In California un miliardario tech si candida contro un deputato che ha osato appoggiare una tassa sui super-ricchi. Non è la trama di un film distopico, è la realtà della democrazia americana nel 2026. La corsa congressuale nel distretto CA-17 — il cuore pulsante di Silicon Valley, la terra di Apple, Intel e Yahoo — è diventata il campo di battaglia dove l’oligarchia tecnologica gioca a carte scoperte: o la smetti di toccare i nostri soldi, o ti togliamo il seggio. Semplice, brutale, senza fronzoli.
Ethan Agarwal, ex fondatore di startup e laureato alla Wharton, si è lanciato nella sfida al deputato democratico Ro Khanna con l’appoggio di un esercito di venture capitalist e CEO miliardari. Il pretesto ufficiale? Khanna avrebbe “tradito” il distretto concentrandosi troppo sulla politica nazionale. Il motivo reale è molto più semplice e molto meno nobile: Khanna ha commesso il peccato imperdonabile di appoggiare una proposta di tassa del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. In una terra dove i miliardari sono circa 200, questo equivale a dichiarare guerra. E la guerra, i signori della tecnologia, sanno come combatterla — a colpi di milioni di dollari in donazioni elettorali e dark money.
La vicenda va ben oltre un seggio al Congresso americano. Racconta come il potere economico si traduce in potere politico con una brutalità che non ha più bisogno di maschere. E racconta quanto sia fragile la democrazia quando chi ha i soldi decide che le regole non gli piacciono più — una storia che dovrebbe far riflettere anche chi guarda da questo lato dell’Atlantico, perché le dinamiche sono le stesse ovunque il capitale si concentra senza contrappesi.
La corsa CA-17: quando il portafoglio decide chi ti rappresenta
Il distretto 17 della California è un caso di scuola per capire come funziona il potere in America. Qui — tra Cupertino, Sunnyvale e parte di San José — hanno sede alcuni dei colossi tecnologici più potenti del pianeta. Qui vivono ingegneri da 300.000 dollari l’anno e miliardari che quella cifra la spendono in un weekend a Napa Valley. Ro Khanna rappresenta questo territorio dal 2017, cinque mandati consecutivi. Per anni è stato il deputato perfetto per Silicon Valley: giovane, figlio di immigrati indiani, progressista quanto basta per non spaventare, moderato quanto basta per non disturbare. Il tipo di politico che piace a tutti perché non dà fastidio a nessuno. Poi ha fatto la cosa sbagliata.
A febbraio 2026, il senatore Bernie Sanders ha lanciato ufficialmente la campagna per portare al voto il Billionaire Tax Act, una proposta che fa tremare i polsi a ogni miliardario californiano: una tassa una tantum del 5% sul patrimonio netto di chi supera il miliardo di dollari, pagabile in rate annuali dell’1% per cinque anni. I soldi — circa 100 miliardi di dollari in un lustro, secondo le stime degli economisti di Berkeley — andrebbero a finanziare sanità pubblica, assistenza alimentare e istruzione. Il 90% al fondo sanitario, il 10% a istruzione e sussidi alimentari. Khanna si è schierato a favore, insieme ai Teamsters della California e ai Democratic Socialists of America. Il governatore Newsom, tanto per chiarire dove stanno i veri rapporti di forza, si è invece schierato contro — dalla stessa parte di Peter Thiel e Reid Hoffman. Quando un governatore democratico si ritrova dalla stessa parte di un cofondatore di PayPal che finanzia cause reazionarie, qualche domanda sul significato della parola “democratico” viene spontanea.
La reazione dell’élite tecnologica è stata immediata. Garry Tan, CEO di Y Combinator — l’incubatore che ha lanciato Airbnb, Dropbox e Stripe — ha dichiarato pubblicamente che Khanna “ha voltato le spalle al distretto”. Traduzione dal linguaggio corporate: ha voltato le spalle ai nostri portafogli. Stanley Tang, co-fondatore di DoorDash — la piattaforma che ha costruito un impero sullo sfruttamento dei rider, quelli sì davvero abbandonati dal sistema — si è accodato con entusiasmo. E nel giro di poche settimane, ecco materializzarsi Ethan Agarwal con la sua candidatura, dopo aver abbandonato una corsa alla poltrona di governatore. Un cambio di rotta che puzza di strategia calcolata in qualche stanza di Sand Hill Road, non certo di vocazione civica improvvisa.
Il curriculum di Agarwal è un concentrato di Silicon Valley distillata: Wharton, tre anni alla McKinsey, fondatore dell’app di fitness Aaptiv poi venduta nel 2021, e infine co-fondatore di Coterie — una startup di servizi finanziari finanziata da Andreessen Horowitz. Perché evidentemente il settore che fa più soldi di tutti ha sempre bisogno di nuovi strumenti per farne di più. Ma il punto non è il curriculum: il punto è chi c’è dietro. E dietro Agarwal c’è un esercito di miliardari che hanno un interesse molto concreto e molto personale — fermare quella tassa prima che arrivi al voto di novembre. Non stiamo parlando di esproprio proletario, facciamo chiarezza. Stiamo parlando di un prelievo una tantum su patrimoni che superano il miliardo — il miliardo, non il milione. La campagna per raccogliere le circa 875.000 firme necessarie a portare la misura sulla scheda elettorale è ancora in corso, e i miliardari stanno facendo di tutto per assicurarsi che, anche se le firme arrivano, il contesto politico sia già stato riscritto a loro favore.
Mezzo miliardo di dollari per riscrivere la democrazia
La corsa CA-17 non è un caso isolato. È la punta di un iceberg che fa impallidire quello del Titanic. A marzo 2026, Bloomberg ha rivelato che un gruppo di ultraricchi della Valley sta mettendo insieme un fondo politico da almeno 500 milioni di dollari, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere il miliardo. Non un PAC tradizionale, non una raccolta fondi per un candidato qualunque — un endowment, un fondo permanente che investe il capitale e usa i rendimenti per finanziare attività politiche per decenni. Rileggiamo: per decenni. Non vogliono vincere un’elezione, vogliono ridisegnare la politica californiana in modo permanente, strutturale, irreversibile.
A guidare lo sforzo c’è Maria Davidson, fondatrice della startup edile Kojo, affiancata da pesi massimi come Neil Mehta di Greenoaks Capital, l’onnipresente Garry Tan e Joe Lonsdale. Su Lonsdale vale la pena spendere due parole in più, perché il personaggio è emblematico di tutto ciò che non va in questa storia. Ha co-fondato Palantir Technologies, l’azienda che vende tecnologia di sorveglianza ai governi di mezzo mondo — quella che schedava e tracciava milioni di persone per conto delle agenzie di intelligence americane ben prima che il termine “capitalismo di sorveglianza” diventasse di moda nei convegni accademici. Che Lonsdale sia tra i promotori di un fondo che vuole “difendere l’innovazione e la crescita” fa ridere, se non facesse piangere. Il suo concetto di innovazione include costruire gli strumenti con cui gli stati controllano, classificano e reprimono i propri cittadini.
Contemporaneamente, lo stesso Garry Tan ha lanciato “Garry’s List”, un’organizzazione 501(c)(4) che lui definisce con linguaggio orwelliano “gruppo di educazione civica e coinvolgimento degli elettori”. La realtà è diversa e meno poetica: si tratta di un dark money group — un’entità che può spendere fino alla metà dei suoi fondi in campagne elettorali senza rivelare i donatori, e usare l’altra metà per attività di cosiddetto “welfare sociale” come guide elettorali ed eventi. Mission Local di San Francisco l’ha definita senza mezzi termini un’operazione di dark money, e non è difficile capire perché. Tan, che ha già finanziato il recall del procuratore distrettuale di San Francisco Chesa Boudin nel 2022, non fa mistero delle sue ambizioni: costruire “infrastruttura politica per i prossimi 20 anni”. Vent’anni di influenza politica finanziata da soldi di cui nessuno conosce la provenienza — e questo in un paese che si vanta di essere la culla della democrazia. Il cinismo è quasi ammirevole, nella sua brutalità.
Fermiamoci un momento a riflettere su cosa significa tutto questo, perché i numeri grandi rischiano di anestetizzare. Un pugno di individui con patrimoni superiori al PIL di decine di paesi sta costruendo un apparato permanente per controllare la politica di uno degli stati più popolosi e ricchi del pianeta. Non attraverso il dibattito pubblico, non attraverso il consenso popolare, non attraverso programmi politici sottoposti al giudizio degli elettori — ma attraverso l’unico linguaggio che conoscono: il denaro. Come abbiamo già analizzato nel caso di David Sacks e dei conflitti di interessi tra Silicon Valley e Casa Bianca, il confine tra potere tecnologico e potere politico americano è ormai una finzione buona per i comunicati stampa. Non è una novità che i ricchi comprino influenza — è il DNA del capitalismo da sempre. Ma c’è qualcosa di diverso nella sfrontatezza con cui Silicon Valley lo sta facendo nel 2026. Non si nascondono più dietro fondazioni filantropiche o think tank con nomi rassicuranti. Dicono apertamente: questa tassa ci danneggia, quindi compriamo l’infrastruttura politica che serve per fermarla. È oligarchia pura, e la chiamano democrazia.
Due candidati compromessi, nessuna alternativa dal basso
Arriviamo alla parte più amara della storia, quella che nessuno dei due schieramenti vuole sentirsi raccontare. Perché se Agarwal è un burattino dei miliardari, Khanna non è esattamente un cavaliere senza macchia. Il deputato uscente ha un problema che puzza lontano un miglio: il trading azionario della sua famiglia. I dati del team di data journalism di ABC7 sono impietosi — il volume di compravendite è più che raddoppiato da quando Khanna è entrato al Congresso, passando da 35 milioni di dollari nel 2017 a 87 milioni nel 2025. Più di 3.000 operazioni solo nell’ultimo anno, per un totale vicino ai 50 milioni. Numeri che farebbero arrossire un gestore di hedge fund, figuriamoci un rappresentante del popolo.
Khanna si difende con l’argomento che non possiede né compra personalmente azioni: le operazioni passano attraverso un trust prematrimoniale a nome della moglie, gestito in modo indipendente. Una difesa tecnicamente legittima ma sostanzialmente ridicola — come dire che il fumo che esce dalla tua finestra non è tuo perché l’accendino è di tua moglie. Un’inchiesta del New York Times del 2022 ha trovato sovrapposizioni tra le attività congressuali di Khanna e oltre il 15% delle aziende scambiate dalla sua famiglia. Il conflitto di interessi è talmente evidente che lo stesso Khanna ha co-firmato proposte per vietare ai membri del Congresso di fare trading azionario. Una mossa che sa di “fate come dico, non come faccio” — o forse di un tentativo genuino di cambiare regole da cui lui stesso trae vantaggio. In entrambi i casi, la credibilità è compromessa in modo probabilmente irreparabile.
Dall’altra parte della barricata, Agarwal attacca Khanna proprio su questo punto, presentandosi come l’outsider pulito che arriva dal mondo vero delle startup. Ma il San José Spotlight ha scavato nel suo passato imprenditoriale e ha trovato un quadro tutt’altro che immacolato. Universal Music Group gli ha fatto causa per violazione del copyright — la sua app Aaptiv usava registrazioni musicali senza licenza — e Agarwal ha accumulato 2 milioni di dollari di debiti legali, di cui 683.000 trasformati in un’ingiunzione personale dopo che aveva smesso di pagare le rate dell’accordo transattivo. Come se non bastasse, il proprietario del One World Trade Center di New York lo ha citato per 2 milioni di dollari di affitti non pagati mentre era CEO di Aaptiv. Per uno che si presenta come imprenditore di successo e paladino dell’integrità, i conti non tornano — e il gioco di parole è voluto.
Il nocciolo della questione è che entrambi i candidati rappresentano facce diverse della stessa medaglia, e la medaglia è quella del privilegio economico che si traduce in potere politico. Khanna è l’insider di Washington la cui famiglia ha fatto fortuna grazie all’accesso privilegiato che il ruolo istituzionale garantisce. Agarwal è il prodotto diretto di un’élite tecnologica che lo usa come pedina in una partita molto più grande del singolo seggio. Nessuno dei due rappresenta le decine di migliaia di persone che vivono nel distretto CA-17 senza un patrimonio a sette cifre: gli insegnanti, gli infermieri, i lavoratori dei servizi che a Cupertino non possono permettersi nemmeno un bilocale, schiacciati dal costo della vita gonfiato proprio dalla ricchezza oscena concentrata nelle mani dei finanziatori di questa corsa elettorale.
Quello che manca in questa storia — e in tutta la politica americana, se vogliamo essere onesti — è un’alternativa che venga davvero dal basso. Un candidato che non sia né l’uomo del trading parlamentare né il pupazzo di Sand Hill Road, ma l’espressione delle comunità che subiscono quotidianamente le decisioni prese nelle stanze dei bottoni di Big Tech. Ma questo tipo di candidature richiedono infrastrutture, risorse e visibilità che nel sistema americano sono strutturalmente precluse a chi non ha accesso ai grandi finanziatori. È un circolo vizioso progettato per perpetuarsi: servono soldi per competere, e i soldi vengono solo da chi vuole mantenere lo status quo. Il fondo da 500 milioni non è un’anomalia del sistema — è il sistema che funziona esattamente come previsto. La connessione con il quadro più ampio è inevitabile: gli stessi nomi che finanziano Agarwal — Lonsdale con Palantir, i venture capitalist di Andreessen Horowitz — sono quelli che costruiscono le tecnologie di sorveglianza e le armi autonome di cui abbiamo parlato analizzando l’alleanza tra Pentagono e Big Tech. Il confine tra la politica locale californiana e la geopolitica globale passa attraverso gli stessi portafogli, gli stessi consigli di amministrazione, gli stessi interessi di classe.
La corsa CA-17 è una cartina al tornasole della democrazia nel XXI secolo, e quello che rivela non è incoraggiante. Non importa chi vincerà tra Khanna e Agarwal alle primarie di giugno: il vero vincitore è già deciso, ed è il sistema che permette a 200 individui di mobilitare centinaia di milioni di dollari per difendere il proprio patrimonio da una tassa del 5%. Una tassa che finanzierebbe sanità e istruzione per milioni di persone. Il fatto che questa proposta — ragionevole, moderata, quasi timida nel contesto della disuguaglianza americana — venga trattata come un attacco esistenziale racconta più sulla distribuzione del potere di quanto qualsiasi trattato di scienza politica potrebbe mai fare.
Per chi guarda dall’Italia e dall’Europa, la lezione è duplice. Da un lato, la conferma che l’oligarchia tecnologica non è un concetto astratto da convegno universitario: è un gruppo di persone con nomi e cognomi che usano il proprio denaro per plasmare le regole del gioco democratico a proprio vantaggio, alla luce del sole, senza vergogna. Dall’altro, un avvertimento: le stesse dinamiche — concentrazione del potere tecnologico, influenza sproporzionata del denaro sulla politica, marginalizzazione sistematica delle voci dal basso — sono già all’opera anche da questa parte dell’Atlantico, in forme diverse ma non meno insidiose. Finché il potere economico si traduce automaticamente in potere politico, non esiste vera democrazia. Esistono solo oligarchie con caratteristiche diverse — alcune più sfacciate di altre. E quella tecnologica californiana, nel 2026, ha smesso perfino di fingere.