Rotolo di Ercolano letto grazie all’intelligenza artificiale - keyword

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Il rotolo di Ercolano finalmente letto grazie all’intelligenza artificiale

Nel giugno 2026 il progetto Scroll Prize ha annunciato il primo successo nella lettura integrale di un papiro ercolanese, grazie a una combinazione di tomografia a raggi X ad alta risoluzione e modelli di deep learning addestrati a riconoscere l’inchiostro di carbone sul supporto carbonizzato. L’annuncio ha fatto il giro del mondo, celebrato come una vittoria della scienza sulle rovine del tempo. Ma dietro l’entusiasmo si nasconde una domanda scomoda: chi controlla davvero questi strumenti e a quale fine vengono impiegati?

Dalla villa dei Papiri ai server di Big Tech

Il rotolo in questione proviene dalla famosa Villa dei Papiri di Ercolano, biblioteca privata di un ricco romano sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Per secoli i frammenti sono stati considerati illeggibili, avvolti in una massa di carbone che rendeva impossibile qualsiasi tentativo di srotolamento meccanico. Oggi, grazie a scanner sincrotroni e a reti neurali convoluzionali, gli studiosi hanno potuto “vedere” attraverso gli strati e ricostruire il testo digitale.

Tuttavia, l’infrastruttura che rende possibile questo risultato non è neutra. I dati di tomografia sono stati acquisiti presso il European Synchrotron Radiation Facility (ESRF), finanziato in parte da fondi europei ma anche da partnership con aziende di difesa e aerospaziale. Gli algoritmi di riconoscimento dell’inchiostro sono stati sviluppati da un team di ricerca che ha ricevuto finanziamenti da un fondo venture capital specializzato in “AI for cultural heritage”, un settore che sta attirando l’interesse di grandi fondi di investimento legati a Silicon Valley e al complesso militare-industriale.

Open source contro il brevetto della conoscenza

Una delle critiche più ricorrenti proviene dalla comunità del software libero. Mentre i risultati preliminari sono stati pubblicati su riviste ad accesso aperto, il codice utilizzato per l’elaborazione delle immagini rimane coperto da licenze proprietarie. Un gruppo di attivisti del progetto OpenPapyri ha lanciato una petizione chiedendo che tutti gli script, i modelli di training e i dataset siano rilasciati sotto licenza GPLv3, affinché qualsiasi laboratorio universitario o gruppo indipendente possa riprodurre e migliorare la tecnica senza dover pagare royalties a società private.

“Se la conoscenza antica viene liberata grazie a strumenti chiusi, stiamo semplicemente sostituendo un vecchio padrone con uno nuovo”, afferma la ricercatrice italiana Elena Rossi, attivista del movimento per la sovranità tecnologica. “L’archeologia non deve diventare un servizio SaaS pagato a consumo”.

Intelligenza artificiale e sorveglianza culturale

L’uso dell’IA per decifrare testi antichi solleva anche preoccupazioni sul versante della sorveglianza. Gli stessi modelli di riconoscimento di pattern che permettono di leggere l’inchiostro sui papiri possono essere riadattati per analizzare grandi volumi di dati testuali, dalle comunicazioni intercettate ai post sui social media. In altre parole, la tecnologia che oggi ci permette di recuperare una ricetta romana per il garum potrebbe domani essere impiegata per profilare comportamenti di massa.

Gli esperti di diritti digitali avvertono che la linea tra “restauro del patrimonio” e “monitoraggio preventivo” è sottile. Quando un algoritmo è addestrato a riconoscere tracce di carbonio su supporti organici, la stessa architettura può essere riconvertita per individuare anomalie in immagini satellitari, video di sorveglianza o persino scansioni biometriche. Senza una governance trasparente e controlli democratici, il rischio è che il sapere archeologico diventi un banco di prova per nuove forme di controllo sociale.

Il modello di finanziamento: ricerca pubblica, profitti privati

Un’analisi dei finanziamenti del progetto Scroll Prize rivela che oltre il 60% dei fondi proviene da fonti private: fondazioni tecnologiche, venture capital e aziende di semiconduttori. Solo una quota minore arriva da finanziamenti pubblici europei o italiani. Questo squilibrio si riflette anche nella proprietà intellettuale: i brevetti sui metodi di elaborazione sono stati depositati da una spin-off universitaria che ha subito ricevuto un’offerta di acquisizione da una grande azienda di cloud computing.

In pratica, il pubblico paga (indirettamente) attraverso le tasse che finanziano la ricerca di base, mentre i profitti derivanti dalla commercializzazione della tecnologia finiscono nelle mani di pochi attori privati. Questo modello è tipico del cosiddetto “capitalismo della conoscenza”, dove il valore estratto dal patrimonio collettivo viene privatizzato, lasciando alla comunità soltanto i benefici simbolici.

Alternative dal basso: laboratori indipendenti e reti di comunità

Nonostante il dominio delle grandi istituzioni, esistono esperienze di contro-potere tecnologico. In Italia, il collettivo ArcheoHack ha messo insieme un laboratorio fai-da-te composto da uno scanner a luce strutturata costruito con componenti Arduino, una telecamera infrarossa modificata e un modello di riconoscimento basato su TensorFlow rilasciato sotto licenza MIT. Con meno di cinquemila euro di budget, il gruppo è riuscito a leggere parzialmente un frammento di papiro proveniente da una collezione privata, dimostrando che l’accesso alla tecnologia non deve essere necessariamente legato a grandi budget o a partnership corporate.

Queste iniziative mostrano una strada diversa: la conoscenza antica può essere liberata attraverso pratiche di autogestione, condivisione aperta di hardware e software, e formazione diffusa. È un modello che si avvicina all’idea di “sovranità tecnologica delle comunità”, dove gli strumenti di produzione del sapere sono controllati da chi li utilizza, non da chi li possiede per profitto.

Conclusione: chi ha davvero vinto?

La lettura del rotolo di Ercolano è senza dubbio un traguardo tecnico notevole. Tuttavia, dal punto di vista anarchico-applicato alla tecnologia, la vittoria non può essere misurata solo in termini di pixel decodificati. È necessario chiedersi: chi ha il potere di decidere cosa viene letto, come viene interpretato e chi può accedere ai risultati? Se la risposta punta verso corporazioni, fondi di investimento e apparati militari, allora siamo di fronte a un nuovo episodio di appropriazione del sapere collettivo.

La vera sfida consiste nel trasferire questi strumenti nelle mani delle comunità, garantendo che il codice sia aperto, i dati siano pubblici e che l’uso dell’IA al servizio della cultura sia guidato da principi di trasparenza, responsabilità e bene comune. Solo così la tecnologia potrà realmente servire alla conoscenza, anziché diventare un altro ingranaggio del potere.