Il paradosso della chat di stato
Mentre l’Italia continua a far passare dati sensibili su WhatsApp, paesi come Francia, Germania e Svizzera hanno deciso di prendere sul serio la sovranità digitale. Non si tratta più di sperimentazioni o progetti pilota: Tchap, BwMessenger e Threema sono ormai infrastrutture critiche, usate quotidianamente da funzionari, ministri e forze dell’ordine. Il punto è che questi stati hanno scelto di costruire su protocolli aperti e decentralizzati come Matrix e XMPP, rifiutando il ricatto dei silos proprietari. Non è un caso: quando il tuo canale di comunicazione ufficiale passa attraverso i server di un’azienda straniera soggetta al Cloud Act statunitense, stai delegando un pezzo di sovranità nazionale a Zuckerberg o a Nadella. Eppure, in Italia si continua a discutere di linee guida e buone pratiche, come se il problema fosse la formazione del personale e non l’architettura stessa dello strumento.
Tchap, BwMessenger e Threema: tre modelli di resistenza digitale
La Francia ha lanciato Tchap nel 2019, basato su Matrix, dopo lo scandalo delle email di Emmanuel Macron violate durante la campagna elettorale. Oggi è obbligatorio per tutta l’amministrazione centrale e viene usato da oltre 200.000 utenti attivi. Il codice è su GitHub (matrix-org/tchap) e l’infrastruttura è interamente self-hosted su server francesi, con federazione controllata verso altri nodi governativi europei. La Germania ha risposto con BwMessenger, anch’esso su Matrix, sviluppato dall’agenzia IT del Baden-Württemberg e adottato da 16 stati federali. Anche qui, il repository è pubblico (BW-Messenger/bwmessenger) e l’adesione è cresciuta dopo le rivelazioni sullo spionaggio statunitense ai danni di funzionari europei. La Svizzera, invece, ha preso una strada diversa ma altrettanto significativa: ha scelto Threema, un’applicazione proprietaria ma sviluppata in Svizzera, con server elvetici e crittografia end-to-end. Non è open source nel senso stretto, ma rappresenta comunque un rifiuto esplicito delle big tech statunitensi, privilegiando il controllo giurisdizionale sui dati.
Matrix e XMPP: non sono solo protocolli, sono infrastrutture politiche
Qui sta il cuore della questione: scegliere Matrix o XMPP non è una decisione tecnica neutra. Matrix, con il suo modello di federazione e i suoi server sinottici, permette a uno stato di mantenere il pieno controllo sui propri dati, pur potendo comunicare con altri enti che hanno fatto la stessa scelta. È l’opposto di WhatsApp, dove il controllo è totalmente nelle mani di Meta e la federazione è un’illusione. XMPP, più vecchio ma ancora vivissimo grazie a progetti come Conversations e Movim, offre un’alternativa leggera e matura, particolarmente adatta a contesti dove la banda è limitata o dove si vuole evitare la complessità di Matrix. Entrambi sono stati progettati per resistere alla censura e al controllo centrale: nessun singolo punto di fallimento, nessun amministratore delegato che può decidere di spegnere il servizio o di modificare unilateralmente i termini d’uso. Quando un governo sceglie questi protocolli, sta facendo una dichiarazione di principio: le nostre comunicazioni non sono merce di scambio.
Il DMA e l’interoperabilità che non decolla
L’Unione Europea ha provato a imporre l’interoperabilità con il Digital Markets Act, obbligando i gatekeeper come WhatsApp e Messenger ad aprire le loro piattaforme. Ma il risultato, finora, è stato pietoso: API limitate, restrizioni tecniche, e un approccio che sembra più volto a soddisfare formalmente la legge che a realizzare un’effettiva apertura. Il punto è che l’interoperabilità imposta dall’alto, senza un cambiamento di fondo nell’architettura, non porta alla sovranità digitale, ma solo a una versione addomesticata dello stesso modello di sorveglianza. Mentre gli stati seri costruiscono le proprie infrastrutture su protocolli aperti, l’UE continua a negoziare con le big tech, come se il problema fosse negoziare migliori termini di servizio piuttosto che sostituire l’intero sistema. È come cercare di rendere umano un campo di concentramento migliorando il menù della mensa.
L’Italia e il ritardo culturale sulla sovranità tecnologica
In Italia, la pubblica amministrazione continua a dipendere da WhatsApp per comunicazioni interne ed esterne, nonostante i ripetuti avvisi del Garante della privacy e di esperti di cybersicurezza. Qualche tentativo di adottare Signal o Telegram è rimasto isolato e non coordinato, spesso bloccato da resistenze culturali o da preoccupazioni infondate sulla ‘difficoltà d’uso’. La verità è che non mancano gli strumenti: esistono soluzioni basate su Matrix già pronte per l’uso, come Element (vector-im/element-web), che offrono client desktop e mobile perfettamente funzionanti. Il problema è politico, non tecnico: manca la volontà di rompere con il modello delle piattaforme proprietarie, di accettare che la sovranità digitale richieda investimenti iniziali e un cambiamento di mentalità. Mentre altri paesi trattano la messaggistica come un’infrastruttura critica, pari a reti elettriche o acquedotti, in Italia la si vede ancora come un servizio di consumo, soggetto alle logiche del mercato e delle convenienze temporanee.
Conclusione: la chat è un’arma, scegli da che parte stare
La scelta tra protocolli proprietari e aperti non è mai stata solo una questione di funzionalità o di esperienza utente. È una decisione politica che definisce chi controlla le tue comunicazioni, chi può accederci in caso di conflitto giurisdizionale, e chi può spegnerle con un interruttore. Gli stati che hanno scelto Matrix e XMPP stanno costruendo un’alternativa dal basso alle big tech, dimostrando che un’altra internet è possibile. Quella italiana, invece, continua a delegare la propria sovranità a Zuckerberg, nella speranza che la buona volontà delle corporation basti a proteggere interessi nazionali. Il paradosso è evidente: mentre si parla di autonomia strategica e di riduzione della dipendenza dalle tecnologie straniere, si lascia che il canale più basilare della comunicazione pubblica passi attraverso server stranieri soggetti a leggi extraterritoriali. La sovranità digitale non si conquista con i convegni, ma con i server che si auto-ospitano.
