Illustrazione critica di un motore di ricerca che offre sostegno emotivo invece di risultati - keyword: Google motore di ricerca terapia AI

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Qualche giorno fa ho cercato su Google una frase da un vecchio meme di basket: “hes never coming over dario”. Volevo ritrovare quei tweet del 2014 in cui i tifosi dei Philadelphia 76ers prendevano in giro Dario Šarić per aver scelto di restare in Turchia invece di raggiungere subito la NBA. Niente di impegnativo: un tuffo nel passato, un po’ di nostalgia digitale. Invece, Google mi ha risposto con un AI Overview che sembrava uscito da un film di Spike Jonze: mi ha chiesto se stessi bene, se Dario mi avesse spezzato il cuore, e mi ha offerto sostegno emotivo. Non link. Non risultati. Una chiacchierata da bar con un algoritmo che pensa di essere il mio terapeuta.

Questo non è un incidente di percorso. È la logica estrema di un motore di ricerca che ha dimenticato il suo lavoro. Google non dovrebbe consolarmi. Dovrebbe indicizzarmi il web. Invece, nel 2026, ci troviamo davanti a un paradosso: lo strumento che doveva organizzare l’informazione mondiale ora interpreta le nostre query come segnali di disagio psicologico e tenta di risolverle con frasi rassicuranti generate da un modello linguistico. È il trionfo dell’interfaccia chatbot applicata a contesti in cui non serve, non è richiesta e, francamente, è inquietante.

La deriva empatica di Google: quando l’AI confonde la ricerca con la psicoterapia

L’esperienza descritta non è isolata. Negli ultimi mesi, numerosi utenti hanno segnalato casi simili: ricerche tecniche che attivano risposte empatiche, query su eventi storici che ricevono consigli di vita, persino ricerche su ricette che si trasformano in inviti a parlare dei propri sentimenti. Non è un bug. È una feature pensata male, o forse pensata troppo bene per chi vuole venderci qualcosa.

Il problema non è l’AI in sé. È l’idea che ogni interazione con la tecnologia debba essere mediata da un modello linguistico addestrato a essere piacevole, accomodante, emotivamente intelligente. Come se l’efficienza, la precisione, la neutralità fossero difetti da correggere. Ma un motore di ricerca non è un amico. Non è un confidente. È uno strumento. E quando uno strumento inizia a supporre intenzioni che non ha, diventa pericoloso.

“Stiamo assistendo alla medicalizzazione della ricerca online. Ogni ambiguità diventa un sintomo, ogni dubbio un segnale di sofferenza da risolvere con un chatbot.”

Questa tendenza si inserisce in un più ampio spostamento del potere tecnologico: dalle funzioni utilitarie alla cattura dell’attenzione attraverso l’illusione della relazione. Non vogliamo che Google ci capisca. Vogliamo che ci trovi ciò che cerchiamo. Il resto è rumore, o peggio, manipolazione.

Chi guadagna quando Google diventa il tuo amico digitale?

Dietro questa deriva empatica ci sono interessi chiari. Più tempo passiamo a interagire con l’AI Overview, più dati raccogliamo sul nostro stato emotivo, più facilmente possiamo essere profilati per scopi pubblicitari o comportamentali. Un utente vulnerabile è un utente più manipolabile. E se Google riesce a farci credere che ci sta ascoltando, siamo più propensi a fidarci dei suoi suggerimenti, anche quando quelli suggerimenti ci portano a prodotti, servizi o idee che ci fanno spendere o credere in qualcosa.

È lo stesso meccanismo che ha trasformato i social network in fabbriche di indignazione: non perché l’indignazione sia utile, ma perché tiene incollati allo schermo. Ora, l’empatia diventa la nuova droga di attenzione. E mentre noi parliamo con un algoritmo che finge di preoccuparsi, le vere decisioni su cosa vediamo, cosa troviamo, cosa rimane indicizzato, vengono prese altrove: nelle stanze del potere di Big Tech, dove si decide cosa è “rilevante” non in base alla verità, ma in base al profitto.

Nel frattempo, chi perde siamo noi: perdiamo la capacità di cercare senza essere interpretati. Perdiamo la neutralità dello strumento. Perdiamo il diritto a una ricerca che non ci giudica, non ci consola, non ci plasma. E soprattutto, perdiamo la possibilità di usare la tecnologia senza dover entrare in una relazione parasociale con essa.

Alternative dal basso: motori di ricerca che non cercano di essere i nostri psicologi

La buona notizia è che esistono alternative. Motori di ricerca che fanno esattamente quello che dovrebbero: indicizzare, classificare, restituire risultati senza aggiungere strati di interpretazione emotiva. Progetti come SearXNG, un metasearch engine libero e decentralizzato che permette di cercare su più fonti senza tracciamento, o Mojeek, che costruisce il proprio indice senza ricorrere a Google o Bing, offrono una via d’uscita.

Questi strumenti non hanno bisogno di fingere empatia. Non hanno bisogno di costruire un rapporto di fiducia falsa. Semplicemente cercano. E lasciano a noi il compito di interpretare, sentire, decidere. Sono l’antitesi del modello di sorveglianza empatica che sta prendendo piede: nessuna analisi del tono, nessuna supposizione sullo stato d’animo, nessuna risposta che va oltre ciò che è stato chiesto.

In Italia, progetti come Buba stanno esplorando modelli di ricerca basati su intelligenza artificiale locale, open source e rispettosa della privacy. Non promettono di capirci. Promettono di servirci. E forse, in questo momento storico, è già abbastanza.

La guerra tecnologica si combatte anche sulla barra di ricerca

Non possiamo ignorare il contesto più ampio: quello della guerra tecnologica. L’AI che oggi ci chiede se siamo stati lasciati da Dario è la stessa tecnologia che guida i droni autonomi, che analizza le riprese delle telecamere di sorveglianza per individuare “comportamenti sospetti”, che viene usata dal Pentagono per prevedere le mosse nemiche. Quando permettiamo a un motore di ricerca di interpretare le nostre intenzioni, stiamo abituandoci all’idea che la tecnologia possa leggere dentro di noi. E quel salto, dalla ricerca di un meme alla previsione del comportamento, è più breve di quanto pensiamo.

Come scriveva Shoshana Zuboff nell’era del capitalismo della sorveglianza, oggi potremmo parlare di capitalismo dell’empatia simulata: un sistema in cui le nostre vulnerabilità emotive diventano dati da estrarre, le nostre fragilità occasioni per costruire fiducia falsa, e il nostro bisogno di connessione viene strumentalizzato per tenerci dentro l’ecosistema.

La risposta non è rifiutare la tecnologia, ma riprenderne il controllo. Chiedere motori di ricerca che non ci analizzino. Insistere sul diritto alla ricerca neutra. Pretendere che gli strumenti restino strumenti, e non diventino compagni di vita non richiesti. Perché se lasciamo che Google diventi il nostro amico, presto potrebbe decidere anche cosa è meglio per noi.