Scheda madre aperta di un computer con componenti elettronici visibili - hardware libero e right to repair

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Il tuo smartphone costa mille euro, ha un processore da fantascienza e non puoi nemmeno cambiargli la batteria. Il portatile di dieci anni fa che marcisce in un cassetto, invece, accetta qualsiasi sistema operativo, si apre con un cacciavite a croce e non chiede permesso a nessuno per funzionare. C’è qualcosa di profondamente storto in questa equazione — e non è un problema tecnico, è un problema di potere. Il 2026 è l’anno in cui i conti iniziano, finalmente, a tornare. Ma non grazie a chi ti aspetteresti.

Mentre Apple e Samsung sigillano ogni componente come se fosse un segreto di stato, un ecosistema parallelo sta crescendo con una forza che il mainstream tech continua a sottovalutare. RISC-V, l’architettura di processori completamente aperta, si è presa il 25% del mercato globale e ha appena attirato 400 milioni di dollari di investimenti freschi — con Nvidia tra i finanziatori, il che la dice lunga su quanto seriamente il mercato stia prendendo il silicio aperto. Framework ha presentato il Laptop 13 Pro, un portatile premium che puoi aprire, riparare e aggiornare con un solo cacciavite, senza invalidare nessuna garanzia. La direttiva europea sul right to repair, dal 31 luglio 2026, obbligherà finalmente i produttori a lasciarti aggiustare ciò che hai comprato con i tuoi soldi. E in mezzo a tutto questo, un movimento di retro computing che non è nostalgia da collezionisti ma un atto politico preciso: rifiutare l’obsolescenza programmata, riprendersi il controllo sull’hardware libero, trattare il computer come uno strumento di lavoro e non come un abbonamento mensile che scade quando lo decide il produttore.

L’hardware è il terreno di battaglia più sottovalutato della sovranità tecnologica. Puoi installare Linux, usare Signal, cifrare ogni email — ma se il chip che esegue tutto è una scatola nera progettata da ARM e fabbricata su licenza di qualcuno che risponde a Washington o Pechino, la tua libertà digitale è un’illusione costruita su fondamenta che non controlli. Ne abbiamo parlato a proposito del software libero, ma l’hardware è la trincea più profonda — nessuna riga di codice ti salva se non puoi fidarti del silicio su cui gira. Il 2026 segna un punto di svolta: RISC-V, Framework e il right to repair convergono, e per la prima volta le alternative concrete non solo esistono, ma funzionano davvero.

RISC-V e la rivolta del silicio aperto

SiFive ha appena raccolto 400 milioni di dollari in un round di Serie G che valuta l’azienda 3,65 miliardi, con Nvidia, Apollo Global Management e T. Rowe Price tra gli investitori. Fermiamoci un secondo su questo dato, perché racconta una storia che va ben oltre il venture capital della Silicon Valley. RISC-V — l’architettura di processori nata all’Università di Berkeley nel 2010, completamente aperta, senza royalty, senza licenze — non è più un esperimento accademico confinato ai paper di ricerca. È un’industria miliardaria che sta erodendo il duopolio ARM-x86 pezzo per pezzo, quartiere per quartiere. Il 25% del mercato globale dei processori è già RISC-V secondo le stime di inizio 2026, e la traiettoria punta verso l’alto con una determinazione che ricorda i primi anni di Linux — solo che stavolta non parliamo di software, parliamo del silicio su cui gira tutto il resto.

Il nocciolo della questione — quello che le analisi di mercato sistematicamente ignorano — è che RISC-V non è solo un’alternativa tecnica più economica. È un’alternativa politica. ARM ti vende una licenza, e con quella licenza arrivano vincoli, restrizioni, la possibilità concreta che qualcuno da Londra o da SoftBank decida chi può e chi non può progettare chip. Intel e AMD? Peggio ancora: architetture chiuse, brevettate fino al midollo, in cui ogni singola istruzione del processore è proprietà intellettuale di qualcuno che può farti causa. RISC-V ribalta tutto: il set di istruzioni è pubblico, chiunque può progettare un chip compatibile, nessun tribunale americano può impedirti di farlo, nessuna sanzione commerciale può tagliarti fuori. La Cina l’ha capito prima di tutti, e non per caso — l’Accademia Cinese delle Scienze ha annunciato a marzo 2026 che il processore open source Xiangshan ha stabilito un nuovo record internazionale di prestazioni, mentre il sistema operativo Ruyi è diventato il primo al mondo a supportare lo standard RVA23. Non è filantropia, ovviamente: è strategia geopolitica pura per sottrarsi al ricatto tecnologico dei semiconduttori americani. Ma il codice resta aperto e accessibile a chiunque, e questo è ciò che conta per chi guarda alla sovranità tecnologica dal basso e non dalla prospettiva di uno stato-nazione.

I prodotti concreti ci sono, anche se non sono ancora pronti per tua nonna. Il MILK-V Jupiter 2, prima single-board computer conforme allo standard RVA23, monta un processore SpacemiT K3 octa-core a 2,4 GHz con 60 TOPS di accelerazione AI, 32 GB di RAM LPDDR5 e storage UFS da 256 GB — il tutto per 199 dollari, meno di un paio di AirPods Pro. Il laptop MUSE Book di DeepComputing si vende a 599 dollari con 16 GB di RAM, SSD da 512 GB e Ubuntu preinstallato: non è un ThinkPad T14, d’accordo, le prestazioni del processore SpacemiT X60 a 1,6 GHz sono modeste per gli standard 2026, ma è un portatile RISC-V vero che puoi comprare oggi e su cui gira un sistema operativo desktop completo con browser, terminale, editor di codice e tutto il resto. Canonical ha dichiarato il 2026 «l’anno di Ubuntu su RISC-V», e per una volta non sembra la solita promessa vuota: il supporto ai SoC SpacemiT è maturo, i driver sono nel kernel mainline, la toolchain di compilazione è stabile e i repository contengono migliaia di pacchetti pronti. La DC-ROMA RISC-V Laptop II aggiunge un altro tassello con il SoC SpacemiT K1 octa-core a 2 GHz — il doppio delle prestazioni rispetto alla generazione precedente. Non siamo ancora al livello di un MacBook, chi dice il contrario mente, ma la direzione è quella giusta e il gap si chiude trimestre dopo trimestre.

La cosa più interessante è la convergenza tra RISC-V e il movimento dell’hardware libero modulare. Framework — il produttore di portatili riparabili di cui parliamo tra poco — ha già in catalogo una mainboard DeepComputing basata su RISC-V, compatibile con il chassis del Framework Laptop 13. Tradotto in termini pratici: puoi comprare un portatile modulare, usarlo con un processore Intel oggi, e domani sostituire la scheda madre con una RISC-V senza cambiare chassis, tastiera, schermo, batteria o porte di espansione. È la dimostrazione concreta che hardware aperto e hardware riparabile non sono ideali da convegno ma ingegneria che funziona, disponibile sullo scaffale, con tanto di istruzioni di montaggio. Le prestazioni della mainboard RISC-V — un chip StarFive JH7110 con quattro core SiFive U74 e 8 GB di RAM — non competono con Intel, questo è ovvio e nessuno finge il contrario. Ma il punto è un altro: è un proof of concept che dimostra una direzione precisa. La sovranità tecnologica si costruisce strato per strato, dal silicio all’involucro, e ogni strato che riesci a liberare è uno strato in meno che qualcun altro controlla al posto tuo.

E qui arriva la domanda scomoda, quella che ogni volta che si parla di open source in contesti miliardari bisogna porsi senza ipocrisie: se Nvidia investe centinaia di milioni in RISC-V, è davvero libertà o è l’ennesimo gigante che si compra un movimento dal basso? La risposta onesta è: entrambe le cose, e non è necessariamente una contraddizione — anche se puzza. SiFive ha annunciato che i suoi chip funzioneranno con CUDA e NVLink Fusion, il sistema proprietario di Nvidia per collegare GPU nei data center AI. Jensen Huang non investe in RISC-V per amor della libertà: lo fa perché vuole diversificare la catena di fornitura e non dipendere da ARM, che è controllata da SoftBank e potrebbe un giorno diventare un concorrente diretto. Ma a differenza di ARM, l’architettura RISC-V resta aperta anche se Nvidia la usa — chiunque può prendere le specifiche ISA e costruirci sopra, senza chiedere permesso e senza pagare un centesimo di royalty. La lezione che il software libero ci ha insegnato in trent’anni vale anche per il silicio: le aziende possono trarre profitto dall’open source senza chiuderlo, a patto che la licenza — o in questo caso l’architettura stessa — lo impedisca strutturalmente. E le specifiche RISC-V, per design, sono e restano pubbliche.

Framework e right to repair: riparare è un atto politico

Mentre RISC-V libera il silicio, Framework libera il contenitore. Il Framework Laptop 13 Pro, presentato il 22 aprile 2026, è un portatile che parte da 1.199 dollari nell’edizione fai-da-te e fa una cosa che nel 2026 dovrebbe essere scontata ma è ancora rivoluzionaria: ti lascia aprirlo, ripararlo e aggiornarlo senza chiedere il permesso a nessuno. Il chassis è un blocco di alluminio serie 6000 lavorato CNC — pesa 1,4 chili, è spesso meno di 16 millimetri — monta processori Intel Core Ultra Series 3, supporta fino a 64 GB di RAM LPCAMM2 avvitata alla scheda madre (non saldata, quindi sostituibile), e offre PCIe 5.0 per SSD fino a 8 TB. La batteria dura dichiaratamente più di 20 ore in streaming video, lo schermo da 13,5 pollici a risoluzione 2.880×1.920 è touch per la prima volta nella storia dei Framework, e le porte sono modulari e intercambiabili tramite il sistema di expansion card ormai marchio di fabbrica dell’azienda. Detto senza mezzi termini: è il MacBook Pro che Apple non avrà mai il coraggio di costruire, perché costruirlo significherebbe rinunciare al modello di business fondato sull’obsolescenza e sulla dipendenza dal Genius Bar.

Il dettaglio che conta di più non è nelle specifiche ma nella filosofia. I componenti del Framework 13 Pro sono retrocompatibili con i modelli precedenti del Framework Laptop 13 — il che significa che se hai comprato un Framework tre anni fa puoi aggiornare la scheda madre al nuovo processore senza buttare via chassis, schermo, tastiera o batteria. Prova a farlo con un MacBook. Prova a farlo con un Dell XPS, con un HP Spectre, con qualsiasi portatile venduto da qualsiasi grande produttore del pianeta: non puoi, perché il loro modello di business si fonda sulla sostituzione integrale del dispositivo ogni tre-quattro anni. Framework ha incluso nella scatola un cacciavite e dei QR code che puntano a guide di riparazione passo-passo per ogni singolo componente — dalla sostituzione dello schermo a quella della scheda Wi-Fi. Il messaggio è cristallino: il portatile è tuo, e ti diamo gli strumenti per trattarlo come tale. La mainboard RISC-V di DeepComputing che abbiamo citato prima chiude il cerchio in modo quasi poetico: un portatile dove puoi scegliere non solo il sistema operativo ma l’architettura stessa del processore, senza buttare via niente. Hardware libero modulare più silicio aperto uguale sovranità tecnologica concreta — non lo slogan vuoto di un commissario europeo alla conferenza di turno.

Il contesto politico rende tutto ancora più significativo, e qui la questione diventa esplicitamente una questione di diritti. Dal 31 luglio 2026 la direttiva europea sul right to repair entrerà in vigore in tutti gli Stati membri dell’Unione, e sulla carta è una piccola rivoluzione dopo decenni di impunità per i produttori. I fabbricanti saranno obbligati a riparare i dispositivi anche fuori garanzia, a fornire pezzi di ricambio a prezzi ragionevoli per un periodo minimo garantito, a rendere accessibili manuali tecnici e strumenti diagnostici non solo ai centri autorizzati ma anche ai riparatori indipendenti e — in alcuni casi — direttamente ai consumatori. Vietato bloccare le riparazioni con software proprietario o con trucchi hardware, vietato impedire l’uso di ricambi di terze parti o stampati in 3D, vietato progettare un dispositivo per essere deliberatamente irreparabile. Chi ripara un prodotto in garanzia invece di sostituirlo ottiene un’estensione di 12 mesi della garanzia stessa — un incentivo piccolo ma simbolicamente importante, perché ribalta la logica del «conviene comprarne uno nuovo». Per smartphone e tablet arriva un indice di riparabilità obbligatorio, un punteggio visibile sull’etichetta che dice quanto è facile smontare, riparare e mantenere quel dispositivo nel tempo. Entro il 2027 sarà operativa una piattaforma online europea per trovare riparatori indipendenti e repair café nella propria zona.

Sulla carta, dicevamo. Nella pratica, il diavolo sta nei dettagli — e le lobby dell’industria elettronica stanno già lavorando per annacquare l’implementazione nazionale in ogni singolo paese membro. La direttiva si applica solo ai prodotti elencati nell’Allegato II: smartphone, tablet, lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere. I laptop, paradossalmente, non ci sono ancora — il dispositivo personale per eccellenza, quello su cui lavori otto ore al giorno, quello che più di ogni altro definisce la tua vita digitale, è fuori dalla lista. La definizione di «prezzo ragionevole» per i ricambi è abbastanza vaga da permettere interpretazioni creative — il costo di uno schermo iPhone è «ragionevole» se Apple stabilisce che lo è? E chi controlla, chi sanziona, chi verifica che i manuali tecnici messi a disposizione siano davvero utilizzabili e non documenti-fantoccio pieni di avvertenze e rimandi ai centri autorizzati? Dall’altra parte dell’oceano il quadro è ancora più desolante: il Congresso americano ha silenziosamente rimosso le norme sul right to repair dal National Defense Authorization Act 2026, nonostante un sostegno bipartisan che in teoria avrebbe dovuto garantirne l’approvazione. Il messaggio è lampante — quando il diritto alla riparazione minaccia i margini di profitto di chi finanzia le campagne elettorali, la democrazia rappresentativa si piega alle lobby senza nemmeno fare rumore. Framework dimostra che il modello alternativo funziona commercialmente, con qualità premium e prezzi competitivi — ma per ogni Framework ci sono cento produttori che saldano, incollano e sigillano tutto il sigillabile, perché non riparare fa vendere di più.

Il vecchio PC come atto di resistenza

C’è un fenomeno che le riviste tech faticano a raccontare perché non genera hype, non vende pubblicità e non ha un portavoce con il dolcevita nero: la Gen Z sta comprando portatili vecchi. ThinkPad usati su eBay, Dell Latitude del 2015 rigenerati, MacBook del 2012 con SSD aftermarket e Linux al posto di macOS. Non per mancanza di soldi — o non solo — ma perché quei computer fanno esattamente quello che serve senza chiedere niente in cambio. Niente telemetria che manda dati a Redmond, niente aggiornamenti forzati alle tre di notte, niente account Microsoft obbligatorio per usare la calcolatrice, niente Copilot che ti suggerisce come scrivere le email e nel frattempo addestra un modello con le tue parole. Un ThinkPad X220 del 2011 con Coreboot — il firmware libero che sostituisce il BIOS proprietario — Debian e un SSD da 30 euro è una macchina completamente sovrana: sai cosa esegue a livello firmware, a livello kernel, a livello applicativo, e nessuno può decidere al posto tuo quando quella macchina «deve» smettere di funzionare. Il tuo iPhone 16 Pro Max, che costa dieci volte tanto, è una scatola nera ermeticamente sigillata su cui Apple decide cosa puoi installare, quando aggiornare, e per quanto tempo il dispositivo «merita» di ricevere supporto.

Il retro computing non è nostalgia. È la dimostrazione empirica, ripetibile e verificabile, che l’obsolescenza è programmata e non inevitabile. Un processore Intel Core i5 di terza generazione — anno 2012, quattordici anni fa — fa girare perfettamente un browser moderno, un editor di testo, un terminale, un client email, un’istanza di Ollama con un LLM piccolo. Per l’ottanta per cento degli usi quotidiani — navigare, scrivere, comunicare, programmare, fare self-hosting — un computer di quella generazione basta e avanza se ci metti un sistema operativo leggero e un disco a stato solido. Quello che non basta è la batteria (sostituibile in cinque minuti), il disco meccanico (sostituibile in dieci), la pasta termica (sostituibile in venti), magari la RAM (sostituibile senza attrezzi su molti modelli). Tutti componenti che su un portatile di quella generazione cambi con un cacciavite e pezzi che costano pochi euro su un qualsiasi marketplace dell’usato. Prova a sostituire la RAM su un MacBook del 2024: saldata alla scheda madre. L’SSD? Saldato. La tastiera? Incollata con rivetti. Apple ha trasformato il portatile da strumento di lavoro a elettrodomestico usa-e-getta da millecinquecento euro con data di scadenza incorporata, e il resto del mercato ha seguito come un gregge — perché vendere un computer che dura quindici anni non è un modello di business, è un atto di sabotaggio al proprio bilancio trimestrale.

L’Open Hardware Summit 2026, in programma a Berlino il 23 e 24 maggio al Politecnico, ha ricevuto oltre 240 proposte di intervento — un record assoluto che segnala una comunità in crescita esplosiva. Il tema della sovranità hardware non è più confinato ai maker con il saldatore e l’oscilloscopio: sta diventando una questione politica concreta, al pari della sovranità alimentare o energetica. Chi produce i chip? Chi controlla le fabbriche? Chi decide quando il tuo dispositivo smette di ricevere aggiornamenti di sicurezza e diventa un bersaglio a cielo aperto? Sono domande che un tempo interessavano solo gli ingegneri dei semiconduttori, e oggi interessano i governi — ma spesso per le ragioni sbagliate. L’Europa vuole «sovranità digitale» per competere con USA e Cina nel grande gioco geopolitico, non per liberare i propri cittadini dal controllo tecnologico delle multinazionali. La sovranità tecnologica dal basso è un’altra cosa, e ne abbiamo parlato spesso su queste pagine: è self-hosting, è LLM che girano sul tuo hardware, è mesh network che nessun governo può spegnere, è il diritto sacrosanto di aprire ciò che hai comprato, capire cosa fa, e decidere tu quando smette di funzionare.

La convergenza tra retro computing, hardware libero e right to repair disegna una traiettoria chiara, e forse per la prima volta nella storia recente della tecnologia va nella direzione giusta. Da un lato hai Framework che ti vende un portatile nuovo, modulare, riparabile, compatibile con RISC-V, con un cacciavite nella scatola e le guide online per ogni componente. Dall’altro hai una comunità globale che prende ThinkPad del 2011 e li trasforma in macchine sovrane con firmware libero e sistemi operativi liberi. In mezzo, una direttiva europea che — con tutti i suoi limiti, le sue scappatoie e le lobby che la svuotano dall’interno — sancisce per la prima volta il principio che riparare è un diritto, non un favore che il produttore ti concede per magnanimità. Sono tre facce della stessa medaglia: il rifiuto di accettare che l’hardware debba essere una prigione dorata con un prezzo fisso e una data di scadenza programmata a tavolino.

Il tuo smartphone è il dispositivo più potente che tu abbia mai posseduto — e il meno libero. Non puoi aprirlo, non puoi scegliere il firmware, non puoi decidere quali processi girano in background, non puoi impedirgli di comunicare con server che non conosci e che non hai autorizzato. Il vecchio PC in cantina — quello con la ventola rumorosa, il logo sbiadito e la plastica ingiallita — è l’opposto esatto: brutto, lento, e completamente tuo. La partita dell’hardware libero non si gioca solo nelle fabbriche di TSMC o nei laboratori di SiFive, anche se quei posti contano eccome. Si gioca nella scelta quotidiana, banale, concreta, di usare strumenti che rispondono a te e non a un consiglio di amministrazione dall’altra parte dell’oceano. RISC-V è la promessa che un giorno anche il silicio sarà libero come il software. Framework è la dimostrazione che l’hardware riparabile può essere premium e desiderabile, non un compromesso da smanettoni in felpa. Il right to repair europeo è un inizio — fragile, pieno di scappatoie, già sotto attacco lobbistico — ma un inizio. E il ThinkPad del 2011 con Debian è la prova che la sovranità tecnologica non è un progetto futuro, non è un white paper dell’Unione Europea, non è uno slogan da keynote: è qualcosa che puoi costruire oggi, con quello che hai già nel cassetto.