Il signore di wordpress.org decide chi entra e chi esce
Matt Mullenweg non è soltanto il co-fondatore di WordPress. È l’uomo che, attraverso Automattic, controlla wordpress.org, il repository ufficiale di temi e plugin, e di fatto decide cosa può essere distribuito sotto il nome di WordPress. Questo non è un dettaglio tecnico: è potere puro. Quando Mullenweg ha bloccato l’accesso a WP Engine da wordpress.org, non ha agito come un semplice amministratore di sistema. Ha esercitato un veto politico su un’azienda che genera centinaia di milioni di fatturato grazie al lavoro gratuito di migliaia di sviluppatori open source. La scusa ufficiale? Una disputa sui contributi al core. Ma chi conosce la storia sa che questo è solo l’ultimo atto di una faida che dura da anni, dove il confine tra governance comunitaria e controllo personale si è fatto sempre più sottile. E noi, utenti, sviluppatori, piccole agenzie, ci ritroviamo nel mezzo, a dover scegliere tra obbedire al padrone del repository o rischiare di essere esclusi dall’ecosistema.
Il punto è che WordPress non è più soltanto un progetto open source. È diventato una infrastruttura critica del web, con oltre il 43 per cento dei siti che lo utilizzano. Eppure, il suo destino è nelle mani di una sola persona, supportata da una struttura aziendale che ha raccolto miliardi di finanziamenti da venture capital. Questo non è più il modello della bazaar di Eric S. Raymond. È qualcosa di più vicino a una monarchia costituzionale, dove il re può ancora sciogliere il parlamento quando gli gira. E quando il re decide di escludere un attore commerciale come WP Engine, non lo fa per proteggere la comunità, ma per difendere i propri interessi commerciali. Perché Automattic non è soltanto lo steward di WordPress: è anche un concorrente diretto di WP Engine nel mercato dell’hosting gestito.
«Quando un progetto open source ha un padrone, la libertà diventa un privilegio concesso, non un diritto»
Questa osservazione, fatta da uno sviluppatore indipendente durante un incontro di WordPress Europe, cattura l’essenza del problema. Non stiamo parlando di licenze. Il codice di WordPress è ancora sotto GPLv2, quindi tecnicamente libero. Ma la libertà non si misura solo nelle clausole legali. Si misura nella capacità di partecipare, di contribuire, di essere ascoltati senza dover chiedere il permesso a un signore feudale. E oggi, quel signore si chiama Matt Mullenweg.
WP Engine, AspirePress e il tentativo di fuga dal controllo
La reazione di WP Engine al blocco non è stata di semplice resa. L’azienda ha risposto lanciando AspirePress, un fork ufficiale di WordPress progettato per essere completamente indipendente da wordpress.org. Non è una copia sporca: è un tentativo serio di ricostruire l’intero ecosistema attorno a un modello di governance realmente comunitario. AspirePress non vuole sostituire WordPress per tutti. Vuole offrire un’alternativa a chi crede che il progetto debba essere governato da chi ci lavora, non da chi lo possiede. E per farlo, ha dovuto ricostruire da zero il sistema di distribuzione di temi e plugin, i canali di aggiornamento, persino la fiducia degli utenti.
Ma la mossa di WP Engine non è isolata. Negli ultimi mesi, sono nati altri progetti simili: FreeWP, che punta a una governance basata su voto diretto degli sviluppatori contribuenti, e LiberaPress, sostenuto da un collettivo di agenzie europee stanche di essere trattate come semplici utenti finali. Questi fork non sono soltanto tecnici. Sono politici. Rappresentano un rifiuto esplicito dell’idea che un progetto tanto diffuso possa essere controllato da un singolo individuo o da un’azienda con interessi conflittuali. Eppure, adottare un fork significa rinunciare agli aggiornamenti automatici di sicurezza, perdere l’accesso al repository ufficiale, dover spiegare ai clienti perché il loro sito non usa più «il vero WordPress». È un prezzo alto, soprattutto per le piccole web agency che non hanno le risorse per mantenere una infrastruttura alternativa.
Il punto è che la libertà open source non si difende solo con le licenze. Si difende con le infrastrutture. E finché il controllo di quelle infrastrutture rimane nelle mani di pochi, la GPL rimane una foglia di fico. Perché puoi avere il diritto di modificare il codice, ma se non puoi distribuirlo attraverso i canali ufficiali, se devi costruire tutto da zero, allora quella libertà resta teorica. È come avere il diritto di voto in un paese dove i seggi elettorali sono controllati dal partito al potere.
La lezione per tutto l’open source: quando la comunità diventa ostaggio
La vicenda di WordPress non è un caso isolato. È lo specchio di una tendenza più ampia nell’ecosistema del software libero: il successo attrae investimenti, gli investimenti portano professionalizzazione, la professionalizzazione crea strutture di potere, e quelle strutture tendono a concentrarsi. Abbiamo visto qualcosa di simile con Redis, quando l’azienda dietro il progetto ha cambiato licenza per impedire ai cloud provider di offrirlo come servizio gestito. Abbiamo visto lo stesso con Elasticsearch, e con MongoDB. Il pattern è sempre lo stesso: un progetto nasce dalla comunità, cresce grazie al lavoro gratuito di molti, poi viene catturato da un’azienda che inizia a comportarsi come se ne fosse l’unico proprietario.
WordPress, però, è diverso per scala. Non stiamo parlando di un database di nicchia. Stiamo parlando del sistema che gestisce quasi metà dei siti web del mondo. Quando quel sistema diventa un feudo privato, le conseguenze vanno ben oltre lo sviluppo software. Tocchiamo la libertà di pubblicare, di creare presenza online senza dover chiedere il permesso a un signore tecnologico. E questo dovrebbe preoccupare non soltanto gli sviluppatori, ma chiunque crede in un web aperto e decentralizzato.
La soluzione non è abbandonare WordPress. È costruire alternative reali, non soltanto tecniche ma istituzionali. Modelli di governance dove il potere non è detenuto da chi ha più soldi o più contatti, ma da chi contribuisce effettivamente al codice, alla documentazione, al supporto. Dove le decisioni vengono prese attraverso processi trasparenti, verificabili, resistenti al catturare da parte di interessi privati. Dove il repository ufficiale non è controllato da un’azienda, ma da una fondazione realmente indipendente, con rappresentanza equilibrata tra utenti, sviluppatori, designer, e piccoli contribuenti.
Finché non avremo questo, WordPress resterà un gigante dai piedi di argilla: potente, diffuso, ma vulnerabile al capriccio del suo signore. E la lezione vale per tutto l’open source: nessun progetto, per quanto popolare, può considerarsi davvero libero finché la sua infrastruttura rimane nelle mani di pochi. Perché la libertà non si misura nelle licenze. Si misura nella capacità di dire di no al padrone e di continuare comunque a esistere.
