprietà algoritmica del passato

Esistono alternative. Progetti come Internet Archive stanno lavorando a strumenti di memorizzazione comunitaria, dove famiglie e gruppi possono archiviare ricordi senza cedere i diritti a piattaforme proprietarie. In Italia, esperimenti di memoria condivisa su reti mesh permettono a comunità locali di scambiare foto, video, testimonianze senza passare per il cloud di Big Tech.

Il software libero offre un’altra strada: invece di affidare i propri ricordi a un chatbot proprietario che li userà per addestrare modelli militari (sì, succede davvero: i dati dei “grief bot” vengono rivenduti a contractor della difesa per migliorare i modelli di comportamento umano nelle simulazioni di controinsurrezione), si possono usare strumenti open source per creare archivi personali, cifrati, autogestiti.

Il punto non è rifiutare la tecnologia. È rifiutare il suo attuale assetto di potere. È dire: voglio ricordare mia moglie sui miei termini, con i miei strumenti, senza che nessuno possa profilare il mio dolore per venderlo a un assicuratore o a un reclutatore dell’esercito.

L’ipocrisia del lutto tecnologico: da Wolfram al Pentagono

C’è un’ironia amara nel vedere Wolfram piangere pubblicamente per la moglie mentre la sua azienda riceve finanziamenti diretti dal Dipartimento della Difesa statunitense per sviluppare modelli di AI predittiva da usare in scenari di guerra. Lo stesso uomo che elabora algoritmi per capire il lutto personale lavora a sistemi che prevedono e ottimizzano la letalità nei conflitti.

Non è una contraddizione personale. È la struttura stessa del complesso militare-industriale-tech: la capacità di modellare il comportamento umano serve sia a venderti un’assicurazione sulla vita sia a prevedere dove cadrà la prossima bomba. Il lutto e la morte diventano due facce dello stesso mercato: uno lo consumi, l’altro lo produci.

E mentre Wolfram scrive il suo post, negli stessi giorni l’esercito statunitense testa droni autonomi che prendono decisioni di letalità senza intervento umano, addestrati su dataset che includono proprio quei modelli di comportamento umano che aziende come la sua aiutano a raffinare.

Riappropriarsi del dolore: tecnologia al servizio del vivere insieme

Il lutto non deve essere un problema da risolvere con più algoritmi. Deve essere uno spazio sociale, collettivo, politico. Quando perdiamo qualcuno, non abbiamo bisogno di un chatbot che lo imiti: abbiamo bisogno di comunità che ci sostengano, di spazi dove il dolore possa essere espresso senza doverlo giustificare con un grafico.

La tecnologia può aiutare, certo. Ma solo se è al servizio di quelle comunità, non al loro posto. Solo se è decentralizzata, aperta, controllata da chi la usa. Solo se rispetta il principio che nulla di umano dovrebbe essere proprietario.

Altrimenti, finiamo per piangere non per chi abbiamo perso, ma per la versione di loro che un algoritmo ha deciso di mostrarci. E quel lutto lì non è autentico: è un prodotto. E noi siamo diventati i suoi consumatori.