Il 29 gennaio 2026, dentro il Museo del Estanquillo di Città del Messico — lo stesso che custodisce la collezione di Carlos Monsiváis, intellettuale irriverente e cronista della contraddizione messicana — cinque persone si sono sedute a discutere di una questione che sembra accademica e invece è una faccenda di potere crudo: chi possiede la memoria collettiva di un paese. Il panel, organizzato da Wikimedia México, si chiamava “Dominio pubblico e ruolo delle istituzioni culturali”. Al tavolo sedevano Alberto Arenas Badillo, direttore delle riserve di copyright di INDAUTOR — l’Istituto nazionale del diritto d’autore messicano — insieme a Ricardo Montes Gómez della Biblioteca Parlamentare del Senato, Ana Laura Peña Aguilar del Museo del Estanquillo, Tania Vargas del Museo Franz Mayer e Ivan Martínez, wikimediano e attivista della Red en Defensa de los Derechos Digitales. Non un convegno qualsiasi: era la prima volta che l’ente governativo responsabile del copyright sedeva pubblicamente con il movimento della conoscenza libera per ammettere un problema strutturale. Il Messico non ha un catalogo aggiornato delle opere in dominio pubblico — nessuno, né il governo né INDAUTOR, sa con certezza quali opere siano libere e quali no. E intanto la legge federale sul diritto d’autore protegge le opere per cento anni dopo la morte dell’autore, un record mondiale che trasforma il patrimonio culturale in un carcere legale. La partita che si gioca in America Latina sulla conoscenza libera, tra Wikimedia, Creative Commons e le istituzioni, è forse la più importante e la meno raccontata dell’intero dibattito globale sul copyright. E ti riguarda più di quanto pensi, perché le regole che si scrivono a Città del Messico, a Santiago del Cile, a Bogotá, ridefiniscono cosa significa “sapere pubblico” nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il copyright messicano: cento anni di sequestro culturale
Il Messico ha la legge sul diritto d’autore più restrittiva del mondo occidentale, e non è un’iperbole retorica. La protezione dura cento anni dopo la morte dell’autore — in Italia sono settanta, negli Stati Uniti anche, nell’Unione Europea idem. Cento anni significa che un autore morto nel 1930 avrà le opere vincolate fino al 2030. Un poeta che ha scritto durante la Rivoluzione messicana resta sotto copyright nel 2026. Se ci pensi, è una forma di esproprio alla rovescia: lo Stato non nazionalizza la cultura per renderla pubblica, la privatizza per renderla inaccessibile. La situazione è precipitata nel luglio 2020, quando il Congresso messicano — in un processo frettoloso e senza consultazione pubblica significativa — ha approvato una riforma radicale della legge sul copyright per adeguarsi al trattato USMCA, il successore del NAFTA voluto da Trump. La Electronic Frontier Foundation ha prodotto un’analisi devastante di quella legge, definendola “il copia-e-incolla del sistema statunitense difettoso” e “una catastrofe per i diritti umani in divenire”. Il nocciolo della questione, e qui la faccenda diventa politica nel senso più crudo del termine, è che il Messico ha adottato restrizioni più severe di quelle che gli stessi Stati Uniti e il Canada applicano ai propri cittadini — un’asimmetria coloniale mascherata da accordo commerciale, dove il paese più debole, quello che avrebbe dovuto “beneficiare” dell’integrazione economica, subisce le regole più dure. Le misure di protezione tecnologica (TPM), versione legale del DRM, non impediscono solo la copia illegale: bloccano anche la ricerca sulla sicurezza informatica, l’ingegneria inversa per l’interoperabilità, persino la riparazione di dispositivi che contengono software protetto. E il fair use? Quel diritto di citare, parodiare, riutilizzare a scopo educativo che negli Stati Uniti esiste — con tutti i suoi limiti — in Messico semplicemente non è previsto.
Il risultato pratico è un sistema dove le istituzioni culturali — musei, biblioteche, archivi universitari, centri di documentazione — non possono digitalizzare e condividere il patrimonio storico del paese senza rischiare conseguenze legali. Ana Laura Peña Aguilar, responsabile dei progetti digitali del Museo del Estanquillo, lo ha detto senza giri di parole durante il panel di gennaio: le istituzioni vogliono preservare e rendere accessibili le opere, ma si trovano paralizzate da una normativa pensata per tutelare interessi economici, non la memoria collettiva. L’INDAUTOR, che dovrebbe essere il punto di riferimento nazionale per la gestione del diritto d’autore, non dispone nemmeno di un catalogo organizzato che indichi quali opere siano in dominio pubblico e quali no. Pensa a cosa significa: è come avere una biblioteca pubblica dove nessuno — nemmeno il bibliotecario — sa quali libri puoi effettivamente prendere in prestito. Organizzazioni come Derechos Digitales, la principale rete per i diritti digitali dell’America Latina fondata a Santiago del Cile nel 2005, denunciano da anni questa condizione sistemica che attraversa l’intero continente, dal Cile alla Colombia, dal Brasile all’Argentina, con variazioni locali ma una costante di fondo. Il copyright in America Latina non protegge gli autori: protegge le multinazionali dell’intrattenimento, i grandi gruppi editoriali, le piattaforme di distribuzione digitale. E quando costruisci la legge intorno ai loro interessi, la prima vittima è l’accesso alla conoscenza per tutti gli altri — quelli che non possono pagare, quelli che vivono nelle periferie, quelli la cui cultura non è mai stata considerata abbastanza “commerciale” da meritare la digitalizzazione.
Paulina e le crepe nel muro: la conoscenza si libera dal basso
Il panel del 29 gennaio non è stato solo un esercizio di lamentela istituzionale — e la distinzione è importante. Ha prodotto qualcosa di concreto, e qui la storia si fa davvero interessante. La Biblioteca Parlamentare del Senato della Repubblica messicana, diretta da Ricardo Montes Gómez, ha già collaborato con Wikimedia México per rilasciare sotto licenza Creative Commons due testi storici: il Primer Almanaque Histórico de la República Mexicana e il Libro Rojo. Opere che raccontano la storia del Messico ottocentesco e che adesso chiunque — studente, ricercatore, giornalista, cittadino curioso dall’altra parte del pianeta — può leggere, copiare, redistribuire, tradurre legalmente, senza chiedere permesso a nessuno. Un gesto che sembra piccolo, due libri su un oceano di opere ancora sequestrate, ma che nel contesto messicano ha un peso specifico enorme. Non è solo una questione di accesso materiale: è un precedente istituzionale. Il Senato stesso — non un collettivo di hacker, non una ONG, ma il Senato della Repubblica — ha scelto di liberare opere del proprio patrimonio sotto una licenza che permette qualsiasi uso, a condizione di attribuire la fonte e condividere con la stessa licenza. Dimostrando che la conoscenza libera non è un’utopia da attivisti ma una scelta politica possibile anche dall’interno delle istituzioni — lo stesso tipo di scelta che Creative Commons promuove da venticinque anni con risultati ancora parziali. Al tavolo c’era anche Ivan Martínez, wikimediano e attivista della R3D, a ricordare che questi gesti isolati sono necessari ma non sufficienti se il quadro normativo resta quello che è. Due libri liberati non cambiano una legge che sequestra la cultura per un secolo intero.
La vera sorpresa del dibattito è stata il progetto Paulina. Si tratta di un’applicazione web costruita su Wikidata — il database strutturato e aperto dell’ecosistema Wikimedia — che permette di cercare autori, verificare se le loro opere sono in dominio pubblico in una specifica giurisdizione, e accedere direttamente ai testi liberi quando disponibili. Il nome non è casuale: richiama Paulina Medeiros, scrittrice uruguayana, un omaggio alla tradizione letteraria latinoamericana che dice molto sull’anima del progetto e sulla comunità che lo ha costruito. Paulina è un tool open source, sviluppato in Python, ancora in fase beta ma già funzionante e disponibile in più lingue, pensato esplicitamente per bibliotecari, insegnanti, ricercatori, attivisti culturali del Sud globale e delle comunità sottorappresentate — persone che oggi non dispongono di strumenti affidabili per identificare il patrimonio culturale libero nella propria giurisdizione. Il codice sorgente è ospitato su GitLab, chiunque può contribuire, e la filosofia è quella del software libero applicata alla conoscenza: se lo Stato non fa il suo lavoro — e INDAUTOR non ha un catalogo decente delle opere in dominio pubblico — la comunità costruisce da sola gli strumenti che servono, come ha sempre fatto il movimento del software libero quando le istituzioni falliscono. Wikimedia México ha proposto durante il panel di unire le forze istituzionali per far crescere Paulina, trasformandola da progetto comunitario a infrastruttura condivisa tra governo, musei, biblioteche e società civile. Tania Vargas, responsabile della biblioteca e dell’archivio documentale del Museo Franz Mayer, ha confermato la disponibilità delle istituzioni culturali messicane a collaborare — il che, in un paese dove il copyright è stato usato come strumento di controllo più che di tutela, è un segnale da non sottovalutare. Resta da vedere quanto questa volontà dichiarata resisterà alla pressione delle lobby editoriali e dell’industria dell’intrattenimento, che non hanno alcun interesse a rendere più semplice l’accesso al dominio pubblico.
La riforma Sheinbaum e il paradosso del copyright nell’era dell’AI
Mentre Wikimedia e INDAUTOR si sedevano al tavolo per discutere di dominio pubblico, il governo messicano stava preparando una riforma che aggiunge un altro strato di complessità a tutta la faccenda. Il 23 febbraio 2026 la presidente Claudia Sheinbaum ha presentato al Congresso un’iniziativa che propone modifiche profonde sia alla Legge Federale del Lavoro che alla Legge Federale sul Diritto d’Autore, con un focus specifico sull’intelligenza artificiale e i diritti degli artisti interpreti. La riforma introduce un settimo diritto esclusivo per i performer: quello di autorizzare o vietare la trasformazione, modifica o imitazione delle proprie performance tramite modelli o sistemi di AI. Il consenso richiesto deve essere espresso, libero e informato — basta con le clausole sepolte nei termini di servizio che nessuno legge. La remunerazione diventa condizione di validità dell’autorizzazione, non un accessorio negoziabile al ribasso. Il concetto giuridico di “ritratto” viene sostituito con quello più ampio di “immagine, inclusa la voce”, estendendo la protezione ai personaggi interpretati da attori e doppiatori. In un paese dove l’industria del doppiaggio ha un peso culturale ed economico enorme — praticamente tutto il doppiaggio in spagnolo dei film hollywoodiani per l’America Latina viene prodotto in Messico — questa riforma tocca un nervo scoperto e risponde a una paura concreta: che l’AI inghiotta il lavoro di migliaia di professionisti della voce senza lasciare nemmeno le briciole. La Corte Suprema messicana, tra l’altro, ha già stabilito a inizio 2026 che le opere generate da AI senza intervento umano sostanziale non possono essere protette dal diritto d’autore — un precedente che pochi altri paesi possono vantare e che ridefinisce i confini della creatività nell’era algoritmica.
Il paradosso, però, è sotto gli occhi di tutti e nessuno ne parla abbastanza — forse perché mette a nudo la natura ambigua del copyright come strumento di potere. Lo stesso framework normativo che adesso vuole proteggere gli artisti messicani dal saccheggio dell’intelligenza artificiale è lo stesso che tiene sotto chiave il patrimonio culturale del paese da più di un secolo. La legge che impedisce a un’AI di clonare la voce di un doppiatore è la stessa legge che impedisce a una biblioteca di digitalizzare e condividere un libro pubblicato nel 1930. Detto senza mezzi termini: il copyright funziona in entrambe le direzioni. Protegge quando fa comodo a chi ha voce — l’industria dell’intrattenimento, i sindacati degli attori, le major discografiche — e opprime quando conviene a chi controlla l’accesso — gli editori, le piattaforme, i detentori di cataloghi sterminati che generano rendite su opere di autori morti da decenni. La riforma Sheinbaum non tocca la durata di cento anni del copyright. Non introduce il fair use. Non affronta la questione dell’accesso aperto al patrimonio culturale pubblico, quello conservato nelle biblioteche e negli archivi finanziati con soldi dei contribuenti. Protegge i lavoratori dell’industria creativa — e meno male, ne hanno un bisogno disperato di fronte all’avanzata delle AI generative — ma non libera la conoscenza, non sposta di un millimetro la linea del dominio pubblico. Questa è la contraddizione strutturale con cui Wikimedia, Creative Commons e tutto il movimento della cultura libera devono fare i conti: il copyright non è uno strumento neutro, e riformarlo pezzetto per pezzetto significa sempre scegliere chi proteggere e chi sacrificare. Finché la conversazione resta ancorata alla logica della proprietà intellettuale come diritto assoluto — e non come equilibrio tra tutela degli autori viventi e accesso collettivo al patrimonio comune — ogni riforma sarà una toppa su un vestito che non funziona più.
La rete che resiste: dal Messico a Lusaka, la conoscenza come lotta
La partita sulla conoscenza libera in America Latina non si gioca solo dentro i musei di Città del Messico. Il team di Global Advocacy della Wikimedia Foundation, guidato nella regione da Amalia Toledo, ha costruito una rete di alleanze che collega organizzazioni per i diritti digitali in tutto il continente — e che nel 2026 sta producendo risultati concreti come mai prima. A inizio anno Toledo ha partecipato al bootcamp annuale organizzato da TEDIC, un’organizzazione per i diritti digitali con sede ad Asunción, in Paraguay, dove ha tenuto una sessione sulle competenze pratiche per affrontare le sfide dei diritti umani nell’era digitale. Il focus non era astratto: si parlava di minacce concrete alla libertà di espressione online, dalla disinformazione organizzata all’uso abusivo del copyright come strumento di censura — perché quando un’azienda usa una richiesta di rimozione per copyright per far sparire un contenuto scomodo, non sta proteggendo la proprietà intellettuale, sta zittendo il dissenso. Insieme al Centro de Estudios sobre Libertad de Expresión y Acceso a la Información (CELE) e alla Electronic Frontier Foundation, la Wikimedia Foundation ha pubblicato un report che sintetizza un workshop con attivisti digitali latinoamericani, invitati a immaginare una “utopia digitale”. Suona come retorica da convegno? Forse. Ma costruire un’agenda comune tra organizzazioni che lavorano isolate nei propri contesti nazionali — Derechos Digitales in Cile, R3D in Messico, TEDIC in Paraguay, Karisma in Colombia — significa creare un fronte capace di resistere alla pressione coordinata delle lobby del copyright e delle big tech, che hanno budget e avvocati sufficienti per comprare le leggi che gli servono in qualsiasi parlamento del continente.
Il prossimo appuntamento cruciale è RightsCon 2026, il summit globale sui diritti umani nell’era digitale, dal 5 all’8 maggio a Lusaka, in Zambia, in formato ibrido. La Wikimedia Foundation partecipa con sessioni sulla governance dell’AI, l’integrità dell’informazione e l’accesso equo alla conoscenza. Tra le sessioni più rilevanti, un dialogo su come i sistemi di intelligenza artificiale influenzano la produzione e l’accesso al sapere, e su come le comunità open possano ridurre i bias di genere nei modelli linguistici espandendo dataset diversificati — il che significa, in concreto, che Wikipedia e i progetti Wikimedia non sono solo enciclopedie da consultare ma infrastrutture su cui si addestrano i modelli di AI, e la qualità di quei contenuti ha conseguenze a catena sull’intero ecosistema. Il filo che lega il panel di Città del Messico, il bootcamp in Paraguay, il workshop con CELE e EFF, e RightsCon a Lusaka è sempre lo stesso: chi controlla l’infrastruttura della conoscenza controlla il potere. In America Latina, dove la colonizzazione culturale ha una storia lunga cinque secoli e dove l’estrattivismo digitale delle corporation del Nord replica schemi di sfruttamento antichi, la posta in gioco è altissima. Non si tratta di liberare qualche PDF accademico. Si tratta di decidere se la memoria di un continente — le sue lingue, le sue storie, i suoi saperi indigeni — appartiene alle comunità che l’hanno prodotta o alle corporation che l’hanno digitalizzata e monetizzata. Strumenti come Paulina, nati dal Sud globale senza i budget miliardari di Google o Meta, sono la risposta più concreta a chi pensa che la conoscenza libera sia un lusso per paesi ricchi. È il contrario: è una necessità vitale per chi non può permettersi di pagare l’accesso alla propria storia.
La mattina del 29 gennaio, al Museo del Estanquillo, non è successo niente di spettacolare. Nessun annuncio roboante, nessuna legge approvata, nessun miliardario della Silicon Valley a promettere la democratizzazione del sapere mentre brevetta tutto il brevettabile. È successo qualcosa di più raro: persone che lavorano dentro le istituzioni e persone che le sfidano dal basso si sono guardate in faccia e hanno detto “il sistema non funziona, proviamo a cambiarlo insieme”. È poco? Misurato con il metro della politica da palcoscenico e dei comunicati trionfali, forse sì. Ma in un mondo dove il copyright dura cento anni, dove le leggi vengono scritte per compiacere i partner commerciali del nord, dove le biblioteche non possono condividere i propri libri e gli archivi non sanno nemmeno cosa è libero e cosa no — in quel mondo, rilasciare due libri storici sotto Creative Commons e proporre uno strumento open source per mappare il dominio pubblico è già un atto di resistenza culturale. La conoscenza libera in America Latina non è un progetto tecnologico. È un progetto politico radicale, nel senso letterale della parola: va alla radice del problema, che è la distribuzione del potere sulla conoscenza. Come tutti i progetti politici che partono dal basso, procede lento, sottotraccia, senza finanziamenti miliardari e senza titoli sui giornali. Ma procede. E adesso sai dove guardare.
