Quando il risparmio diventa ideologia: la falsa promessa del “write once, run anywhere”
Nel 2020, Shopify scommetteva grosso su React Native. L’obiettivo era chiaro: sviluppare una volta sola, distribuire ovunque, risparmiare tempo e denaro. Tre anni dopo, quel sogno si infrange contro la realtà del codice ottimizzato, delle prestazioni che contano e di un ecosistema che inizia a mostrare la corda. L’annuncio del ritorno allo sviluppo nativo in Swift e Kotlin non è soltanto una questione tecnica: è il sintomo di una crisi più profonda nel modello stesso dello sviluppo cross-platform, dove l’efficienza dichiarata si scontra con il bisogno di controllo, di ottimizzazione e, diciamolo, di potere sulle proprie tecnologie.
La narrazione ufficiale parla di LLMs che hanno cambiato le carte in tavola: grazie all’intelligenza artificiale generativa, sviluppare in linguaggi nativi non è più così costoso. Ma dietro questo entusiasmo tecnologico si nasconde una verità meno glamour: le grandi aziende stanno riconsolidando il controllo sui loro stack tecnologici, abbandonando le astrazioni che avevano promesso democratizzazione e flessibilità. React Native, nato da Facebook (oggi Meta), rappresentava quel sogno libertario di un unico linguaggio per dominarli tutti. Ora, quel sogno viene accantonato non perché non funzioni, ma perché funziona troppo bene per chi vuole mantenere il controllo.
LLMs e il nuovo colonialismo dello sviluppo software
Shopify afferma di aver usato i modelli linguistici grandi fin dal 2021, un anno prima dell’esplosione di ChatGPT. Questo dettaglio non è neutrale: rivela come le aziende più avanti nell’adozione dell’AI siano anche quelle che riescono a ridefinire i rapporti di forza nello sviluppo software. Quando un LLM può generare boilerplate Swift o Kotlin con la stessa facilità con cui una volta produceva componenti React, il vantaggio del cross-platform si assottiglia. Non è più una questione di risparmio umano, ma di efficienza algoritmica.
Qui entra in gioco la critica anarchica alla tecnologia: gli stessi strumenti che promettono di liberare gli sviluppatori dalla ripetizione finiscono per rafforzare il potere delle piattaforme centralizzate. Shopify, come molte altre Big Tech, non sta abbandonando React Native per motivi etici o comunitari, ma perché può permettersi di tornare al nativo grazie all’AI. Il risultato? Una maggiore frammentazione, un ritorno allo sviluppo duplicato e una dipendenza ancora più forte da ecosistemi proprietari come quelli di Apple e Google.
“Quando il risparmio diventa ideologia, perdiamo di vista chi guadagna davvero dall’efficienza dichiarata.”
Questa non è soltanto una questione di ottimizzazione del codice. È una questione di sovranità tecnologica. Chi controlla gli strumenti di sviluppo controlla anche ciò che può essere costruito, chi può contribuire e quali valori vengono incorporati nel software. React Native, nonostante i suoi limiti, aveva aperto spazi di partecipazione a sviluppatori senza background mobile nativo. Il ritorno allo Swift e al Kotlin rischia di alzare nuovamente l’asticella, favorendo chi ha già accesso a risorse, formazione e privilegi di ecosistema.
Il paradosso dell’open source nella strategia di Shopify
Shopify cita con orgoglio i suoi contributi open source: react-native-skia, flash-list e restyle. Sono progetti validi, ben mantenuti, utilizzati da molti oltre i confini dell’ecosistema Shopify. Ma bisogna chiedersi: quanto di questo open source è realmente altruistico, e quanto serve a legittimare una strategia che, alla fine, riporta tutto sotto controllo centrale?
L’open source aziendale spesso funziona come una forma di cattura del consenso: si contribuisce abbastanza da apparire comunitari, abbastanza da influenzare la direzione dei progetti, ma mai abbastanza da rinunciare al controllo definitivo. Quando Shopify decide di abbandonare React Native, quei contributi open source non scompaiono, ma perdono parte del loro contesto applicativo principale. Rimangono utili, sì, ma diventano strumenti in cerca di un nuovo padrone, o semplicemente reliquie di una fase ormai passata.
Questo non sminuisce il valore tecnico di quei progetti. Ma ci ricorda che nell’economia della tecnologia, anche il dono può essere una forma di potere. Dare codice aperto mentre si chiude lo stack sottostante è una mossa classica del potere tecnologico: sembra generoso, ma serve a preparare il terreno per il prossimo giro di vite.
Chi guadagna e chi perde nel ritorno al nativo
Facciamo i conti in modo diretto. Chi guadagna dallo spostamento di Shopify verso Swift e Kotlin? In primo luogo, Apple e Google, che vedono rafforzato il loro duopolio sui sistemi operativi mobile. Ogni linea di codice nativo scritto è un’ulteriore dipendenza dai loro SDK, dalle loro linee guida, dai loro processi di approvazione. In secondo luogo, gli sviluppatori senior specializzati in quei linguaggi, che vedono aumentare il proprio valore di mercato. In terzo luogo, lo stesso Shopify, che può ora ottimizzare le prestazioni fino all’ultimo frame, ridurre il consumo di batteria e offrire un’esperienza più fluida – almeno in teoria.
Chi perde? Gli sviluppatori junior, quelli che avevano trovato in React Native una porta d’ingresso allo sviluppo mobile senza dover padroneggiare due ecosistemi completamente diversi. Chi non ha i mezzi per seguire corsi costosi o ottenere certificazioni vendor-specific. Chi credeva nella promessa di un’unica codebase come forma di democratizzazione tecnica. E, in senso più ampio, tutti noi utenti, che vediamo consolidarsi un modello dove l’innovazione avviene sempre più dentro giardini recintati, dove la possibilità di forkare, modificare, uscire dallo schema diventa sempre più difficile.
C’è poi un aspetto spesso trascurato: l’impatto ambientale. Il ritorno allo sviluppo nativo potrebbe portare a un aumento del lavoro duplicato, quindi a un maggiore consumo energetico globale nello sviluppo. Se prima si scriveva una feature una volta, ora si scrive due volte. Anche se gli LLM riducono lo sforzo umano, il costo computazionale rimane. E in un’epoca in cui dovremmo ridurre gli sprechi, sembra controproducente tornare intenzionalmente a pratiche meno efficienti semplicemente perché ora possiamo permettercelo grazie all’AI.
Alternative dal basso: quando il nativo non è l’unica via d’uscita
La critica al cross-platform non deve portare a un’accettazione acritica del nativo come soluzione definitiva. Esistono alternative che cercano di superare i limiti di entrambi i mondi. Progetti come Tauri, che permette di costruire applicazioni desktop leggere usando Rust e tecnologie web, o Flutter, nonostante le sue contraddizioni, mostrano che è possibile cercare strade diverse.
Ma l’alternativa più radicale viene dal basso: dallo sviluppo comunitario, dallo software libero veramente indipendente dai giganti, dalle reti decentralizzate che non chiedono il permesso a Apple o Google per esistere. Pensiamo a progetti come MobileCoin per pagamenti resistenti alla censura, o a browser come Brave che cercano di ridefinire il rapporto tra utente e tecnologia. Non sono perfetti, ma rappresentano tentativi di uscire dalla logica del controllo centrale.
Shopify potrebbe scegliere di investire in queste direzioni invece di tornare al sicuro duopolio iOS/Android. Potrebbe finanziare lo sviluppo di toolchain indipendenti, sostenere progetti di compilazione cross-platform realmente aperti, o addirittura esplorare la possibilità di progressive web app (PWA) avanzate che sfuggono completamente agli app store. Invece, sceglie la strada più conservativa: tornare a ciò che conosce, rafforzato dall’AI, ma ancora prigioniero delle stesse logiche di potere.
Conclusioni: l’AI non risolve il problema del potere, lo sposta
L’annuncio di Shopify non è una semplice decisione tecnica. È un segnale di come l’intelligenza artificiale stia ridefinendo non solo ciò che possiamo costruire, ma anche chi decide cosa costruire. Gli LLM hanno ridotto le barriere all’ingresso allo sviluppo nativo, sì, ma hanno anche dato alle grandi aziende gli strumenti per tornare indietro senza pagare il prezzo che avrebbero dovuto pagare pochi anni fa.
Questa non è innovazione liberatoria. È innovazione di consolazione: le aziende usano l’AI per recuperare il controllo che avevano temporaneamente ceduto in nome dell’efficienza cross-platform. Il rischio è che vediamo sempre più questo modello: apertura temporanea quando serve espandere il mercato, chiusura quando serve ottimizzare il profitto e rafforzare il potere.
Da una prospettiva anarchica applicata alla tecnologia, la lezione è chiara: nessun strumento, nemmeno il più avanzato LLM, può risolvere da solo il problema del potere tecnologico. Senza una volontà politica di decentralizzazione, di sovranità comunitaria, di accesso reale agli strumenti di produzione, ogni avanzamento rischia di diventare semplicemente un nuovo modo per esercitare lo stesso vecchio dominio. La vera innovazione non sta nel tornare al nativo o nel restare sul cross-platform. Sta nel chiedersi: chi possiede davvero i mezzi per decidere come costruire il nostro futuro digitale?
