Il prestito digitale è diventato un incubo burocratico
Vai su Mlol, cerchi un ebook, clicchi su prendi in prestito e ti compare un messaggio: copia disponibile fra tre giorni. Tre giorni per un file che si copia in un millisecondo. Non è un guasto tecnico, è la logica del DRM applicata alle biblioteche pubbliche. Mlol, la piattaforma usata da oltre tremila biblioteche italiane, funziona come un negozio di videocassette degli anni ottanta: devi prenotare, aspettare il tuo turno, restituire entro la scadenza. Solo che qui non c’è nastro che si usura, nessun costo di magazzino, nessuna usura fisica. Il limite è imposto da licenze che scadono dopo un certo numero di prestiti o dopo un anno, indipendentemente dall’uso reale. Il risultato? Le biblioteche pagano cifre astronomiche per avere meno accesso di quello che avevano con il cartaceo. Un libro digitale su Mlol può costare fino a sei volte il prezzo di copertina dell’edizione cartacea, ma dopo ventisei prestiti scompare dal catalogo, costretto a rinnovare la licenza. È come se ogni volta che leggi un libro in biblioteca dovessi pagare nuovamente l’editore. Il punto è che questo modello non nasce da esigenze tecniche, ma da una paura atavica degli editori: che il digitale renda troppo facile la copia, la condivisione, l’accesso libero. Così hanno costruito un sistema che finge di prestare, ma in realtà vende accessi temporanei a caro prezzo, trasformando la biblioteca pubblica in un cliente dipendente da abbonamenti ricorrenti.
Controlled digital lending: quando Internet Archive ha provato a restituire il senso al prestito
Nel 2020, mentre le biblioteche fisiche chiudevano per lockdown, Internet Archive ha lanciato la National Emergency Library: ha sospeso le liste d’attesa sul suo controlled digital lending, permettendo a più persone di leggere contemporaneamente la stessa copia digitale di un libro posseduto fisicamente negli scaffali. L’idea era semplice: se hai un libro in biblioteca, puoi farne una copia digitale e prestarla a un utente alla volta, rispettando il principio dell’uno-a-uno che già vale per il cartaceo. Nessun DRM, nessuna scadenza artificiale, solo la copia digitale che lascia il scaffale virtuale quando qualcuno la prende in prestito e torna disponibile quando la restituisce. Gli editori hanno reagito denunciando Internet Archive per violazione di copyright, sostenendo che il controlled digital lending equivalga a pirateria di massa. Nel marzo 2023, un giudice del distretto sud di New York ha dato ragione agli editori, bloccando la National Emergency Library e affermando che il prestito controllato non è protetto dal fair use. La decisione ha suscitato polemiche tra bibliotecari, attivisti per i diritti digitali e studiosi di diritto d’autore, che vedono nella sentenza un attacco diretto alla funzione stessa della biblioteca nell’era digitale. Il punto è che se una biblioteca non può prestare ciò che possiede in formato digitale senza incorrere in rischi legali, allora il digitale non sta migliorando l’accesso alla cultura: lo sta restringendo, imponendo barriere che nel mondo fisico non esistono.
Mlol e il prezzo nascosto delle licenze a scadenza
Torniamo a Mlol. Ogni volta che una biblioteca acquista un ebook attraverso questa piattaforma, non sta comprando un file, sta acquistando una licenza d’uso che prevede limiti precisi: un certo numero di prestiti consentiti (spesso ventisei, cinquantadue o cento), oppure una durata temporale (un anno, due anni), indipendentemente da quante volte il libro venga effettivamente preso in prestito. Superato quel limite, la licenza scade e il libro scompare dal catalogo, anche se il file è ancora lì, anche se nessuno lo sta leggendo. Il costo di queste licenze? Spesso superiore al prezzo di listino dell’edizione cartacea. Un rapporto dell’Associazione Italiana Biblioteche del 2023 ha rivelato che per alcuni titoli accademici, le biblioteche pagano fino al 600 percento in più rispetto all’edizione cartacea per ottenere gli stessi diritti di prestito digitale limitato nel tempo. E non è finita qui: molte licenze includono clausole che vietano il prestito interbibliotecario, impedendo a una biblioteca di condividere il proprio ebook con un’altra struttura della rete, anche se entrambe pagano per lo stesso servizio. Il risultato è una frammentazione assurda: ogni biblioteca diventa un’isola che deve negoziare separatamente i propri diritti digitali, mentre gli editori trattengono il controllo totale sulle condizioni di accesso. Detto senza mezzi termini, Mlol non è una biblioteca digitale: è un sistema di vendita di accessi temporanei mascherato da prestito pubblico, dove il potere sta tutto nelle mani di pochi fornitori e gli utenti finali — studenti, lettori, ricercatori — sono quelli che ci rimettono in termini di disponibilità e scelta.
L’alternativa dal basso: software libero, reti autonome e biblioteche che si riprendono il digitale
Non tutto è perduto. Mentre Mlol e gli editori trattano gli ebook come beni da razionare, esistono progetti che cercano di ricostruire l’idea di biblioteca come bene comune. Prendi il consortium led by the Internet Archive che sta sviluppando Open Library, un catalogo aperto dove ogni libro ha un identificatore unico e dove si sperimentano modelli di prestito basati sulla proprietà fisica e sul controlled digital lending senza DRM invasivo. Oppure guarda a progetti europei come Bibliossima, una rete di biblioteche pubbliche che sta testando l’uso di standard aperti come EPUB 3 e LCP (licensed content protection) per gestire i prestiti senza dipendere da piattaforme proprietarie. LCP, sviluppato da EDRLab, è un DRM leggero, interoperabile e basato su standard aperti: permette di limitare il prestito a un utente alla volta senza legare il file a un singolo dispositivo o a un ecosistema chiuso come quello di Adobe o Amazon. Il punto è che la tecnologia per un prestito digitale equo esiste già: ciò che manca è la volontà politica di imporla. Le biblioteche potrebbero rifiutarsi di rinnovare le licenze capestro con Mlol, unirsi in consorzi per negoziare collettivamente, investire in infrastrutture autonome di self-hosting per ospitare i propri cataloghi e i propri file. Alcune biblioteche universitarie in Germania e nei Paesi Bassi lo stanno già facendo: hanno abbandonato Adobe Digital Editions, hanno adottato lettori aperti come Thorium o Foliante, e prestano ebook senza DRM o con sistemi di protezione minimale che rispettano la privacy dell’utente. Non serve aspettare che gli editori cambino idea: serve che le biblioteche smettano di essere clienti passivi e tornino a essere soggetti attivi nella difesa dell’accesso alla conoscenza.
