L’Italia sta diventando dipendente da un servizio di connessione satellitare gestito da un singolo individuo che, con un tweet, può decidere chi resta online e chi no. Non è fantascienza: è la realtà di Starlink in Italia, dove enti pubblici, ospedali e persino unità della protezione civile iniziano a fare affidamento su una costellazione di satelliti di proprietà di Elon Musk. Questo non è solo un problema tecnico: è una questione di sovranità nazionale, di chi controlla le infrastrutture critiche e di quanto siamo disposti a delegare il nostro diritto alla comunicazione a un miliardario straniero che risponde solo ai suoi azionisti e ai suoi impulsi.
L’umbilicale satellitare che lega l’Italia a SpaceX
Negli ultimi mesi, diversi comuni italiani hanno iniziato a testare o adottare Starlink per collegare zone rurali dove la fibra ottica arriva con il contagocce. Secondo fonti del Ministero per l’Innovazione Tecnologica, almeno 12 comuni in Sicilia e Sardegna hanno attivato contratti sperimentali con SpaceX per garantire connettività a scuole e uffici postali. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: il digital divide, le aree bianche, la necessità di non lasciare indietro nessuno. Ma dietro questa narrazione si nasconde una resa silenziosa: invece di investire in infrastrutture pubbliche e territoriali, lo Stato sceglie la via più comoda, quella che passa attraverso un terminale da 599 euro e un abbonamento mensile da 50 euro, pagati con soldi pubblici a un’azienda statunitense.
Il punto è che Starlink non è un servizio neutro. È una rete chiusa, proprietaria, controllata da un’unica azienda che può modificare i termini di servizio, bloccare l’accesso a determinati territori o semplicemente spegnere il segnale. Lo abbiamo visto in Ucraina, dove Musk ha inizialmente fornito terminali Starlink alle forze armate, poi ha minacciato di ritirarli finché non ha ricevuto garanzie di pagamento diretto dal Pentagono, e infine ha limitato l’uso dei terminali vicino alla linea del fronte per impedire attacchi drone guidati via satellite. Se questo può accadere a un paese in guerra, cosa ci impedisce che accada a un comune italiano che critica le politiche di SpaceX o che ospita attivisti contrari alla militarizzazione dello spazio?
Il precedente ucraino e il rischio di spegnimento selettivo
L’Ucraina ha rappresentato il primo caso reale di uso politico di Starlink come leva di pressione. All’inizio dell’invasione russa, SpaceX ha inviato migliaia di terminali in Ucraina, ricevendo elogi internazionali. Ma dopo mesi di utilizzo intensivo, Musk ha iniziato a pubblicamente mettere in dubbio il costo dell’operazione, arrivando a scrivere su X che “non possiamo finanziare indefinitamente la guerra di altri paesi”. Solo dopo pressioni governative statunitensi e promesse di finanziamento diretto dal Dipartimento della Difesa, il servizio è stato ripristinato a pieno regime. Questo episodio ha dimostrato con chiarezza che Starlink non è un’infrastruttura umanitaria, bensì uno strumento geopolitico nelle mani di un singolo individuo.
In Italia, il rischio non è tanto uno spegnimento totale, quanto un’interferenza selettiva: la possibilità che l’accesso venga rallentato o bloccato in determinate aree geografiche in risposta a pressioni politiche, o che determinati tipi di traffico (ad esempio quelli legati al dissenso o all’attivismo ambientale contro i lanci di razzi dalla base francese di Kourou, che impattano sull’ambiente marino italiano) vengano deprioritizzati. Senza trasparenza su come vengono gestite le priorità di rete, senza audit indipendenti sui terminali installati in strutture pubbliche, siamo di fronte a una forma di dipendenza tecnologica che somiglia molto a un ricatto silenzioso.
IRIS²: l’alternativa europea che non decolla (per scelta)
Mentre l’Italia si lega a doppio filo a Starlink, l’alternativa europea esiste già sulla carta: si chiama IRIS² (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite), è un programma dell’Unione Europea finanziato con 2,4 miliardi di euro e dovrebbe fornire connettività sicura e sovrana agli Stati membri entro il 2027. Il progetto prevede una costellazione di satelliti in orbita bassa gestita da un consorzio europeo guidato da Eutelsat, con partecipazione di aziende come Thales Alenia Space, Airbus Defence and Space e OHB Systems. L’obiettivo è chiaro: evitare che la sicurezza delle comunicazioni europee dipenda da aziende straniere, soprattutto statunitensi.
Eppure, nonostante i finanziamenti siano stati approvati, IRIS² accumula ritardi. Le prime fasi operative erano previste per il 2025, ma ora si parla di un possibile slittamento al 2028 o oltre. Nel frattempo, paesi come l’Italia firmano contratti con SpaceX. Non è una coincidenza: mentre l’Unione Europea discute di governance e appalti, SpaceX offre un servizio pronto all’uso, con tempi di attivazione di pochi giorni e un modello di prezzo che, sebbene poco trasparente, sembra competitivo solo perché non tiene conto dei costi esterni: l’inquinamento orbitale, la perdita di sovranità, il rischio di interdizione strategica.
Il punto è che non si tratta di mancanza di tecnologia, bensì di mancanza di volontà politica. Se davvero volessimo una sovranità satellitare, avremmo già potuto finanziare e accelerare progetti come IRIS² o sostenere iniziative comunitarie di reti mesh basate su satelliti open source. Invece, scegliamo la strada più facile: delegare a un privato ciò che dovrebbe essere un bene pubblico.
Inquinamento orbitale e cielo privatizzato
Oltre alla questione della sovranità, c’è un impatto ambientale e culturale che raramente viene discusso: l’inquinamento orbitale causato dalle megacostellazioni. Starlink conta già oltre 6.000 satelliti in orbita bassa, con piani per arrivare a 42.000. Ogni lancio aumenta il rischio di collisioni, genera detriti spaziali e interferisce con l’osservazione astronomica. Gli astronomi italiani dell’INAF hanno ripetutamente denunciato come le scie luminose dei satelliti Starlink stiano rovinando le osservazioni notturne, soprattutto durante eventi rari come piogge di meteore o transiti planetari. Il cielo notturno, bene comune dell’umanità, sta diventando una pista di atterraggio per satelliti privati.
E non è solo un problema per gli scienziati. La percezione del cielo stellato è parte del patrimonio culturale umano. Quando un bambino non riesce più a vedere la Via Lattea a causa di centinaia di punti luminosi che si muovono velocemente sull’orizzonte, stiamo perdendo qualcosa di intangibile ma fondamentale. Eppure, nessuna autorità italiana ha imposto limiti significativi al numero di satelliti che aziende straniere possono lanciare sopra il nostro territorio, né ha richiesto che questi satelliti siano progettati per minimizzare l’impatto visivo o siano facilmente deorbitabili alla fine della vita operativa.
Verso una sovranità tecnologica dal basso
L’alternativa a questa dipendenza non è solo IRIS², sebbene sia necessario accelerarlo. È anche la ricostruzione di un’infrastruttura tecnologica dal basso: reti comunitarie in fibra ottica gestite da cooperative, progetti di mesh network che utilizzano nodi autonomi per coprire le zone bianche, sperimentazioni con satelliti pico e nanosatelliti open source lanciati tramite iniziative universitarie. Esistono già esempi in Europa: la guifi.net in Catalogna, una rete mesh di oltre 60.000 nodi gestita da una cooperativa di cittadini, o il progetto europeo libre.space, che sviluppa hardware e software aperto per satelliti cubesat.
In Italia, iniziative come quelle di alcune università politecniche che lavorano su ricevitori GNSS open source o su terminali satellitari basati su software libero dimostrano che un’altra strada è possibile. Ma manca il sostegno istituzionale: invece di finanziare terminali Starlink per le scuole, lo Stato potrebbe acquistare kit open source da assemblare localmente, creare centri di competenza tecnologica nei territori e formare tecnici locali alla manutenzione e alla gestione autonoma delle reti.
La sovranità tecnologica non significa isolazionismo: significa avere la capacità di scegliere, di controllare le proprie infrastrutture essenziali e di non essere ricattabili da decisioni prese altrove. Significa poter dire di no a un miliardario che vuole spegnere internet in una regione perché non gli piace il risultato di un referendum. Significa riprendersi il cielo, le frequenze e il diritto di comunicare senza chiedere il permesso a un consiglio di amministrazione californiano.
