Schermo rotto con piattaforme digitali in disfacimento - enshittification piattaforme web

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A febbraio 2026, il Consiglio dei consumatori norvegese — un ente governativo, non un collettivo anarchico — ha pubblicato un rapporto di 80 pagine intitolato Breaking Free: Pathways to a fair technological future. La cosa notevole non è il contenuto, che dice cose che chiunque usi internet sa già sulla propria pelle. La cosa notevole è che un organismo statale ha deciso di usare ufficialmente il termine enshittification — con “shit” nel nome — per descrivere il degrado sistematico delle piattaforme digitali. Per accompagnare il rapporto hanno commissionato un cortometraggio satirico, A Day in the Life of an Ensh*ttificator, in cui un tizio in giacca e cravatta spiega con orgoglio come il suo lavoro consista nel peggiorare deliberatamente i prodotti che usi ogni giorno. Quando persino la burocrazia nordeuropea rinuncia ai giri di parole e ti dice in faccia che le aziende tech ti stanno fregando, significa che il problema ha superato ogni soglia ragionevole.

Il termine lo ha coniato Cory Doctorow nel 2022, e da allora ha fatto una carriera fulminante: parola dell’anno per l’American Dialect Society nel 2023, per il Macquarie Dictionary nel 2024, bestseller internazionale con il libro omonimo pubblicato nell’ottobre 2025. Ma la vera domanda non è lessicale. La vera domanda è: perché ogni piattaforma che usi — da Google a Amazon, da GitHub a TikTok — sembra peggiorare di mese in mese, e perché tu continui a usarla comunque? La risposta sta in un meccanismo preciso, cinico, ripetibile, che trasforma servizi utili in trappole estrattive. E nel 2026 quel meccanismo sta raggiungendo il suo stadio terminale.

L’enshittification non è un difetto del sistema: è il sistema. Funziona perché le piattaforme costruiscono dipendenza strutturale — tu ci metti i dati, le relazioni, il lavoro, e quando le cose peggiorano il costo di andarsene è più alto del costo di restare. È un ricatto che non ha bisogno di minacce esplicite: basta l’architettura, i formati proprietari, l’assenza di interoperabilità. Il 2026 ha portato casi clamorosi, dati inequivocabili e — finalmente — le prime crepe nel muro.

Il ciclo in tre atti: sedurre, intrappolare, spremere

Doctorow descrive l’enshittification come un processo in tre fasi, e la bellezza cinica del modello è che funziona ogni singola volta, con ogni piattaforma, in ogni settore. Prima fase: la piattaforma è generosa con gli utenti. Offre un servizio eccellente, spesso gratuito o sottocosto, finanziato dal capitale di rischio che brucia soldi oggi per costruire il monopolio di domani. Google ti dava risultati pertinenti senza pubblicità invasiva. Amazon vendeva libri a prezzi stracciati con spedizioni veloci. Facebook ti mostrava i post degli amici, tutti, in ordine cronologico — e sembrava un regalo. Non lo era: era l’esca, e il prezzo lo avresti pagato dopo, con gli interessi.

Seconda fase: la piattaforma ha raggiunto la massa critica e comincia a corteggiare i clienti commerciali — inserzionisti, venditori, editori. I venditori su Amazon scoprono che non possono permettersi di non esserci. I giornali si rendono conto che Facebook controlla il loro traffico. Gli sviluppatori affidano tutto il codice a GitHub perché “tanto è lo standard de facto”. A questo punto l’esperienza utente inizia a degradarsi, lentamente, come una rana nell’acqua che si scalda: più pubblicità nei risultati di Google, più post sponsorizzati nel feed di Facebook, commissioni che crescono su Amazon. Tu ti accorgi che qualcosa è cambiato, ti lamenti — sugli stessi social che ti stanno fregando, peraltro — ma resti. Perché i tuoi clienti sono lì, i tuoi amici sono lì, i tuoi dati sono lì. E ripartire da zero costa troppo, o almeno così ti hanno fatto credere.

Terza fase — quella in cui siamo adesso, fino al collo. La piattaforma spremu entrambi i lati del mercato contemporaneamente. Gli inserzionisti pagano sempre di più per risultati sempre peggiori. I venditori vedono i margini assottigliarsi fino a scomparire. Gli utenti navigano in un mare di pubblicità, contenuti spazzatura generati da AI, dark pattern progettati per impedirti di cancellare l’account o di trovare le impostazioni della privacy — sepolte sotto sette livelli di menu, ovviamente. Nessuno esce dal recinto, perché il recinto è stato costruito per essere invalicabile — non con muri fisici, ma con costi di switching artificialmente gonfiati. Niente interoperabilità, niente portabilità dei dati, niente standard aperti. La piattaforma non ha bisogno di essere buona: le basta essere inevitabile.

Il caso di Amazon nel 2026 è da manuale. Ad aprile, un gruppo di oltre 700 grandi venditori — riuniti nella community Million Dollar Sellers, con un fatturato collettivo di circa 14 miliardi di dollari — ha organizzato un boicottaggio di 24 ore della piattaforma pubblicitaria per protestare contro le politiche che gli stanno strangolando i margini. Le cifre sono brutali: Amazon ha introdotto un ritardo di sette giorni nei pagamenti dopo la consegna, ha anticipato le sovrattasse per l’inventario fermo a 181 giorni (90 giorni prima rispetto al 2025), ha aggiunto un supplemento carburante del 3,5% su tutte le commissioni FBA. Il sistema di broad match pubblicitario è diventato così aggressivo da attivare gli annunci per il 340% di ricerche in più rispetto al 2024 — peccato che solo il 23% di quelle ricerche sia pertinente. Detto senza giri di parole: Amazon ti fa pagare di più per mostrare i tuoi prodotti a persone che non li cercano, e nel frattempo trattiene i tuoi soldi una settimana in più perché può farlo. La spremitura in tempo reale, sotto gli occhi di tutti, e nessuno se ne va perché dove altro vendi con quella visibilità?

Google racconta la stessa storia con varianti minime ma la stessa struttura di fondo. Una ricerca di WalletHub ha rivelato che solo il 41% dei primi dieci risultati di ricerca soddisfa effettivamente l’intento dell’utente — il motore che ha costruito il suo monopolio sulla pertinenza ora fallisce sei volte su dieci. I risultati organici sono sepolti sotto inserzioni camuffate e contenuti spazzatura generati da AI che hanno imparato a giocare con l’algoritmo meglio di qualsiasi SEO umano. La mossa più sfacciata: Mountain View ha confermato che la pubblicità arriverà anche nell'”AI Mode”, la funzione conversazionale di Google Search, trasformando le tue domande all’intelligenza artificiale in dati comportamentali per gli inserzionisti — senza possibilità di opt-out, naturalmente. Il degrado della qualità di Google non è un incidente di percorso: è il modello di business che si rivela per quello che è sempre stato. Chiediti quante volte nell’ultimo mese hai cercato qualcosa su Google e hai trovato al primo colpo quello che ti serviva. Quel numero sta tendendo a zero, e non è un caso.

GitHub e l’enshittification del lavoro: nessuno è immune

Il caso più istruttivo del 2026 non riguarda un social network o un marketplace. Riguarda la piattaforma su cui si appoggia buona parte dell’infrastruttura software mondiale: GitHub. Quando Microsoft l’ha comprata nel 2018 per 7,5 miliardi di dollari, la comunità open source si è divisa tra chi gridava al tradimento e chi rassicurava tutti — “non cambierà nulla, è troppo importante per rovinarla”. Otto anni dopo, il bilancio è impietoso. Ad agosto 2025 il CEO Thomas Dohmke si è dimesso e Microsoft non ha nemmeno cercato un sostituto: ha semplicemente assorbito GitHub nella divisione CoreAI, mettendo i dirigenti rimasti a riportare direttamente alla gerarchia aziendale di Redmond. GitHub non è più un’entità indipendente: è un asset nel portafoglio AI di Microsoft, e viene gestito con la stessa logica con cui si spremu un limone.

I numeri parlano da soli, e parlano male. Tra maggio 2025 e aprile 2026, il servizio di monitoraggio IncidentHub ha registrato 257 incidenti separati su GitHub, di cui 48 classificati come interruzioni gravi. Significa un’interruzione significativa alla settimana, con febbraio 2026 che ha stabilito il record negativo di 37 incidenti in un solo mese. L’uptime negli ultimi 90 giorni si è attestato all’85,51% — meno di “un nove”, un valore che farebbe ridere qualsiasi SRE che lavori su infrastrutture serie. Nel frattempo Microsoft ha alzato i prezzi di Copilot, ha aggiunto telemetria alla CLI senza consenso esplicito degli utenti, e ha usato il codice ospitato sulla piattaforma per addestrare i propri modelli AI ignorando le licenze open source. Il servizio peggiora, il prezzo sale, i dati vengono estratti: il terzo atto dell’enshittification eseguito con metodo chirurgico. A qualcuno in quel di Redmond probabilmente hanno anche dato un bonus per questo.

La risposta dal basso c’è stata, ed è significativa anche se ancora minoritaria. A novembre 2025, il progetto Zig ha reso il proprio repository GitHub di sola lettura e migrato su Codeberg, rinunciando a oltre 170.000 dollari l’anno di donazioni tramite GitHub Sponsors. Ghostty ha fatto lo stesso. Gentoo ci sta pensando seriamente. Questi progetti hanno scelto di pagare un prezzo concreto — in soldi, visibilità, comodità — pur di non restare intrappolati in una piattaforma che non li rappresenta più. La stragrande maggioranza degli sviluppatori resta, perché le alternative non hanno la stessa massa critica e perché le aziende usano GitHub per inerzia burocratica, senza porsi domande. Il lock-in aziendale è più potente di quello individuale, e Microsoft lo sa benissimo — è lo stesso meccanismo che tiene in piedi lo sfruttamento strutturale del lavoro open source.

L’enshittification non si ferma al software: si estende al lavoro umano, con la stessa logica e la stessa spietatezza. Un articolo pubblicato nel 2025 sul British Journal of Industrial Relations ha applicato il framework di Doctorow all’economia dei lavoretti — gig economy, food delivery, ride-hailing. Lo schema è identico: prima le piattaforme attirano i lavoratori con guadagni decenti e flessibilità reale, poi cambiano le regole peggiorando progressivamente le condizioni, l’opacità algoritmica, lo squilibrio di potere. I rider di DoorDash che addestrano l’AI destinata a sostituirli sono l’incarnazione perfetta della terza fase applicata alla carne viva delle persone. La piattaforma prima ti usa come forza lavoro a basso costo, poi ti usa come dati di addestramento, infine ti butta fuori. Non è un bug del capitalismo delle piattaforme: è la sua feature principale, e trattarla come un’anomalia è un errore che ci possiamo permettere sempre meno.

Le vie di fuga: interoperabilità, fediverso e diritto di uscita

Doctorow non si limita alla diagnosi — e questa è la parte del suo lavoro che merita più attenzione, perché la diagnosi senza terapia è solo cinismo elegante. Nel libro pubblicato l’anno scorso identifica quattro forze che un tempo disciplinavano le piattaforme e che sono state sistematicamente smantellate: concorrenza, regolamentazione, interoperabilità e potere dei lavoratori. La soluzione all’enshittification non è sperare che le piattaforme diventino virtuose per illuminazione — non succederà mai, perché il degrado è strutturalmente incentivato dall’obbligo fiduciario verso gli azionisti. La soluzione è ricostruire quelle quattro forze, dall’esterno e dal basso, con la stessa ostinazione con cui le corporation le hanno demolite. Doctorow la chiama “seize the means of computation” — appropriarsi dei mezzi di calcolo — e non è solo una battuta ad effetto.

L’interoperabilità è il cuore della questione, la leva che spezza il lock-in alla radice. Il Digital Markets Act europeo prevede entro maggio 2026 una valutazione sulla possibile estensione degli obblighi di interoperabilità ai social network, oltre la messaggistica già coperta dalla norma attuale. Se passasse, significherebbe poter comunicare con i tuoi contatti su Instagram o Facebook da qualsiasi piattaforma compatibile, senza essere obbligato a usare le app di Meta. Sembra un dettaglio tecnico, ma è un terremoto: distrugge il lock-in, elimina il costo di uscita, restituisce potere all’utente. Il rapporto del Consiglio dei consumatori norvegese va nella stessa direzione, raccomandando standard aperti obbligatori, neutralità dei dispositivi e legalizzazione del reverse engineering. Non sono proposte radicali — sono il minimo sindacale per un mercato digitale che non funzioni come un allevamento intensivo di dati umani.

E poi c’è il fediverso, l’alternativa concreta che esiste già e che la maggior parte delle persone continua a ignorare. La rete di piattaforme decentralizzate basate sul protocollo ActivityPub — standardizzato dal W3C — conta oggi oltre 12 milioni di utenti registrati, con circa 2 milioni di attivi mensili. Non sono i miliardi di Meta, certo. Ma il punto non è la scala: il punto è che queste piattaforme non possono enshittificare per design, perché non c’è un’entità centralizzata con incentivi azionari a degradare il servizio. Se un’istanza Mastodon diventa ingestibile, prendi il tuo account e migri su un’altra — con i follower, le conversazioni, l’identità digitale intatta. È il diritto di fuga incorporato nell’architettura stessa del sistema, non concesso per gentile concessione di un amministratore delegato che risponde a Wall Street.

Il self-hosting, le reti mesh, i LLM locali, Codeberg al posto di GitHub, Matrix al posto di Slack — gli strumenti ci sono, e sono maturi abbastanza per l’uso quotidiano. Il problema non è tecnico, è politico e culturale. Le piattaforme centralizzate hanno dalla loro parte miliardi di dollari in effetti di rete e l’inerzia di masse di utenti che non sanno nemmeno che le alternative esistono — o che le liquidano come roba da nerd paranoici. Rompere quel circolo vizioso richiede due cose in parallelo: politiche pubbliche che obblighino all’interoperabilità (il DMA è un inizio, non un traguardo) e un cambiamento culturale che smetta di trattare la comodità come il valore supremo. Scegliere una piattaforma decentralizzata oggi costa un po’ di fatica iniziale, è vero. Restare in una piattaforma enshittificata costa la tua autonomia, i tuoi dati e — nel caso di chi lavora per le piattaforme stesse — la tua dignità.

L’enshittification non è un destino naturale di internet. È il risultato prevedibile di un sistema economico che premia l’estrazione di valore sulla creazione di valore, che concentra il potere in poche mani e che ha smantellato sistematicamente ogni contrappeso — regolamentare, sindacale, tecnologico, culturale. Le piattaforme non ti hanno tradito perché sono cattive: ti hanno tradito perché è razionale farlo, dato il sistema di incentivi in cui operano. Continueranno a farlo finché quel sistema non cambia — dall’alto con la regolamentazione, dal basso con le alternative decentralizzate, dalla tua tastiera con la scelta quotidiana di non regalare più il tuo tempo, i tuoi dati e il tuo lavoro a chi li usa contro di te.

Il 2026 ci ha dato due segnali che vanno letti insieme. Da un lato la spremitura si intensifica: Amazon strangola i venditori, Google trasforma le conversazioni AI in profili pubblicitari, Microsoft sacrifica GitHub sull’altare della strategia AI. Dall’altro la resistenza prende forma concreta: un rapporto governativo che usa la parola giusta senza censurarla, leggi europee che puntano all’interoperabilità obbligatoria, progetti open source che scelgono la fuga dal recinto anche quando costa caro, accademici che danno dignità teorica al fenomeno. La domanda non è se le piattaforme centralizzate continueranno a peggiorare — certo che sì, è nella loro natura strutturale. La domanda è quanto a lungo sceglierai di restare nel recinto prima di decidere che ne hai abbastanza.