Un quarto di tutti i processori venduti nel mondo gira su un’architettura che nessuna azienda possiede. Il dato è di inizio 2026 e merita di essere ripetuto: RISC-V ha raggiunto il 25% del mercato globale dei chip, e lo ha fatto senza brevetti, senza royalty, senza chiedere il permesso a nessuno. Non è un esperimento accademico da paper universitario, non è una curiosità per maker con la barba lunga e il saldatore in mano — è un terremoto industriale che sta ridisegnando le fondamenta stesse dell’economia digitale. Per capire la portata di quello che sta succedendo bisogna partire da un fatto semplice: fino a ieri, progettare un processore significava pagare il pizzo a Intel, AMD o ARM. L’architettura x86 è un duopolio blindato dai brevetti — chiunque abbia provato a sfidarlo, da Transmeta in poi, ha finito per sbattere contro un muro di cause legali e risorse insufficienti. ARM, che sulla carta non produce chip ma licenzia il progetto a chi li fabbrica, incassa royalty dell’1-2% su ogni dispositivo venduto più milioni di dollari in fee d’ingresso — e dopo la quotazione in borsa del 2023 ha stretto ancora di più le condizioni, perché ora deve soddisfare gli azionisti. RISC-V ribalta questa logica dalla base: è un set di istruzioni aperto, pubblicato con licenza libera, che chiunque può usare, modificare, estendere senza pagare un centesimo a nessuno. Dall’Accademia cinese delle scienze alla startup in un garage californiano, dal consorzio europeo per il supercalcolo al collettivo hacker che vuole costruire hardware veramente libero. La domanda che conta, però, non è tecnica. È politica: chi controlla il silicio, controlla il mondo. E per la prima volta nella storia dei semiconduttori, esiste un’alternativa credibile al cancello chiuso delle multinazionali.
L’architettura che nessuno possiede
RISC-V nasce nel 2010 all’Università di Berkeley, California — lo stesso laboratorio che ha partorito BSD Unix e SPICE, tanto per capire il pedigree. L’idea era creare un’architettura per set di istruzioni completamente aperta, moderna, pulita, libera dai decenni di incrostazioni retrocompatibili che appesantiscono x86 e dai vincoli legali che rendono ARM un giardino recintato con il filo spinato. Il nome dice già tutto: Reduced Instruction Set Computer, quinta generazione. Ma la vera rivoluzione non sta nel design tecnico — è elegante, certo, ma il mondo è pieno di architetture eleganti morte e sepolte — sta nel modello legale ed economico. Mentre ARM addebita milioni per la licenza base e poi una percentuale su ogni singolo chip venduto, RISC-V non prevede né costi iniziali né royalty sul fatturato. Punto. Per un’azienda che spedisce 100 milioni di unità l’anno, evitare anche solo 0,50 dollari di royalty per chip significa 50 milioni di dollari risparmiati ogni dodici mesi. Non sono noccioline, e non è teoria astratta: sono i numeri concreti che hanno convinto Meta, Qualcomm e persino NVIDIA — sì, quella NVIDIA — a scommettere pesantemente sull’architettura aperta.
RISC-V non è solo un modo per tagliare i costi di licenza. È una dichiarazione di indipendenza tecnologica — almeno sulla carta, poi vedremo. Quando SiFive, la prima azienda nata specificamente per commercializzare design RISC-V, ha chiuso ad aprile un round da 400 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 3,65 miliardi con NVIDIA tra gli investitori, il messaggio al mercato è stato inequivocabile: il silicio aperto non è più una nicchia da convegni accademici, è il futuro dell’industria. Il 12 maggio scorso SiFive ha presentato il Performance P570 Gen 3, il core RISC-V più potente della sua categoria, conforme allo standard RVA23 sostenuto da Google, Red Hat e Canonical. Scalabile fino a 16 core in un singolo sottosistema di calcolo, pensato per edge AI, dispositivi consumer ad alte prestazioni e IoT industriale, con supporto nativo per i formati numerici FP16 e BF16 che servono a far girare i modelli di intelligenza artificiale. Due anni fa un processore del genere su architettura aperta sarebbe stato impensabile, oggi è un prodotto commerciale con una roadmap precisa e clienti in fila. Il confronto con ARM è impietoso su un punto specifico: ARM, dopo l’IPO, ha irrigidito le condizioni di licenza proprio nel momento in cui i suoi clienti più grandi cercavano più flessibilità. Una mossa da manuale per spingere i tuoi migliori clienti tra le braccia dell’alternativa aperta.
Ed ecco il paradosso che la dice lunga sullo stato delle cose. NVIDIA — la stessa NVIDIA che fattura decine di miliardi vendendo GPU proprietarie e che ha costruito un impero sulla chiusura ermetica del suo ecosistema CUDA — ha integrato oltre 40 microcontrollori RISC-V nelle sue architetture Blackwell e Rubin. Li usa per la gestione interna dei sistemi, la telemetria, il coordinamento tra i core di calcolo. Il motivo è banale e illuminante allo stesso tempo: usando RISC-V per queste funzioni «invisibili» evita di pagare licenze esterne e mantiene il controllo totale sul proprio silicio. L’ironia è spessa come un wafer: il campione mondiale del software proprietario adotta hardware aperto dove gli conviene, e tiene chiuso tutto il resto. NVIDIA dimostra che RISC-V funziona, eccome se funziona — ma lo dimostra nel modo più cinico possibile, adottandolo dove fa comodo e barricandosi dietro brevetti e licenze proprietarie per tutto ciò che produce profitto. Come abbiamo scritto parlando della crisi dell’open source e dello sfruttamento da parte di Big Tech, il copione è sempre lo stesso: prendere dal commons ciò che serve, restituire il minimo indispensabile, e ringraziare la comunità con un comunicato stampa.
Da Pechino a Bologna: la corsa al silicio sovrano
Se RISC-V fosse solo una questione di risparmio sulle licenze, sarebbe una storia interessante ma non esplosiva. Quello che lo rende un caso geopolitico di primo piano — una di quelle faccende che finiscono sui tavoli dei ministri della difesa, non solo degli ingegneri — è il modo in cui Cina ed Europa lo stanno usando come leva per sganciarsi dalla dipendenza tecnologica americana. E gli Stati Uniti, prevedibilmente, non la prendono affatto bene. A fine marzo, al Forum di Zhongguancun, l’Accademia cinese delle scienze ha presentato Xiangshan: il processore RISC-V open source più potente al mondo, con 16,5 punti per GHz nel benchmark SPEC CPU2006 — lo standard industriale per misurare le prestazioni dei processori. Non stiamo parlando di un prototipo chiuso in un cassetto di laboratorio: ZTE, Alibaba e Tencent hanno già sviluppato chip commerciali basati sul core Xiangshan, e il processore è in uso concreto nell’intelligenza artificiale, nel cloud computing e nei controlli industriali. Accanto a Xiangshan, la Cina ha lanciato Ruyi, il primo sistema operativo nativo RISC-V a supportare lo standard ad alte prestazioni RVA23, con un SDK completo che abbassa drasticamente la barriera d’ingresso per gli sviluppatori.
L’ecosistema cinese è maturo, non è più un cantiere pieno di promesse e rendering 3D. Oltre 300 tra aziende consolidate e startup lavorano attivamente su RISC-V nel paese, e ogni grande player tecnologico — da Alibaba a Baidu, da Huawei a OPPO — ha una strategia RISC-V dichiarata, finanziata e in fase di esecuzione. Il motivo è lampante, e non richiede un dottorato in relazioni internazionali per capirlo: dopo le sanzioni americane sui semiconduttori avanzati, la Cina ha bisogno disperato di un’architettura che Washington non possa bloccare con un tratto di penna. RISC-V, essendo uno standard aperto governato da una fondazione internazionale con sede in Svizzera, sfugge — almeno per ora — alle maglie dei controlli all’export americani. Proprio questo fatto manda in cortocircuito una parte del Congresso statunitense: alcuni legislatori hanno chiesto esplicitamente di limitare la partecipazione cinese allo sviluppo dello standard, sostenendo che Pechino usa l’architettura aperta per aggirare le restrizioni tecnologiche. Un rapporto del CSIS ha argomentato l’esatto contrario: disimpegnarsi da RISC-V significherebbe perdere influenza sullo standard, regalando alla Cina la leadership di fatto su un’architettura destinata a diventare dominante. Il dilemma è reale e non ha soluzioni facili, ma rivela una verità che a Washington non piace sentirsi dire: gli americani vogliono la tecnologia aperta solo finché la controllano loro. Appena qualcun altro la usa seriamente, diventa una «minaccia alla sicurezza nazionale». Come è successo con DeepSeek V4 e l’uso geopolitico dell’open source, la tecnologia libera diventa pericolosa solo quando sfida chi detiene il potere.
L’Europa, intanto, prova a giocare una partita che non gioca da decenni: quella dell’autonomia sui semiconduttori. Il progetto DARE (Digital Autonomy with RISC-V in Europe) ha messo insieme 38 partner da 13 paesi europei con un budget complessivo di 240 milioni di euro finanziato da EuroHPC, il programma europeo per il supercalcolo. L’obiettivo è ambizioso e concreto: sviluppare un processore general-purpose e due acceleratori — uno vettoriale per il supercalcolo e la convergenza HPC-AI, uno specifico per l’inferenza AI — interamente basati su architettura RISC-V e progettati in Europa. Non è filantropia e non è ideologia: la quota europea nel mercato globale dei chip è crollata dal 20% degli anni Novanta a meno del 10% oggi, e la dipendenza da Intel, AMD, ARM e TSMC è diventata un rischio strategico che nemmeno i burocrati più sonnolenti di Bruxelles possono ignorare. Il RISC-V Summit Europe si terrà a Bologna dall’8 al 12 giugno — un segnale simbolicamente forte, con l’Italia al centro della discussione sul futuro del silicio aperto — e sarà il banco di prova per capire se DARE ha gambe reali o se finirà come tanti altri progetti europei: tanti slide, pochi chip. La storia della sovranità tecnologica e del copyleft insegna che le buone intenzioni senza una comunità viva e combattiva alle spalle non producono niente di concreto.
Il nocciolo della questione geopolitica è questo: RISC-V sta diventando il terreno su cui si gioca la prossima guerra fredda dei semiconduttori. Cina, Europa e Stati Uniti lo vedono tutti come un asset strategico, ma per ragioni diverse e spesso incompatibili tra loro. La Cina vuole autonomia dai vincoli americani. L’Europa vuole autonomia da tutti. Gli Stati Uniti vogliono che nessuno sia autonomo da loro. In mezzo c’è un’architettura nata libera che rischia di diventare l’ennesimo campo di battaglia tra potenze — esattamente il destino che avrebbe dovuto evitare.
Big Tech abbraccia il silicio aperto (e questo è il problema)
La notizia che dovrebbe far riflettere più di tutte non è la crescita di RISC-V in sé. È chi lo sta facendo crescere. Meta ha acquisito Rivos e ha integrato core RISC-V personalizzati nei suoi acceleratori AI MTIA v2 — nome in codice Artemis — riducendo la dipendenza da ARM e NVIDIA con un colpo solo. Qualcomm ha sborsato 2,4 miliardi di dollari per comprare Ventana Micro Systems, garantendosi design RISC-V ad alte prestazioni per i data center. Nel settore automotive, il consorzio Quintauris — fondato da Bosch, Infineon, NXP, STMicroelectronics e Qualcomm — ha standardizzato una piattaforma RISC-V per l’industria dell’auto, commoditizzando di fatto il mercato dei processori di fascia medio-bassa che prima era territorio esclusivo di ARM. Gli analisti prevedono i primi smartphone con processore RISC-V e Android completo entro fine 2026, grazie alla maturazione dell’ecosistema Android-on-RISC-V spinta da Google. Il mercato si muove, e si muove a una velocità che due anni fa nessuno avrebbe previsto. Ma verso dove esattamente?
Facciamo un passo indietro e guardiamo la faccenda con occhi meno entusiasti di quelli dei comunicati stampa. Quando Meta, Qualcomm e NVIDIA abbracciano un’architettura aperta, non lo fanno per amore della libertà tecnologica né per spirito comunitario. Lo fanno per tagliare i costi, eliminare dipendenze da fornitori che sono anche concorrenti, e consolidare il proprio potere verticale sull’intera filiera produttiva. Meta non vuole pagare ARM per i chip dei suoi data center che macinano i tuoi dati personali ventiquattro ore al giorno. NVIDIA non vuole pagare nessuno per la gestione interna delle sue GPU da migliaia di dollari l’una. Qualcomm vuole liberarsi dal giogo di ARM proprio mentre ARM, dopo la quotazione in borsa, ha il fiato degli azionisti sul collo e alza le tariffe. Sono scelte perfettamente razionali dal punto di vista aziendale — nessuno lo nega — ma non raccontiamoci favole: se i chip RISC-V di Meta girano nei data center che alimentano la sorveglianza pubblicitaria di Instagram e Facebook, l’apertura dell’architettura non rende quei servizi un grammo più liberi per te che li usi. Il silicio è aperto, ma il sistema che ci gira sopra resta chiuso, estrattivo, progettato per monetizzare ogni tuo clic, ogni tuo scroll, ogni secondo della tua attenzione. L’hardware libero diventa irrilevante se il software e il modello di business restano predatori.
Pine64 e la comunità dell’hardware genuinamente aperto — con board come la Star64 basata su SoC StarFive JH7110, un tablet RISC-V che esce di fabbrica con Debian preinstallato — rappresentano l’altra faccia della medaglia. Qui RISC-V non è uno strumento per massimizzare i margini trimestrali: è il mattone per costruire computer che l’utente possiede davvero, dal firmware al sistema operativo, senza backdoor, senza telemetria imposta, senza la sensazione di essere ospite in casa propria. Ma la differenza di scala è brutale, e fingere di non vederla sarebbe disonesto. SiFive vale 3,65 miliardi di dollari. Pine64 vende schede a 30 dollari con margini sottilissimi e una comunità di volontari che scrive driver nel tempo libero dopo il lavoro. Il rischio concreto — quasi una certezza storica, a dire il vero — è che RISC-V segua la stessa traiettoria di Linux: nato libero, cresciuto grazie alla comunità, poi catturato dalle corporation che ne estraggono valore restituendo le briciole. Come abbiamo scritto parlando dell’hardware libero e del diritto alla riparazione, avere una specifica aperta non significa automaticamente avere un ecosistema libero. La specifica è solo l’inizio — servono implementazioni aperte, toolchain accessibili, e soprattutto una produzione che non dipenda da due fonderie concentrate nell’angolo più geopoliticamente instabile dell’Asia orientale.
C’è un elemento, però, che va contro il cinismo facile. La RISC-V International Foundation ha sede in Svizzera — non a San Francisco, non a Pechino, non a Bruxelles — e questa scelta non è casuale: serve a evitare che una singola giurisdizione nazionale possa mettere le mani sullo standard. Lo sviluppo è aperto e documentato, le specifiche sono pubbliche, le estensioni vengono discusse attraverso un processo comunitario in cui chiunque può partecipare. A differenza di ARM, dove ogni modifica all’architettura dipende dalle decisioni di una società quotata in borsa con azionisti e hedge fund da soddisfare, RISC-V ha una governance che — pur non essendo perfetta, pur avendo i suoi problemi di rappresentanza e di equilibrio tra grandi aziende e piccoli contributori — assomiglia più a una comunità che a un consiglio di amministrazione. In un mondo dove tre aziende controllano tutta la memoria del mondo nel cloud e dove il Pentagono e Big Tech si tengono per mano, avere un’alternativa governata collettivamente nel settore dei semiconduttori non è un dettaglio per addetti ai lavori. È un precedente politico che potrebbe contare.
RISC-V non salverà il mondo. Non lo ha fatto Linux, non lo ha fatto Firefox, non lo farà un set di istruzioni per processori per quanto elegante e aperto possa essere. Ma cambia i termini del problema, e questo non è poco. Per la prima volta nella storia dei semiconduttori esiste un’architettura competitiva che non appartiene a nessuna azienda, nessuno stato, nessun fondo di venture capital. Un’architettura su cui 300 aziende cinesi, 38 partner europei, i colossi della Silicon Valley e un hobbista con un saldatore possono costruire — ciascuno per le proprie ragioni e i propri interessi, ma su un terreno comune che nessuno possiede. La partita vera, quella che deciderà se RISC-V mantiene la promessa o la tradisce, non si gioca sulle specifiche tecniche ma sulla governance, sulla produzione, sull’accesso reale alla tecnologia. Chi fabbrica fisicamente i chip? TSMC, Samsung, pochissimi altri. Chi finanzia la ricerca? Governi e venture capital con le loro agende. Chi mantiene il software, chi scrive i driver, chi costruisce le toolchain? Troppo spesso volontari sottopagati o non pagati affatto. RISC-V apre una porta, nessun dubbio — ma dietro quella porta c’è lo stesso sistema economico che ha trasformato Internet da rete anarchica a macchina di sorveglianza e profitto. Il punto non è celebrare l’architettura aperta come fosse la soluzione a tutti i mali. Il punto è usarla per quello che è: uno strumento che per la prima volta dà a comunità, collettivi, piccole imprese e interi paesi la possibilità concreta di costruire hardware senza chiedere il permesso a nessuno. Che poi lo facciano davvero — questo dipende da noi, non dal silicio.
