Venticinque anni sono tanti per un’organizzazione nata con l’ambizione di cambiare le regole del gioco. Creative Commons — fondata nel 2001 da Lawrence Lessig, giurista di Harvard con il pallino della riforma del copyright — ha messo in circolazione le sue prime licenze il 16 dicembre 2002 e da allora ha attraversato rivoluzioni tecnologiche, crisi economiche e almeno tre ondate di concentrazione del potere digitale. Oggi, nel 2026, il bilancio è quello di oltre 2,5 miliardi di opere rilasciate sotto licenza CC: da Wikipedia ai musei, dagli articoli scientifici alle fotografie su Flickr, passando per milioni di brani musicali e risorse educative. Un numero impressionante, certo, ma che racconta solo una parte della storia — la parte più comoda, quella che finisce nei comunicati stampa e nelle presentazioni al World Economic Forum.
La parte scomoda è un’altra. L’intelligenza artificiale generativa ha fatto a pezzi il contratto sociale su cui il commons digitale si reggeva, le grandi piattaforme continuano a recintare i contenuti altrui, e il copyright resta uno strumento al servizio di chi ha i soldi per farlo valere. Il punto è che Creative Commons festeggia il suo quarto di secolo in un momento in cui la cultura libera è sotto attacco da più fronti — e non tutti i nemici sono quelli che ti aspetti. Se pensi che la battaglia per la conoscenza aperta sia una questione risolta, o peggio, una faccenda per accademici e smanettoni, ti conviene ricrederti in fretta. Perché quello che succede al commons digitale riguarda te: riguarda chi controlla le informazioni che leggi, la ricerca scientifica che potrebbe curarti, il patrimonio culturale che appartiene alla tua comunità ma che qualcuno tiene chiuso in un database a pagamento.
Da Lessig ai miliardi di opere: una rivoluzione che non ha mantenuto tutte le promesse
Quando Lawrence Lessig immaginò Creative Commons, l’idea era radicale nella sua semplicità: se il copyright automatico impedisce la condivisione, creiamo licenze che permettano ai creatori di scegliere cosa condividere e a quali condizioni. Niente avvocati, niente tribunali — un sistema leggibile dalle macchine, comprensibile dagli umani, utilizzabile da chiunque. L’utopia era quella di un commons della conoscenza che crescesse in modo esponenziale, alimentato dalla generosità di milioni di persone e istituzioni. E per certi versi ha funzionato: 2,5 miliardi di opere sotto licenza CC non sono uno scherzo, e Wikipedia — il progetto collaborativo più grande della storia umana, con oltre 65 milioni di voci in centinaia di lingue — esiste grazie a quella infrastruttura legale. La Open Climate Campaign, finanziata con 4 milioni di dollari dalla fondazione Arcadia, ha lavorato dal 2022 al 2024 per sbloccare la ricerca sul clima chiusa dietro paywall — perché sì, nel 2024 c’erano ancora articoli scientifici sul cambiamento climatico che costano 40 dollari l’uno per essere letti da chi ne ha bisogno per prendere decisioni politiche.
Il problema è che la rivoluzione si è fermata a metà strada. Creative Commons ha creato gli strumenti legali, ma non ha potuto — e forse non ha voluto — affrontare la questione del potere. Chi rilascia i contenuti sotto licenza CC? Istituzioni, musei, università, governi illuminati, singoli creatori con buone intenzioni. Chi li sfrutta su scala industriale? Le stesse big tech che dominano ogni altro aspetto della tua vita digitale. Google indicizza miliardi di immagini CC per alimentare i suoi servizi. Meta le usa per addestrare i suoi modelli. Amazon Web Services ospita dataset aperti che poi vende come servizio cloud. Il commons è diventato, in molti casi, materia prima gratuita per l’industria estrattiva del capitalismo digitale — e questo non è un effetto collaterale, è un difetto strutturale. Lessig stesso, nel corso degli anni, ha spostato la sua attenzione dalla riforma del copyright alla corruzione del sistema politico americano, come a riconoscere che le licenze da sole non bastano quando il campo di gioco è truccato a monte.
Il dato che nessuno cita nelle celebrazioni è questo: la stragrande maggioranza delle opere sotto licenza CC usa la versione più permissiva, la CC BY, che richiede solo l’attribuzione. In teoria è un gesto di apertura massima. In pratica, significa che un’azienda da mille miliardi di dollari può prendere il tuo lavoro, inserirlo in un prodotto commerciale e limitarsi a mettere il tuo nome in un file di testo che nessuno leggerà mai. L’attribuzione, nel contesto dell’AI generativa, diventa una farsa: come attribuisci un’opera quando è stata tritata insieme ad altri milioni di testi per produrre un output che non assomiglia a nessuno di essi? La risposta onesta è che non puoi, e Creative Commons lo sa benissimo.
L’intelligenza artificiale divora il commons — e CC Signals è la risposta che non basta
Arriviamo al nodo più doloroso del venticinquesimo compleanno di Creative Commons: l’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto, e il commons si trova dalla parte sbagliata della storia. I Large Language Model — da GPT a Claude, da Gemini a Llama — sono stati addestrati su quantità colossali di testo scritto da esseri umani, una parte significativa del quale era rilasciato sotto licenze Creative Commons. Il patto implicito era chiaro: condivido il mio lavoro perché altri esseri umani possano usarlo, imparare da esso, costruirci sopra. Nessuno aveva previsto che quel “altri” sarebbe diventato un datacenter da miliardi di dollari che macina testo per generare profitto. La comunità CC si è divisa, e a ragione. Da un lato chi dice che le licenze non vietano esplicitamente l’uso per training AI — e tecnicamente è vero, la licenza CC BY non distingue tra un lettore umano e un crawler di OpenAI. Dall’altro chi sente — giustamente — di essere stato derubato, perché il contesto in cui ha condiviso quel contenuto non esiste più.
La risposta di Creative Commons è arrivata nel giugno 2025 con il lancio di CC Signals, un framework che dovrebbe creare un nuovo contratto sociale per l’era dell’AI. L’idea è questa: permettere ai creatori e ai custodi di grandi collezioni di esprimere preferenze su come i loro contenuti vengono usati dai modelli AI, attraverso quattro “segnali” combinabili. Tra questi c’è la possibilità di richiedere l’attribuzione anche nel contesto del training, di chiedere un compenso, e — il dettaglio più interessante — di limitare l’uso ai soli modelli open source. A dicembre 2025, CC Signals era ancora in fase pilota, un progetto “in evoluzione” secondo le parole dell’organizzazione stessa. Detto senza mezzi termini: è una toppa su una falla strutturale. Non perché l’iniziativa sia sbagliata in sé — anzi, il principio di dare voce ai creatori è sacrosanto — ma perché presuppone che le big tech rispetteranno quei segnali. E qui casca l’asino. OpenAI, Google, Meta e compagnia hanno dimostrato ripetutamente che il rispetto delle volontà dei creatori è l’ultimo dei loro problemi, dal caso del New York Times a quello degli artisti visivi passando per lo scraping selvaggio di Reddit e Stack Overflow.
Il vero problema di CC Signals, se lo guardi da una prospettiva che non sia quella aziendale, è che trasforma una questione di potere in una questione di preferenze individuali. Tu, singolo creatore, puoi esprimere il tuo “segnale” — come se fossi al ristorante e scegliessi il contorno. Ma il potere contrattuale è zero. Se domani Meta decide di ignorare il tuo segnale, che fai? Li porti in tribunale? Con quali soldi? È lo stesso schema che si ripete da vent’anni nel digitale: ti danno l’illusione del controllo individuale per evitare di affrontare la questione collettiva. Non servono segnali, servono vincoli legali vincolanti, e servono strutture collettive — cooperative, sindacati digitali, coalizioni — che abbiano il peso per farli rispettare. Il segnale “solo modelli open source” è l’unico con un potenziale davvero sovversivo, perché rifiuta la logica del profitto privato e rimette la condivisione dentro un ecosistema di reciprocità reale. Ma è anche il più facile da ignorare.
Patrimonio aperto e scienza libera: le battaglie dove il commons serve davvero
Se sul fronte AI il quadro è desolante, ci sono ambiti in cui il lavoro di Creative Commons nel 2026 ha una concretezza che merita attenzione — e critica costruttiva. La coalizione TAROCH (Towards a Recommendation on Open Cultural Heritage), lanciata nel 2024, ha raggiunto oltre 70 organizzazioni da 25 paesi e ha prodotto l’Open Heritage Statement: un documento in due parti — preambolo e articoli — che chiede all’UNESCO di adottare uno strumento normativo internazionale per garantire l’accesso equo al patrimonio culturale di pubblico dominio nell’ambiente digitale. Il 2 marzo 2026, CC e Internet Archive Europe hanno organizzato un evento ad Amsterdam per celebrare le pratiche olandesi di apertura del patrimonio e preparare il terreno per l’evento di Parigi del 29 aprile all’UNESCO. Il fatto che servano ancora campagne globali per convincere i governi che le opere in pubblico dominio dovrebbero essere effettivamente accessibili al pubblico la dice lunga su quanto il concetto di “patrimonio comune” sia tutt’altro che scontato.
Qui la questione è profondamente politica — più di quanto CC stessa ami ammettere. I musei e le istituzioni culturali europee siedono su milioni di riproduzioni digitali di opere in pubblico dominio che tengono chiuse dietro restrizioni d’uso artificiali: fotografie ad alta risoluzione di dipinti del Quattrocento protette da “diritti di riproduzione” che non hanno alcuna base nel diritto d’autore, ma che funzionano benissimo come strumento di controllo economico. L’Open Heritage Statement afferma principi sacrosanti — la cultura è un bene pubblico globale, l’accesso al patrimonio è un diritto — ma il test reale sarà se l’UNESCO produrrà qualcosa di vincolante o l’ennesima raccomandazione che i governi possono tranquillamente ignorare. La storia delle convenzioni UNESCO sulla diversità culturale non è esattamente incoraggiante su questo fronte. Eppure, il lavoro di coalizione dal basso — 70 organizzazioni che si mettono d’accordo su un testo comune, istituzioni come la Wikimedia Foundation e l’Internet Archive che fanno pressione — è esattamente il tipo di organizzazione collettiva che può fare la differenza. Non le licenze in sé, ma le persone che si organizzano per difenderle.
Sul fronte della scienza aperta, la partita è altrettanto cruciale e altrettanto contraddittoria. La Gates Foundation ha imposto dal gennaio 2025 che tutta la ricerca finanziata con i suoi fondi venga pubblicata come preprint sotto licenza CC BY 4.0 — e dal gennaio 2026 l’Howard Hughes Medical Institute (HHMI) ha fatto lo stesso. Sono passi enormi, perché i preprint liberano la ricerca dal ricatto degli editori accademici — Elsevier, Springer, Wiley — che hanno costruito un oligopolio miliardario vendendo a caro prezzo la conoscenza prodotta con soldi pubblici. Il progetto CC Openly Licensed Preprints ha lavorato con i server di preprint per aumentare l’adozione della CC BY, e i numeri sono rivelatori: a metà 2024, solo il 18% dei preprint su arXiv, bioRxiv e medRxiv era rilasciato con licenza aperta. Il restante 82% restava sotto restrizioni più o meno severe. Diciotto per cento, dopo vent’anni di campagne per l’open access. Serve un bagno di realtà, non celebrazioni.
La domanda scomoda è questa: perché ci vuole un miliardario — Bill Gates — per imporre l’open access sulla ricerca che il pubblico ha già pagato con le tasse? La risposta è che il sistema accademico è catturato dagli editori commerciali tanto quanto la politica è catturata dalle lobby. E Creative Commons, per quanto faccia un lavoro utile sulle licenze e sulle policy, non mette in discussione quel sistema. Collabora con i finanziatori illuminati, negozia con le istituzioni, produce framework e raccomandazioni. È un approccio riformista in un contesto che richiederebbe qualcosa di più radicale: la nazionalizzazione — o meglio, la socializzazione — delle infrastrutture di pubblicazione scientifica. Sci-Hub, il sito pirata che ha reso gratuitamente accessibili oltre 85 milioni di articoli scientifici, ha fatto più per l’open access in dieci anni di quanto le campagne di sensibilizzazione abbiano fatto in venti. Non è un modello sostenibile, certo — ma il fatto che esista e prosperi dimostra che il problema non è tecnico, è politico.
Il commons non si difende con le licenze: serve organizzazione dal basso
Creative Commons festeggia 25 anni con un piano strategico 2025-2028 che si articola su tre assi: rafforzare l’infrastruttura aperta della condivisione, difendere e promuovere il commons creativo, e mettere al centro la comunità. Sta preparando una zine celebrativa che verrà lanciata a Wikimania, a Parigi, nel luglio 2026 — una scelta simbolica bella, perché la zine è il formato dell’autoproduzione, del punk e del DIY, non del marketing aziendale. Le office hour comunitarie, le call per contributi, il lavoro di coinvolgimento dal basso descritto da CC nei suoi post di inizio anno: tutto questo è genuino e necessario. Ma c’è un elefante nella stanza che nessuno a Creative Commons sembra voler nominare, e quell’elefante è il potere economico.
Il commons digitale non è morto, ma è sotto assedio — e non basta produrre licenze migliori per difenderlo. Da un lato le big tech trattano i contenuti aperti come materia prima gratuita per i loro modelli proprietari: prendono tutto, non restituiscono nulla, e quando qualcuno protesta rispondono con il fair use o con accordi commerciali che premiano le grandi testate e ignorano i piccoli creatori. Dall’altro, gli stati usano il copyright come strumento di controllo — dall’articolo 17 della direttiva europea sul diritto d’autore ai filtri automatici che YouTube impone a chi carica contenuti. In mezzo ci sono i creatori, gli accademici, i musei, le biblioteche, le comunità che producono conoscenza e cultura — e che si trovano stretti tra chi vuole recintare tutto e chi vuole saccheggiare tutto. CC Signals prova a navigare questo spazio, ma lo fa con strumenti individuali in un conflitto che è strutturale. È come dare un estintore a ciascun inquilino mentre il palazzo brucia: meglio di niente, ma non è una strategia antincendio.
Quello che serve — e che Creative Commons non può fare da sola, ma potrebbe contribuire a catalizzare — è un movimento organizzato per la sovranità sulla conoscenza. Non la sovranità degli stati, che la userebbero per controllare e censurare, ma la sovranità delle comunità che producono e custodiscono il sapere. Cooperative di autori che negoziano collettivamente con le piattaforme AI. Federazioni di musei che rifiutano le restrizioni artificiali sul pubblico dominio. Server di preprint gestiti dalla comunità scientifica, non da Elsevier o da fondazioni filantropiche con le loro agende. Infrastrutture decentralizzate — self-hosting, reti federate, archivi distribuiti — che rendano il commons resistente alla centralizzazione. Il copyleft forte, quello che obbliga chi usa un’opera a condividere alle stesse condizioni, resta lo strumento più potente in questo arsenale — molto più della CC BY che piace tanto alle istituzioni e alle aziende, proprio perché non impone nulla a chi prende.
Venticinque anni dopo, il bilancio di Creative Commons è quello di un’organizzazione che ha creato strumenti preziosi ma che non è riuscita a cambiare i rapporti di forza. Ha reso più facile condividere, ma non ha reso più difficile sfruttare. Ha dato una lingua comune alla cultura libera — le icone CC sono ovunque, dal tuo blog a Wikipedia — ma quella lingua viene parlata in un mondo dove il potere è sempre più concentrato nelle mani di pochi. L’Open Heritage Statement, i CC Signals, il lavoro sui preprint, la zine comunitaria: sono tutti pezzi di un puzzle che ha senso solo se qualcuno costruisce anche il tavolo su cui montarlo. Quel tavolo è l’organizzazione collettiva, la pressione politica dal basso, il rifiuto di trattare la conoscenza come merce. Creative Commons ha 25 anni e la battaglia per la cultura libera è tutt’altro che finita. Anzi — con l’AI che rimescola le carte e il potere che si concentra sempre di più — forse è appena cominciata sul serio.
