L’8 gennaio 2026, novantadue milioni di iraniani si sono svegliati nel silenzio digitale. Non un rallentamento, non un filtro selettivo: un blackout totale che ha disattivato reti mobili, SMS, linee fisse e persino i circa cinquantamila terminali Starlink introdotti clandestinamente nel paese — disturbati con jamming fino all’80% di perdita di pacchetti. Per dieci giorni il regime di Teheran ha cancellato internet, non lo ha censurato: lo ha fatto sparire. Un intero paese atomizzato, novantadue milioni di persone private della capacità di coordinarsi, documentare, chiedere aiuto. Bruce Schneier l’ha chiamata «apartheid digitale» e il termine, per una volta, non è un’esagerazione retorica ma una descrizione precisa di ciò che accade quando la connettività diventa privilegio legato alla lealtà politica.
Due mesi dopo, la Russia ha compiuto il suo passo nella stessa direzione. Dal primo marzo 2026, Roskomnadzor — l’agenzia di censura del Cremlino — ha ottenuto il potere legale di disconnettere l’intero segmento russo dalla rete globale e bloccare qualsiasi sito senza passare per i provider. A Mosca, nel cuore della capitale, internet mobile è rimasto fuori uso quasi tre settimane durante il mese di marzo. Non in qualche villaggio siberiano tagliato dal mondo: nel centro di Mosca, a pochi chilometri dal Cremlino. Il pretesto ufficiale? La minaccia dei droni ucraini. La realtà è più semplice e più brutale: il controllo totale del flusso informativo, la capacità di isolare la popolazione su comando.
La domanda non è se questo schema si ripeterà altrove — si sta già ripetendo in Myanmar, Sudan, Pakistan, e il modello iraniano è «esportabile» perché si innesta su infrastrutture esistenti senza richiedere l’ecosistema chiuso alla cinese. La domanda vera è un’altra: esistono reti di comunicazione che nessun governo può spegnere? La risposta è sì. Si chiamano mesh network — reti decentralizzate costruite dal basso, che funzionano senza server, senza provider, senza alcuna infrastruttura centralizzata. Un internet decentralizzato fatto di protocolli open source come Meshtastic, Reticulum e MeshCore, che stanno crescendo più in fretta di quanto qualsiasi apparato di censura riesca a seguire. Non sono giocattoli per smanettoni: in Iran, durante il blackout, sono stati l’unico canale di comunicazione rimasto in piedi.
Il blackout come arma politica
Lo shutdown iraniano di gennaio non è stato il solito «staccare la spina» a cui ci avevano abituato le autocrazie degli anni passati. L’analisi tecnica — documentata in un paper pubblicato su arXiv — rivela un sistema a più livelli che rappresenta un salto qualitativo nella censura globale: withdrawal delle rotte BGP per isolare il traffico internazionale, deep packet inspection su ogni pacchetto residuo, e soprattutto un modello ad «allowlist» che capovolge la logica del filtraggio tradizionale. Invece di bloccare siti specifici — il vecchio gioco del gatto e del topo con proxy e VPN — Teheran ha bloccato tutto per default, lasciando passare solo i servizi approvati dal regime. Google, Gmail, ChatGPT e gli app store sono rimasti accessibili perché servono all’economia minima del paese, mentre Telegram, WhatsApp, Instagram e qualsiasi piattaforma utile al coordinamento politico sono spariti nel nulla. I VPN tradizionali, di fronte a questo approccio, sono diventati inutili: non puoi scavare un tunnel verso un server che la tua rete non sa nemmeno che esiste. Dopo il blackout totale, il traffico è rimasto al 25% dei livelli normali anche con le restrizioni alleggerite, e in alcuni casi riottenere l’accesso richiedeva una verifica dell’identità di persona — internet come privilegio concesso individualmente, non come diritto.
La risposta dal basso è arrivata lo stesso, per canali che i censori non avevano previsto. Bitchat — un’app di messaggistica peer-to-peer che crea una mesh via Bluetooth — è stata scaricata nella sua versione iraniana «Noghteha» oltre settantaduemila volte in quarantotto ore. Nessun account, nessun numero di telefono, nessun server centrale: i messaggi rimbalzano da dispositivo a dispositivo attraverso protocolli delay-tolerant progettati per funzionare con connessioni intermittenti o del tutto assenti. Il raggio Bluetooth è limitato — decine di metri, non chilometri — e la capacità della rete è ridotta rispetto a qualsiasi messenger tradizionale. Ma settantaduemila download in due giorni, in un paese sotto blackout dove scaricare un’app era di per sé un atto di resistenza, non sono un dato accademico: sono la prova che quando chiudi tutte le porte la gente passa dalle finestre. Bitchat ha superato il milione di utenti globali nel 2026, con picchi durante le proteste in Madagascar, Nepal e Indonesia — la mappa dei download ricalca esattamente la mappa delle repressioni. Un dato che dovrebbe far riflettere chiunque pensi che le mesh network siano una soluzione in cerca di un problema.
La Russia percorre un sentiero diverso nella forma ma identico nella direzione. La cosiddetta «internet sovrana» si regge sui TSPU — dispositivi di deep packet inspection installati fisicamente sulla rete di ogni provider in base alla legge del 2019. La differenza cruciale è che questi filtri non li controlla il provider: li gestisce Roskomnadzor direttamente, attivandoli e modificandoli senza preavviso e senza il consenso dell’operatore di rete. In pratica, ogni ISP russo ha un interruttore nascosto che risponde solo al Cremlino. A febbraio 2026 l’agenzia ha confermato il blocco di 469 servizi VPN, e le interruzioni della rete mobile sono diventate routine non solo nelle regioni di confine ma a Mosca, Omsk, Tyumen, Arkhangelsk — città a migliaia di chilometri dal fronte. Il governo ha annunciato anche un sistema di censura potenziato dall’intelligenza artificiale: macchine che censurano in tempo reale ciò che altre macchine analizzano. Il cerchio si chiude.
Il fenomeno ha un nome in letteratura: authoritarian learning. I regimi studiano le tecniche degli altri regimi — l’Iran guarda la Cina, la Russia studia l’Iran, e modelli sempre più sofisticati si propagano come un contagio geopolitico. Non è cospirazionismo: è censura documentata e osservata in tempo reale da Human Rights Watch, che nel marzo 2026 ha pubblicato un rapporto sull’escalation degli shutdown russi. Schneier identifica anche la dimensione psicologica del blackout: impedendo le «dinamiche di sciame» — la capacità dei movimenti di protesta di coalizzarsi attraverso il coordinamento in tempo reale — lo shutdown spezza il momentum. Ma l’aspetto più sinistro è un altro: l’interruzione delle comunicazioni crea una «zona di impunità» dove le violenze possono essere commesse senza documentazione. Nessun video su Telegram, nessuna diretta su Instagram, nessun thread virale. Spegni le comunicazioni e spegni i testimoni. Per questo le mesh network non sono un hobby per appassionati di radio — sono strumenti di difesa dei diritti fondamentali, e per questo i governi le temono.
Meshtastic, Reticulum e le reti senza padroni
Facciamo un passo indietro e guardiamo cosa sono queste reti in concreto, perché il rischio è di trattarle come un’idea romantica invece di quello che sono: tecnologia funzionante, testata e in rapida espansione. Meshtastic è un protocollo open source per reti mesh basate su radio LoRa — tecnologia a basso consumo e lungo raggio che permette di scambiare messaggi di testo tra dispositivi senza bisogno di internet, torri cellulari o qualsiasi infrastruttura centralizzata. Ogni dispositivo è contemporaneamente un nodo e un ripetitore, creando una maglia dove i messaggi trovano la loro strada attraverso percorsi multipli e ridondanti. Il progetto è nato dalla frustrazione di una singola persona ed è cresciuto attraverso una comunità globale fino ad approdare a Embedded World 2026, la fiera di riferimento per l’elettronica embedded tenutasi a Norimberga nel marzo scorso. Lì il team Meshtastic ha avuto una dozzina di conversazioni serie con aziende disposte a pagare per firmware personalizzato e partnership di integrazione — la roadmap include già programmi per integratori certificati e distributori. Segnale inequivocabile che la tecnologia ha superato la fase del giocattolo senza perdere l’anima open source.
Non ti far ingannare dalla parola «business»: il firmware di Meshtastic è su GitHub, chiunque può compilarlo, modificarlo e ridistribuirlo senza chiedere permesso a nessuno. La versione 2.6, in fase di preview, introduce il routing next-hop — un protocollo più efficiente per i messaggi diretti, frutto di quasi un anno e mezzo di sviluppo — e la Meshtastic UI, un’interfaccia standalone che permette di usare il dispositivo con mappe e navigazione senza collegare uno smartphone. Il panorama hardware si è ampliato enormemente nel 2026: dal kit WisMesh da 1 watt di RAKwireless per comunicazioni bidirezionali a lungo raggio, al Thinknode M5 da 54 dollari che un reviewer di XDA Developers ha portato ovunque per settimane finendo per volersi costruire una rete mesh personale. Il trend dell’anno è il passaggio dai chip ESP32 ai NRF, che offrono una durata della batteria drasticamente superiore — dettaglio non secondario quando un nodo spento è un buco nella maglia. Con dispositivi che costano tra i venti e i cinquanta euro, alimentabili a pannello solare e grandi quanto un pacchetto di sigarette, puoi coprire un quartiere intero piazzando nodi su tetti e balconi.
Dove Meshtastic punta sull’autoorganizzazione spontanea — ogni dispositivo è sia utente che ripetitore — MeshCore sceglie un approccio strutturato e gerarchico. Esistono nodi repeater dedicati che formano la dorsale della rete, mentre i dispositivi degli utenti non rilanciano i pacchetti nel mesh. Il vantaggio è la scalabilità: MeshCore supporta fino a 64 hop, un numero che permette di coprire intere aree metropolitane senza che la rete collassi sotto il peso del proprio traffico. In una Meshtastic densa con molti nodi mobili le frequenze possono congestionarsi — problema classico delle reti ad-hoc — e MeshCore lo risolve con un’architettura pensata per le città, dove servono dorsali stabili e copertura prevedibile. I due protocolli non sono compatibili tra loro: crittografia diversa, pacchetti diversi, filosofie diverse. Questa frammentazione potrebbe sembrare un difetto ma non lo è: in natura la biodiversità è resilienza, e se un protocollo viene compromesso gli altri continuano a funzionare indisturbati.
E poi c’è Reticulum, il progetto più radicale del panorama — e per chi scrive, il più affascinante. Reticulum non è un semplice protocollo mesh: è uno stack di rete completo, basato sulla crittografia e totalmente agnostico rispetto all’hardware. Può girare su LoRa, Bluetooth, WiFi, radio a pacchetto, cavi seriali, Ethernet — e su qualsiasi combinazione di questi mezzi simultaneamente, perché astrae l’hardware in «interfacce» intercambiabili. L’idea, concepita da Mark Qvist che ha lasciato lo sviluppo nel dicembre 2025 rilasciando il tutto nel pubblico dominio, è che chiunque possa costruire la propria rete di comunicazione sovrana — sovrana nel senso delle comunità, non degli stati. Su Reticulum girano già applicazioni mature: Meshchat per la messaggistica, NomadNet che ricrea le BBS degli anni Ottanta con forum e server terminali, e Columba per Android con testo, foto, vocali, videochiamate e persino «mu sites» — micro-siti web accessibili solo attraverso la rete Reticulum, un web parallelo che nessun motore di ricerca indicizza e nessun governo controlla. Una rete che non dipende da nessuna azienda, da nessuno stato e da nessuna organizzazione: solo da chi la costruisce e la mantiene. La comunità sta crescendo anche dopo la partenza del fondatore — a marzo 2026, il Critical Infrastructure Lab ha tenuto un workshop all’Internet Archive Europe per costruire nodi autonomi da dispiegare in tutta Amsterdam.
L’infrastruttura autonoma si costruisce dal basso
Il workshop di Amsterdam non è stato un evento isolato per appassionati di radio. Il Critical Infrastructure Lab ha scelto Reticulum perché — nelle parole dei ricercatori — «viviamo in un mondo di crescente censura digitale e raramente siamo completamente padroni delle nostre comunicazioni». L’obiettivo è concreto e articolato su tre scale: la prima è una rete Bluetooth tra telefoni per la messaggistica di gruppo in spazi ridotti — un corteo, un’assemblea, un picchetto dove serve coordinamento senza dipendere da un operatore telefonico. La seconda prevede nodi autonomi basati su schede ARM a basso consumo, da distribuire in tutta Amsterdam creando un’infrastruttura di comunicazione permanente e indipendente da qualsiasi provider. La terza guarda più lontano: collegamenti radio a lungo raggio per connettere città diverse — Amsterdam, L’Aia, Rotterdam, Utrecht — una dorsale interamente fuori da ogni infrastruttura commerciale o statale. Il workshop ha incluso la costruzione pratica di nodi, la creazione di mu sites su Reticulum e test del protocollo su microcontrollori — perché quando costruisci infrastruttura reale, la teoria senza la pratica è tempo sprecato.
Domenica 19 aprile 2026, a L’Aia, la libreria anarchica Opstand ospita un workshop su Reticulum. L’indirizzo non è pubblico — lo ottieni dalla rete, via messaggio diretto o scrivendo a un’email su Riseup — e l’ingresso è a offerta libera. Il dettaglio non è folkloristico: quando una libreria anarchica insegna a costruire infrastruttura di comunicazione autonoma, il messaggio politico è incorporato nell’atto stesso. Non è un corso di elettronica: è una pratica di sovranità tecnologica, la stessa filosofia che anima il software libero applicata al livello più fondamentale — quello della connessione tra persone. Questi workshop fioriscono in spazi autogestiti e non nelle università o nei makerspace corporate perché la tecnologia mesh nasce da un bisogno politico — comunicare senza intermediari — e trova il suo habitat naturale dove quel bisogno è sentito come urgente. Al FOSDEM 2026 di Bruxelles, Reticulum ha avuto una sessione dedicata al futuro del protocollo dopo la partenza del fondatore, a conferma che il movimento attraversa l’Europa dalla comunità hacker alla ricerca accademica, dagli spazi anarchici alle conferenze tecniche.
In Italia parliamo costantemente di digital divide come se la soluzione fosse più fibra ottica dalle solite tre aziende — più infrastruttura controllata dagli stessi soggetti che già controllano tutto il resto. Il vero divario digitale non è tra chi ha la banda larga e chi no: è tra chi possiede l’infrastruttura e chi ne è ostaggio. Il tuo provider collabora con le autorità in modi che preferiresti non conoscere, i tuoi dati passano per i data center di tre aziende americane, e la tua capacità di comunicare dipende da una catena di intermediari ognuno dei quali può essere pressato, corrotto o obbligato per legge a chiudere il rubinetto. Una rete mesh spezza questa catena alla radice. Non ha bisogno del tuo ISP, non transita per alcun data center, non dipende da nessuna azienda e non richiede un contratto con clausole scritte in corpo sei. Un nodo Meshtastic sul tetto di casa tua costa meno di una cena fuori, si alimenta a pannello solare e funziona anche se tutti i provider italiani decidessero domattina di spegnere tutto. Una mesh network non sostituisce la connessione normale — è complementare, un piano B che diventa piano A quando tutto il resto smette di funzionare. Se hai già iniziato a liberare i tuoi servizi dal cloud, il passo successivo è naturale: liberare anche la connessione.
Il quadro globale racconta una storia sola, ripetuta su ogni continente: da Amsterdam a Teheran, da L’Aia a Mosca, da Buffalo — dove la comunità BuffaLoRa copre l’area metropolitana con MeshCore — ai tetti di qualsiasi città dove qualcuno piazza un nodo LoRa alimentato a pannello solare, la dinamica è identica. Comunità che costruiscono infrastruttura di comunicazione al di fuori del controllo statale e corporativo, senza aspettare che qualcuno glielo conceda dall’alto. Non è cyberpunk, non è utopia, non è un progetto per il prossimo decennio: è tecnologia disponibile oggi, a costi accessibili, con documentazione aperta e comunità attive. L’ecosistema mesh LoRa è in piena esplosione nel 2026 — nuovi dispositivi, nuovi protocolli, nuovi firmware — e la curva di adozione ricorda i primi anni di Linux: pochi ma determinati, e in crescita costante. Ogni nodo che aggiungi a una mesh network è un voto per un tipo diverso di internet — un internet distribuito e paritario, come era stato pensato alle origini prima che il capitalismo delle piattaforme lo trasformasse nel suo opposto.
Non voglio venderti il mito della soluzione perfetta, perché sarebbe disonesto. Le mesh network hanno limiti concreti: la larghezza di banda è minima — messaggi di testo e poco più, niente streaming video — il raggio dipende dal terreno e dalla densità dei nodi, la latenza può essere alta e imprevedibile, e coprire una città richiede decine o centinaia di nodi piazzati con criterio. Non sostituiranno la fibra ottica e non rimpiazzeranno internet come lo conosciamo. Ma confondere i due piani è l’errore che fa comodo a chi vuole liquidare queste tecnologie come un passatempo per radioamatori nostalgici.
Il nocciolo della questione è un altro. Quando un governo preme l’interruttore — quando l’ISP esegue, quando Starlink viene disturbato, quando ogni infrastruttura centralizzata cade — una mesh network continua a funzionare perché non esiste nessun interruttore da premere, nessun server da sequestrare, nessun amministratore delegato da convocare in un ministero. La scelta tecnica è sempre una scelta politica: scegliere una rete mesh significa rifiutare di delegare la propria comunicazione a intermediari che rispondono ad azionisti, governi o entrambi. Significa costruire infrastruttura che serve comunità reali invece di bilanci trimestrali. Significa — detto senza mezzi termini — riprendere il controllo su qualcosa che non avremmo mai dovuto cedere.
Teheran ha spento internet per dieci giorni e settantaduemila persone hanno scaricato un’app mesh in quarantotto ore. Mosca spegne il mobile per settimane e il Cremlino scopre che non puoi installare un TSPU su un segnale LoRa a 868 MHz che rimbalza tra i tetti. In una libreria anarchica dell’Aia, gente comune impara a saldare antenne su schede ARM da trenta euro. La rete che nessun governo può spegnere non è un’idea da aspettare: la stanno costruendo adesso, un nodo alla volta.