Circuiti elettronici e codice open source come simbolo della sovranità tecnologica - software libero copyleft

Contenuto

La Free Software Foundation ha appena chiesto ad Anthropic di liberare i propri modelli di linguaggio. Non soldi, non royalties: libertà. È il marzo 2026 e la FSF — quella fondata da Richard Stallman quarant’anni fa per difendere il diritto di studiare, modificare e condividere il software libero — si trova a combattere una battaglia che il suo fondatore non avrebbe immaginato nemmeno nei suoi scenari più paranoici. Il copyleft, quel principio giuridico geniale che usa il copyright contro sé stesso per garantire la libertà del codice, si scontra oggi con un mondo dove il “codice” non è più solo righe di C o Python, ma pesi neurali, dataset di addestramento, architetture hardware e infrastrutture cloud controllate da una manciata di colossi. La posta in gioco è altissima: chi possiede la conoscenza tecnologica possiede il potere, e il monopolio si sta estendendo dal software ai chip, dai modelli AI alle infrastrutture digitali di interi continenti.

Se ti sei mai chiesto perché Meta può chiamare “open source” un modello che esclude gli europei dalla licenza, perché l’Europa spende miliardi per una sovranità tecnologica digitale che non arriva mai, o perché un’architettura di processore nata in un’università californiana è diventata l’incubo di ARM e Intel — la risposta, in fondo, è sempre la stessa. Il software libero e il copyleft non sono mai stati solo questioni tecniche. Sono strumenti di resistenza politica contro la concentrazione del potere nelle mani di chi già ne ha troppo. E nel 2026, quella resistenza è più urgente — e più articolata — di quanto non sia mai stata.

Dal copyleft all’open washing: il tradimento delle corporation

Quando Stallman scrisse la GNU General Public License nel 1989, il principio era di una semplicità disarmante: se usi codice libero e lo distribuisci, devi distribuire anche le tue modifiche con la stessa licenza. Un virus della libertà, lo chiamavano i detrattori — con una punta di ammirazione involontaria, bisogna dirlo. Per tre decenni ha funzionato, creando un ecosistema — Linux, Apache, PostgreSQL, WordPress, praticamente tutto ciò su cui gira internet — che nessuna singola corporation poteva rinchiudere dietro un brevetto. Poi è arrivato il cloud computing e con lui la scappatoia perfetta: se non distribuisci il software ma lo offri come servizio, la GPL non ti obbliga a condividere niente. Amazon ha costruito un impero su questa asimmetria, prendendo il lavoro gratuito di migliaia di sviluppatori open source e rivendendolo come servizio gestito su AWS senza restituire praticamente nulla alla comunità. La risposta di alcune aziende — quelle che si sentivano depredate dalla stessa logica che avevano contribuito a creare — è stata introdurre licenze ibride che sembrano aperte ma non lo sono: MongoDB ha creato la Server Side Public License nel 2018, HashiCorp ha abbandonato la licenza open di Terraform per la Business Source License nel 2023, e il risultato è stato una frattura profonda nell’ecosistema del software libero.

La reazione della comunità alla BSL di HashiCorp è stata immediata e istruttiva. Nel giro di settimane è nato OpenTofu, un fork comunitario di Terraform che oggi — marzo 2026 — vive sotto la Linux Foundation con oltre 4.000 provider, 20.000 moduli e una base di codice arrivata alla versione 1.10. Amanda Brock, CEO di OpenUK, ha definito le dichiarazioni di HashiCorp sulla BSL per quello che sono: open washing. Il termine è preciso e merita di essere capito bene. Come il greenwashing nel campo ambientale, l’open washing consiste nel rivestire un prodotto proprietario con la retorica dell’apertura per ottenere i benefici reputazionali del software libero senza rispettarne i principi. Le distribuzioni Linux più importanti — Red Hat, Fedora, Debian — hanno rimosso i software sotto SSPL e BSL dai propri repository ufficiali, riconoscendo che queste licenze non soddisfano i criteri del software libero. Se le distro che costituiscono la spina dorsale di internet ti escludono dai loro repository, il messaggio è piuttosto chiaro.

Il caso più sfacciato di open washing nel 2026 riguarda però Meta e il suo Llama 4. Zuckerberg continua imperterrito a presentarlo come modello “open source”, ma l’Open Source Initiative ha risposto con un post che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche: “Llama 4 is still not open source and Europeans are excluded. Stop calling it Open Source AI.” La licenza di Llama vieta l’uso a chiunque abbia più di 700 milioni di utenti mensili attivi — cioè ai concorrenti diretti di Meta — e include restrizioni geografiche che escludono esplicitamente chi ha sede legale nell’Unione Europea. Rileggi con calma: un modello che si definisce “open source” ma che tu, cittadino europeo, non puoi legalmente utilizzare. La FSF è stata ancora più netta, dichiarando che la licenza di Llama “non è una licenza di software libero” e invitando tutti a non usarla né a usare qualsiasi software rilasciato sotto di essa. Quando un’azienda da mille miliardi di dollari si appropria del termine “open source” per fini di marketing, sta erodendo il significato stesso delle parole che la comunità del software libero ha costruito in quarant’anni di battaglie legali, culturali e politiche. Non è un errore semantico. È una strategia deliberata di colonizzazione linguistica — e chiamarla con il suo nome è il primo passo per resistervi.

La notizia più fresca arriva dalla causa Bartz contro Anthropic. La FSF ha ricevuto una notifica di accordo nell’ambito di una class action per violazione del copyright: Anthropic ha accettato di creare un fondo da 1,5 miliardi di dollari per risarcire gli autori i cui testi sono stati usati per addestrare i modelli Claude senza permesso. La risposta della FSF è stata una lezione di coerenza ideologica che vale la pena raccontare: non vogliamo i soldi, vogliamo che i modelli siano liberi. “The FSF doesn’t usually sue for copyright infringement, but when we do, we settle for freedom” — una battuta perfetta che riassume decenni di filosofia in una frase sola. La richiesta concreta è radicale: condividere gli input completi di addestramento, il modello, i parametri di configurazione e tutto il codice sorgente con ogni utente del LLM. Se hai usato testi coperti da licenze copyleft per creare il tuo modello, il modello stesso deve essere libero — con tutto ciò che serve per riprodurlo. Le implicazioni sarebbero enormi: ogni LLM addestrato su dati copyleft dovrebbe essere distribuito con le stesse garanzie di libertà, e questo includerebbe praticamente tutti i modelli commerciali oggi in circolazione. Il copyleft è stato progettato per il software negli anni Ottanta, certo. Ma il software oggi vive dentro le reti neurali, e fingere che non sia così non lo rende meno vero.

La guerra dei chip e la promessa del silicio libero

Il software libero non serve a niente se l’hardware su cui gira è controllato da qualcun altro. Sembra una banalità, ma è la lezione che la geopolitica dei semiconduttori sta impartendo nel modo più brutale possibile. Il CHIPS and Science Act americano, firmato nel 2022 con un investimento di 52,7 miliardi di dollari, aveva un obiettivo dichiarato — riportare la produzione di chip sul suolo statunitense per “resilienza della supply chain” — e uno reale che nessuno si prende nemmeno più la briga di nascondere: tagliare fuori la Cina dall’accesso alla tecnologia avanzata dei semiconduttori. Nel gennaio 2026 l’amministrazione Trump ha ulteriormente complicato il quadro con un approccio caso per caso alle licenze di esportazione dei chip AI verso Pechino, alternando concessioni e tariffe del 25% nel giro di poche settimane con una coerenza strategica degna di un lancio di dadi. NVIDIA, che dominava il 90% del mercato cinese dei chip per intelligenza artificiale, è scesa al 50%. La Cina ha accelerato freneticamente lo sviluppo di alternative nazionali. La biforcazione della catena globale dei semiconduttori è in atto, e chi controlla i chip controlla l’infrastruttura di base della civiltà digitale — in questo momento quel controllo è un’arma geopolitica brandita senza alcun pudore.

Ecco perché la questione dei semiconduttori non è separabile dal discorso sul software libero: ne è l’estensione materiale. Se un governo può bloccare l’accesso ai chip con un decreto, può rendere inutile tutto il software libero del mondo — senza hardware su cui girare, Linux è solo un file di testo molto lungo e ben scritto. La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha reso evidente quello che i sostenitori dell’hardware aperto dicevano da anni: la libertà digitale non può fermarsi al layer del software, deve scendere fino al silicio, fino alle istruzioni che il processore esegue, fino alla progettazione stessa dei circuiti integrati. Il Congresso americano ha espresso scetticismo crescente verso l’approccio dell’amministrazione Trump, con un’audizione della Commissione Affari Esteri della Camera nel gennaio 2026 dove esperti e parlamentari hanno demolito la logica delle concessioni caso per caso. Ma il nocciolo della questione non è se Washington debba vendere o meno chip a Pechino. È che un pugno di aziende e governi possano decidere chi ha accesso alla tecnologia di base e chi no — e questo è un problema che nessun accordo bilaterale, nessuna tariffe doganale e nessuna sanzione possono risolvere strutturalmente.

In questo scenario da nuova guerra fredda tecnologica, RISC-V rappresenta qualcosa di molto più grande di un’architettura di processore. È una dichiarazione di principio tradotta in silicio: le istruzioni fondamentali di un chip — la sua lingua madre — possono essere aperte, pubbliche, non proprietarie. Nessun brevetto, nessuna royalty, nessun permesso da chiedere a ARM Holdings o a Intel. A inizio 2026, RISC-V ha conquistato il 25% del mercato globale dei processori, posizionandosi come terzo pilastro dell’informatica mondiale. Non è più un esperimento da laboratorio universitario — detto senza mezzi termini, è una rivoluzione industriale in corso. Canonical ha dichiarato il 2026 l’anno di Ubuntu Linux su RISC-V, con chip come lo SpacemiT K3 conformi allo standard RVA23 pronti per il mercato consumer e i primi smartphone commerciali attesi entro fine anno. A marzo, il programma TUMCREATE di Singapore ha annunciato lo sviluppo del primo processore RISC-V a 64 bit completamente open source con crittografia post-quantum integrata — un chip progettato per resistere non solo ai monopoli di oggi, ma anche alle minacce computazionali di domani. La comunità globale si riunirà a Bologna dall’8 al 12 giugno per il summit annuale, e c’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che un’architettura nata da un paper accademico a Berkeley stia erodendo il duopolio ARM-Intel: quando la conoscenza è aperta, l’innovazione non chiede il permesso.

La sovranità del silicio non passa solo per le grandi fonderie da decine di miliardi di dollari, però. I fab lab — laboratori di fabbricazione digitale aperti al pubblico — continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, offrendo accesso a strumenti di prototipazione che vent’anni fa erano riservati ai reparti R&D delle multinazionali. Arduino, nato a Ivrea nel 2005 come progetto didattico italiano di microcontrollori open source, è diventato la spina dorsale di un movimento globale che va dalla domotica fai-da-te ai sensori ambientali comunitari, dalla robotica educativa ai dispositivi medici a basso costo per il Sud del mondo. Il punto non è competere con TSMC o Samsung nella produzione di chip a 3 nanometri — sarebbe assurdo e nessuno lo pretende. Il punto è costruire competenze diffuse, capacità di comprensione e autonomia tecnologica a livello locale e comunitario. Quando un quartiere, una scuola, un collettivo sa progettare, programmare e fabbricare i propri dispositivi, dipende un po’ meno dalle decisioni prese in un consiglio di amministrazione a Cupertino o dai capricci geopolitici di un presidente a Washington. La micro-fabbricazione e l’hardware aperto non sono alternative alla grande industria dei semiconduttori: sono il suo complemento dal basso, la risposta pratica e quotidiana alla concentrazione del potere tecnologico.

L’Europa e il miraggio della sovranità digitale

L’Europa parla di sovranità digitale da almeno un decennio, eppure la fotografia del 2026 è di quelle che fanno male: AWS, Azure e Google Cloud controllano circa il 70% del mercato cloud europeo, mentre i maggiori provider del continente — OVHcloud, Deutsche Telekom, Scaleway — arrancano ciascuno intorno al 2% di quota di mercato. Il divario non è solo commerciale, è giuridico e geopolitico. Il CLOUD Act del 2018 consente alle autorità statunitensi di richiedere l’accesso ai dati detenuti da aziende americane indipendentemente da dove si trovino fisicamente i server: i tuoi dati in un data center di Francoforte gestito da AWS sono raggiungibili dal governo americano esattamente come se fossero in Virginia. Amazon ha aperto il suo “European Sovereign Cloud” nel 2025, gestito da entità legali europee sotto diritto tedesco, sulla carta senza dipendenze da personale o infrastrutture non-UE. Microsoft ha fatto lo stesso con le sue region Azure “sovrane”. Ma il problema — come ha scritto The Register con la consueta brutalità anglosassone — è che la società madre resta americana, soggetta alla legge americana, e nessuna architettura legale locale può eliminare il rischio strutturale di dipendere da un’infrastruttura il cui proprietario ultimo risponde a un governo straniero. La dipendenza europea al 90% dal cloud statunitense è stata definita un “incubo di sicurezza da singolo punto di rottura” — detto fuori dai denti, basta un ordine esecutivo della Casa Bianca per paralizzare i servizi digitali di mezzo miliardo di persone.

Gaia-X doveva essere la risposta europea a questa dipendenza. Lanciata nel 2019 da Francia e Germania con grande retorica sulla sovranità dei dati, si è rivelata un esercizio di frammentazione burocratica più che una piattaforma operativa — troppe aziende al tavolo, troppi interessi divergenti, troppo poco codice e troppa politica industriale vecchio stampo. Nel 2026 Gaia-X resta più uno standard sulla carta che un’infrastruttura funzionante, e i critici hanno ragione quando dicono che è stata un’operazione di sensibilizzazione che non ha prodotto un vero competitor. Le alternative più concrete arrivano da altrove. EURO-3C è una nuova iniziativa per un’infrastruttura paneuropea che integra telecomunicazioni, edge computing, cloud e intelligenza artificiale in un modello federato e aperto. Nextcloud — che abbiamo già esplorato come alternativa open source alle big tech — sta costruendo un ecosistema di partnership per offrire soluzioni IT sovrane a privati e pubblica amministrazione, posizionandosi come motore di indipendenza tecnologica per l’intero continente. Ma la proposta intellettualmente più stimolante è arrivata al QCon London 2026, dove Martin Kleppmann — professore a Cambridge e autore del celebre Designing Data-Intensive Applications — ha tenuto un keynote proponendo il local-first software come via d’uscita strutturale dalla dipendenza cloud: applicazioni che funzionano in locale, sincronizzandosi tra dispositivi tramite protocolli peer-to-peer senza dipendere da un server centrale. Kleppmann ha mostrato tre tecnologie concrete — multi-cloud con standard de facto, il protocollo AT di Bluesky per i social, e il local-first per la collaborazione — tutte progettate per rendere banale il cambio di provider e restituire il controllo a chi i dati li produce. La logica è semplice e potente: se i tuoi dati non sono nel cloud di nessuno, nessun CLOUD Act può raggiungerli.

Il problema di fondo — e qui il discorso si fa schiettamente politico — è che l’Europa cerca una sovranità digitale di stato, non di comunità. I finanziamenti pubblici vanno ad Airbus, a Thales, ai grandi gruppi industriali e di difesa. Non ai collettivi che gestiscono server autogestiti, non ai piccoli provider che offrono hosting etico, non alle comunità di sviluppatori che mantengono software libero nei fine settimana rubando ore al sonno. Secondo Gartner la spesa mondiale per servizi cloud sovrani raggiungerà gli 80 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita del 35,6%, e il 61% dei CIO europei dichiara di voler aumentare l’uso di provider locali. Numeri impressionanti. Ma la domanda che nessuno sembra volersi porre è un’altra: quanti di quei miliardi finiranno in mano a strutture genuinamente indipendenti, e quanti verranno assorbiti dalle solite grandi aziende con un tricolore europeo di facciata e un consiglio di amministrazione che risponde alle stesse logiche di profitto delle big tech americane? La sovranità tecnologica reale non si compra con i fondi europei e non si delega a un consorzio pubblico-privato dove siedono le stesse multinazionali da cui dovresti emanciparti. Si costruisce dal basso: con il self-hosting, con i LLM che girano sulla tua macchina — un tema che abbiamo approfondito parlando della guerra tra modelli aperti e chiusi — con le reti mesh comunitarie, con le cooperative di calcolo, con l’hardware aperto di RISC-V e Arduino. Nessun regolamento europeo ti renderà sovrano se non sei tu a controllare gli strumenti che usi ogni giorno.

Il copyleft non è un fossile giuridico degli anni Ottanta. È un principio vivo, combattivo, che si sta adattando — con fatica, con conflitti interni, ma con una coerenza ideologica che poche idee politiche possono vantare dopo quattro decenni — alle sfide di un’epoca dove il potere si concentra nei chip, nei modelli AI e nelle infrastrutture cloud almeno quanto si concentrava nel codice sorgente ai tempi di Stallman. La FSF che chiede ad Anthropic di liberare i suoi LLM, RISC-V che erode il duopolio ARM-Intel conquistando un quarto del mercato globale dei processori, le comunità che costruiscono alternative autogestite al cloud americano, OpenTofu che dimostra come un fork comunitario possa reggere il confronto con il prodotto di una multinazionale: sono tutti pezzi della stessa resistenza.

Una resistenza che non si vince con le dichiarazioni retoriche dei governi, con i fondi pubblici distribuiti ai soliti noti, con i “sovereign cloud” che di sovrano hanno solo il nome nel comunicato stampa. Si vince — se si vince — una riga di codice alla volta, un server autogestito alla volta, un chip aperto alla volta, una comunità alla volta. La tecnologia è potere concentrato. Il software libero è la scelta di redistribuire quel potere. E redistribuirlo, oggi come quarant’anni fa, resta un atto profondamente politico.