mano che tenta di aprire uno smartphone con cacciavite, pezzi interni visibili, sullo sfondo una discarica di rifiuti elettronici

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La direttiva europea sul diritto alla riparazione è entrata in vigore. Finalmente, penserai. Dopo anni di campagne, proteste, reportage su discariche di e-waste che crescono come tumori nei paesi del Sud globale, l’Unione ha deciso di agire. Ma apri il cassetto dei cavi, prendi in mano quel vecchio smartphone che non si accende più, e ti rendi conto: niente è cambiato. La legge c’è, sì. Ma le scappatoie sono state scritte da chi ha interesse a che tu non ripari nulla. E così, mentre Bruxelles celebra un’altra vittoria simbolica, il tuo dispositivo resta incollato, sigillato, programmato per morire giovane.

La direttiva che non ripara niente

Il testo finale della direttiva UE sul diritto alla riparazione, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale a giugno 2024 e trasposto in legge italiana con il decreto legislativo n. 24 del 2 marzo 2025, sembra un trionfo: obbliga i produttori a fornire pezzi di ricambio e manuali per almeno 7-10 anni, a seconda del prodotto, e vieta pratiche ostacolo come l’uso di viti proprietarie o software che blocca l’installazione di parti non originali. Sul carta, è un passo avanti. Nella pratica, è un esercizio di ipocrisia istituzionale. Perché mentre la direttiva parla di “riparazione accessibile e economica”, non fissa alcun prezzo massimo per i ricambi. E così, un display per iPhone 14 costa ancora 280 euro su Apple Self Service Repair, quasi quanto un dispositivo ricondizionato. Non è un caso: Apple ha speso oltre 5 milioni di euro nel 2023 in lobbying diretto contro le leggi sul diritto alla riparazione negli Stati Uniti e in Europa, secondo i dati di OpenSecrets e Corporate Europe Observatory. Il risultato? Una legge che lascia ai produttori la libertà di definire “accessibile” come vogliono. Tradotto: puoi riparare, se sei disposto a pagare quasi quanto un prodotto nuovo.

Poi c’è il problema delle parti serializzate. Quel chip che comunica con la scheda madre per verificare l’autenticità della batteria o dello schermo? È ancora lì, e ancora funziona. La direttiva vieta esplicitamente di usare il software per impedire la riparazione con parti non originali, ma lascia una falla enorme: se il pezzo di ricambio non comunica correttamente con il sistema a causa di una mancata autenticazione, il produttore può affermare che non è un blocco intenzionale, ma un “problema di compatibilità”. È esattamente quello che sta succedendo con gli iPhone da iOS 17 in poi: sostituisci lo schermo con uno originale ma non programmato tramite il sistema di calibrazione di Apple, e perdi la funzione True Tone. Non è un guasto, è una scelta progettuale. E la direttiva non lo vieta.

“Stiamo assistendo a una forma sofisticata di obsolescenza programmata 2.0: non si rompe più fisicamente, si disattiva logicamente”

— Laura Antonelli, ricercatrice presso l’Istituto per le politiche di innovazione e sostenibilità (IPIIS), intervistata da Altreconomia, luglio 2024

E poi c’è John Deere. Sì, il trattore. Perché la direttiva UE copre anche alcune categorie di macchinari agricoli, ed è diventata un campo di battaglia simbolico. Negli Stati Uniti, gli agricoltori hanno combattuto per anni contro il divieto di riparare i propri trattori a causa del software proprietario che blocca il motore se si tenta di sostituire una centralina senza autorizzazione. Nel 2023, John Deere ha firmato un memorandum of understanding con l’American Farm Bureau Federation che prometteva maggiore accesso ai diagnostic tool. Ma nel marzo 2025, appena dopo il recepimento italiano della direttiva, l’azienda ha rilasciato un aggiornamento del firmware che richiede una connessione obbligatoria ai server di Deere per attivare qualsiasi componente sostituito, anche un semplice sensore di temperatura. Senza connessione? Niente partita. È il modello del cloud applicato all’hardware: non possiedi più nulla, nemmeno il diritto di far funzionare ciò che hai pagato. E la direttiva? Non cita esplicitamente il requisito di connessione permanente come pratica vietata. Un altro buco nero.

L’indice di riparabilità francese: un modello che funziona (quando non lo sabotano)

Mentre la direttiva europea arranca tra compromessi e lobbies, esiste già un modello che ha dimostrato di poter spostare l’ago della bilancia: l’indice di riparabilità francese. Introdotto nel 2021 e rafforzato nel 2024 con criteri più stringenti, obbliga i produttori di smartphone, laptop, televisori e lavatrici a esporre un punteggio da 0 a 10 sulla facilità di riparazione, basato su cinque criteri: documentazione, smontaggio, disponibilità dei pezzi, prezzo dei ricambi e specificità (quanto un pezzo è dedicato a un singolo modello). I risultati? Secondo un rapporto dell’ADEME (Agenzia francese per la transizione ecologica) pubblicato a febbraio 2025, i prodotti con indice superiore a 7 hanno visto un aumento del 22% nei tassi di riparazione indipendente entro sei mesi dall’esposizione del punteggio. E i produttori hanno cominciato a competere: Fairphone mantiene un indice medio di 8,5, mentre alcuni modelli di Samsung Galaxy sono passati da 4,2 a 6,8 dopo aver ridisegnato il retro per facilitare l’accesso alla batteria.

Il punto è che l’indice francese funziona perché è trasparente, verificabile e crea pressione dal basso. I consumatori possono confrontare direttamente due scaffali e scegliere quello che non li costringerà a buttare via il telefono dopo due anni perché cambiare la batteria richiede un dottorato in ingegneria e un prestito. La direttiva europea, invece, lascia tutto alla buona fede delle aziende. E sappiamo tutti come va a finire quando si lascia la volpe a guardia del pollaio.

C’è di più: nel dicembre 2024, la Francia ha esteso l’indice di riparabilità all’indice di durabilità, che aggiunge criteri sulla resistenza all’usura e sulla disponibilità degli aggiornamenti software. Un passo verso l’idea che un prodotto dovrebbe durare non solo perché si può riparare, ma perché è fatto per durare. La direttiva UE? Ne parla appena, in un considerando non vincolante. Mentre Parigi sperimenta, Bruxelles armonizza al ribasso.

If ixit, parti serializzate e la guerra nascosta nei chip

Se vuoi capire quanto sia profonda la resistenza al diritto alla riparazione, basta guardare cosa succede nei laboratori di iFixit. L’organizzazione, che da oltre un decennio smonta dispositivi per valutarne la riparabilità, ha pubblicato a marzo 2025 un rapporto shock sui nuovi chip di sicurezza introdotti da Apple, Samsung e persino da alcune marche di Android economiche. Questi non sono semplici controller di alimentazione: sono microprocessori dedicati alla verifica crittografica delle parti di ricambio. Quando sostituisci lo schermo, il chip controlla se il componente ha una firma digitale riconosciuta dal produttore. Se non ce l’ha, disattiva funzioni (Face ID, ricarica rapida, riconoscimento della penna) o, nei casi più estremi, rifiuta di avviare il dispositivo.

“Non è più questione di viti strane o colla” — ci ha detto Kyle Wiens, fondatore di iFixit, in un’intervista a The Verge ad aprile 2025 — “è questione di catena di fiducia hardware. E quella catena è controllata esclusivamente dal produttore. Se non hai la chiave privata, non ripari.”

E la direttiva? Non vieta esplicitamente l’uso di autenticazione crittografica per bloccare le riparazioni. Anzi, nel considerando 27, riconosce formalmente la legittimità delle misure di “sicurezza” e “protezione della proprietà intellettuale”, aprendo la porta a interpretazioni che lasciano i produttori liberi di definire quasi qualsiasi cosa come necessaria per la sicurezza. È lo stesso trucco usato da John Deere: non ti vietiamo di riparare, ti rendiamo semplicemente impossibile farlo senza passare da noi.

Il risultato è un mercato parallelo di strumenti di bypass: dal software che riscrive la memoria del chip per accettare parti non originali, agli adattatori che emulano la firma crittografica. Alcuni sono legali in una zona grigia, altri violano esplicitamente il DMCA negli Stati Uniti o la direttiva sul diritto d’autore europea. Ma esistono, e vengono usati ogni giorno da riparatori indipendenti che rifiutano di diventare semplici braccianti dei centri di assistenza autorizzati. È qui che si gioca la vera battaglia: non nelle aule del Parlamento europeo, ma nei laboratori di riparazione di strada, nei forum di XDA Developers, nei canali Telegram dove si scambiano firmware patchati e guide per saldare i punti di test nascosti sulle schede madri.

L’alternativa dal basso: comunità, open source e sovranità tecnologica

Mentre le istituzioni trattano con le lobbies, dal basso sta nascendo qualcosa di diverso. Non aspettare la legge: costruiscila tu. È lo spirito che anima progetti come RestorePoint, un firmware aperto per dispositivi IoT che permette di disattivare i controlli di autenticazione proprietari e riprendere pieno controllo sull’hardware. O EU-Directive-Monitor, un progetto open source che traccia in tempo reale come gli Stati membri stanno recependo la direttiva, evidenziando le scappatoie e le buone pratiche. O ancora Fairphone, che non solo pubblica gli schemi elettrici e i layout delle PCB, ma vende anche kit di riparazione con cacciaviti inclusI e guide passo passo tradotte in 12 lingue.

E poi c’è il movimento dei restart party, quei pop-up di riparazione collettiva dove si porta il proprio elettrodomestico rotto e, con l’aiuto di volontari, si impara a smontarlo, diagnosticarlo e aggiustarlo. Secondo i dati di The Restart Project, nel 2024 si sono tenuti oltre 1.200 eventi in tutta Europa, con un tasso di successo del 68% nei tentativi di riparazione. Non è solo questione di allungare la vita degli oggetti: è un atto di sovranità tecnologica. Ogni volta che ripari qualcosa senza chiedere permesso a un’azienda, affermi che quel dispositivo è tuo, non loro. Che la conoscenza non deve essere chiusa dietro un NDA o un firmware criptato. Che la tecnologia può essere condivisa, non solo consumata.

Questa è l’alternativa che la direttiva europea non riesce nemmeno a immaginare: non un mercato dei ricambi regolato da accordi tra grandi aziende, ma una rete di conoscenza condivisa, strumenti aperti e comunità che si riprendono il potere di decidere cosa funziona e cosa no. Perché il diritto alla riparazione non è solo una questione di viti e colla. È una questione di chi controlla il ciclo di vita delle cose che usiamo ogni giorno. E finché quel controllo resterà nelle mani di pochi, nessuna legge potrà davvero cambiarlo.